Single Rock VM. 18

Voglio una delle tue magliette, quelle con le scritte grosse e i colori pastello, me la voglio mettere sulla testa quando avrò fatto goal e poi tutti si chiederanno perché. E vorrò rispondere che ti amo invece dirò che è un’altra stupida trovata pubblicitaria. Che c’è qualcuno che ha deciso che ci sono magliette migliori di altre e la moda giovane è un bel rubinetto per le tasche capaci degli imprenditori.

Gli amici e il calcetto, una serata tra tante.

Dopo la partita beviamo birre ghiacciate e fumiamo Marjuana; il bar tiene aperto fino a mezzanotte, ci spostiamo poi nel parco con due borse Esselunga zeppe di Moretti da sessantasei centilitri. Vogliamo dar aria alle guance e far prendere fresco al cavallo dei pantaloni. Il cinquantino di Lu è pronto per la notte, ci montiamo in tre, andiamo a respirare nel mezzo della campagna, urliamo frasi sconnesse passando sui reni di una tendopoli: che bella la vita dei rom e la libertà dei campi nomadi ai quali abbiamo rubato le stelle con gli interruttori dell’inquinamento. Dico io.

Sei un testa di cazzo se n’è esploso Mà prendendomi per i fianchi e muovendo il bacino mi dice che vanno tutti inculati quelli che rubano dalle nostre spalle.

Io gli mordo una mano dico guardati le spalle tu che non c’hai un cazzo sopra la testa e nessuno ti ruba nulla, mio bambi, perché tu la fatica non sai nemmeno cos’è e non hai niente ad eccezione delle tue cazzo di scarpette da barca firmate e la stelletta da sceriffo della tua spocchia.

Mi mette le mani davanti agli occhi e io che tracanno Moretti e rido dandogli del testa di cazzo.

Lu che ferma il motorino al lato della strada, dice scendete stronzi.

Gli dico siamo arrivati?

Lu dice no, testa di figa, mi fate dei discorsi pseudorazzisti e vi prendete a manate mentre io sono ubriaco e guido un motorino che ufficialmente può portare un solo bipede, miei cazzo di amici, che vita passata invidiate?

Scendiamo dal motorino. Lu ci indica una radura.

Mà si tira giù i pantaloni e col gingillo sospeso nell’aria e il getto debole gioca a rincorrermi, per far piovere sulle mie scarpe ci vuole ben altro che un cazzetto di provincia come il tuo.

Che hai contro il mio Miral?

Nulla, guarda, mettilo via che le rane son saltate negli stagni per la vergogna.

Feconderemo anche i torrenti prima o poi, te la ricordi la canzone di Battiato che parla di quelli che fanno un buco nella terra, poi ci mettono il cazzo dentro e si strofinano forte finché non vengono tra le radici e i vermi e quello è l’inizio della primavera.

Bella stronzata che ti è venuta in mente, fallo. Voglio vedere se ne sei capace.

E’ una cosa da negri.

Cos’hai contro i negri?

Niente, dico che è una cosa di quelle parti là. Mò basta dire negri che comincia fare il buonista.

E’ una cosa culturale. Tu ai matrimoni ti metti la cravatta?

Che cazzo c’entra?

E’ una cosa da bianchi.

Che c’entra la cravatta?

C’entra che sei un coglione razzista.

Pure tu, che cosa c’hai contro noi bianchi.

Quando vai al mare vuoi abbronzarti, no?

Che discorso del cazzo.

Perché non stai bene come sei.

Perché non dovrei abbronzarmi?

Ti si rovina la pelle.

Lu ci guarda ci dice fermiamoci qui.

Mà finisce la bottiglia di moretti e la lancia in aria, mille pezzi sull’asfalto, poi si inginocchia sull’erba e scava un buco con le dita.

Lo sta facendo.

Vuole fare il Battiato.

Ci mettiamo a cantare “Cerco un centro di gravità permanente”.

Sulla strada le luci di un Ape cross. Frena, si ferma. La portiera in lamiera si apre piano, scende un uomo in canottiera bianca, avrà settant’anni, è grasso. Ci viene incontro.

Non siamo troie, man. Dico io.

Quanto volete?

Scoppiamo a ridere, Lu si mette un dito sulle labbra e se lo lecca.

Brutti figli di cagna, quanto volete per un pompino?

Il pompino è una storia già sentita. Noi siamo per un Shower, un Brad pitt trio, un Single rock.

Cos’è il Single rock?

La più famosa tra le pratiche sessuali postmoderne.

E’ una cosa che fa godere?

E’ una libidine assoluta, l’apoteosi dell’orgasmo, il vulcano delle polluzioni che hai sempre sognato.

Lo voglio.

Cosa sei disposto a sganciare?

Ho centocinquanta euro. Non posso di più.

Non ce ne frega dei tuoi soldi.

Cosa posso darvi?

Il tuo Ape car, per esempio.

Non è in vendita.

Potremmo rubarlo adesso, sai? Siamo in tre, giovani e forti, tu sei vecchio e grasso.

State scherzando.

Ti sembriamo gente che scherza?

Mà fa delle dita una pistola e gli si avvicina minacciandolo. Gli passa il ferro di carne sulla nuca, poi sul collo, tra le tettine gonfie e sul pancione, poi gli sfiora il cazzo, nota che è in erezione.

Con questo gingillo credo non si possa fare il Single rock, lasciaci controllare.

Cos’ho che non va?

Abbassati i pantaloni.

L’uomo tentenna. Si guarda intorno. Mà continua a scavare il buco, io mi rollo una sigaretta, Lu lo minaccia con la pistola-mano.

Tirati giù le mutande. Vuoi un sorso di birra? Stai sudando, amico, l’estate è calda.

L’uomo fa segno di sì con la testa, gli scrollo un sorso di birra sul pene. Ha un sussulto. Ridiamo.

Mà continua ad armeggiare al buco.

Dì un po’, credi in qualche dio?

Sì.

Come si chiama il tuo dio?

Fa per tirarsi su i pantaloni, Lu non glielo permette.

Lasciatemi andare, urla, il pisello si fa molle. Me ne voglio andare, lasciatemi.

Non si può. Mi apro un’altra birra.

Dì un po’, che ne pensi di Roger Federer?

Il tennista?

E’ lui il tuo dio?

No.

La pulce Messi?

Nemmeno.

Steve Jobs?

Neanche.

Che ne pensi dell’Amaca di Michele Serra? Dei negri? Dei francesi?

I francesi non li capisco, i negri sono come tutti gli altri.

Un ciccione buono. Sei buono tu?

Sì.

Chi te l’ha insegnato ad essere buono?

Mia madre.

Tua madre ti ha insegnato anche ad andare in giro a chiedere di farti fare i pompini?

Rispondi!

No.

Cosa ti ha insegnato tua madre?

A voler bene a tutti e a lavorare in modo onesto.

Sei onesto tu?

Sì.

Dimostracelo.

Voglio pagare, ogni cosa ha il suo prezzo.

Pagherai, centocinquanta euro non bastano. Sei molto legato al tuo Ape Cross?

Molto. Sono vedovo.

Sei sposato all’Ape Cross?

No.

Allora possiamo prendercelo. Vuoi ancora provare il Single rock, il godimento dei godimenti, l’orgasmo di tutti gli orgasmi?

Non voglio più, me ne voglio andare, ve ne prego. 

Si tira su i pantaloni, lo lasciamo fare.

Ho finito. Guardatemi. Mà ha finito di scavare il buco, le mani nere di terra, la faccia a strisce sudate. Lo provo io. Poi sarà il tuo turno, amico. Dice guardando il ciccione.

Poi prende una Moretti, la apre coi denti e ne tracanna più di metà. Si tira giù le mutande con un gesto netto, poi prende il gingillò e gli dà tre colpi. Quando è pronto lo infilza nella terra e comincia un movimento sussultorio.

Lo vedi come si fa?

L’uomo annuisce. Guarda Mà, Mà gira la testa verso di lui mentre pompa sulle braccia per dar forza al movimento del bacino.

So chi è Roger Federer, mi piace l’Amaca di Serra, trovo il calcio di Lionel Messi qualcosa di straordinario, non credo in altri dei se non in me stesso, insegnavo a una paccottaglia di giovani come voi, l’Università non serve a niente, siamo tutti predeterminati, la mia famiglia è ricca. So parlare tre lingue e non so perché cazzo sono ancora qui che vi dò retta visto che mi sembra di essere lo spettatore di una performance di Marina Abramovich.

Mà smette di pompare contro la terra. Lu trasforma la pistola in mano. Io mi siedo per terra. Tutti e tre lo fissiamo in silenzio.

Che c’è che non va?

Ci piaci molto tu.

Possiamo fare gratis, ragazzi?

E’ il profilo che stavamo cercando.

Esattamente.

L’uomo ha un fremito, si tocca la testa, poi scopre il membro di nuovo duro nelle mutande.

Cosa ti eccita, uomo? Perché ti sei fermato da noi?

Siete plebe, gentaglia, giovani, poveri.

Ridiamo di gusto.

Le popolazioni primitive usavano praticare buchi nel terreno e poi inserirci il membro. La dimostrazione è che l’uomo rimane bestia in ogni tempo.

Tu credi di essere diverso da noi?

Certo.

Andando a cercare i pompini di notte?

La differenza è che io sono consapevole della mia ricerca, della mia bestialità, della mia deriva animale, voi no. E su questa terra posso comprare tutto perché ogni cosa ha il suo prezzo. Non obbligo nessuno, pago e ottengo ciò che voglio.

Girando con l’ape in canottiera bianca?

Ho lasciato la città da tempo, la moda non mi interessa più. Ho un’industria di T-shirt, le faccio produrre in Asia e le vendo qui, ci scrivo sopra delle sciocchezze a caratteri grandi, faccio tendenza, vendo e guadagno. Tutto questo a settant’anni suonati. Sono consapevole delle voluttà della gioventù.

Un ex professore universitario con inventiva?

La cultura non paga un cazzo.

Le idee di un settantenne per le nostre uscite del sabato sera.

Proprio così.

Mà scola la birra e guarda fisso il buco.

Io il buco te l’ho fatto. Puoi metterci dentro il tuo di gingillo e masturbarti finché vuoi. Non è male. E’ un assaggio di morte. Terra e lombrichi sul tuo cazzo vecchio.

Grazie. Dice lui. Quanto ti devo?

Noi ce ne andiamo. 

Quanto vi devo? Davvero, voglio pagarvi.

Facciamo segno di no con la testa, con le mani lo invitiamo a prendere visione del buco.

Lù prende il motorino. Io e Mà saliamo dietro in silenzio assoluto.

L’uomo si avvicina al foro, ne tocca i contorni.

Lù accende le luci, mette in moto. L’aria si colora di fumo.

Poi silenzio. La notte, i fari accesi dell’ape e la canotta bianca che riluce tutto intorno, come una stella marcia dimenticata dagli uomini.

Un muggito di bestia.

Silenzio ancora.

Mostrerai il seno ai naviganti

Tracimano i cappucci bianchi dei monti, il tuo passaggio aereo e il tuo vestito azzurro per l’incantamento dei corpi celesti.

Le notti vuote,

le stelle cadenti rimangono in chiodi fissi aggrappate al cielo per non perdersi il tuo passaggio e dietro a te lacrimano in fila cercando un modo per sfiorarti. Area e schiva tu. Lasci indietro la scia bianca degli astri che il cielo rifiuta perché ormai in fuoco. Ti sei mai chiesta dei danni del tuo passaggio?

Posso slanciare le gambe in salto per ritrovarmi sotto la cascata della tua lingua; rigenerare il passo gettando le ansie nello sfregamento quotidiano delle nostre pance.

Quando ti sei seduta per la prima volta sulle mie ginocchia ho aperto le braccia per accoglierti, e poi mi sono fatto conchiglia.

Le perle sono soltanto concentrati chimici.

Tu, parassita delle mie notti.

Tu, guance estranee, tessuti molli e cuore sconosciuto.

E per proteggermi strati di bianco sul contorno della tua pelle, il tuo pelo fine, leggero; la madreperla delle mie esplosioni notturne, che diventi preziosa soltanto se ti fai stringere. L’invadenza dell’entrata, basta soltanto un si può e chiudo le cosce d’istinto. Non ho scelto io di trasformarti in gioiello.

Il movimento stanco del mare dei giorni, questo sole che rintocca sui nostri contorni e ci fa suonare i campanelli delle case di ringhiera.

Le scale non sono mai abbastanza, vorrei pensare a lungo prima di entrare dentro di te.

E ora sei qui, non chiudo gli occhi, le dita a percorrere il contorno maturo degli acini gonfi del petto, i fianchi sporgenti e quei tatuaggi che mi invento tra i polpastrelli per disegnare autostrade sulla tua pelle e poi attraversarti dimenticando il paesaggio.

Dovrei sputarti fuori dalla finestra, come i noccioli far germogliare figli tuoi sulla strada e lasciarti libera di andare al vento.

L’egoismo delle mie unghie ti custodisce sotto pelle, non ti farò del mare, vedrai, ti nasconderò nella ferita al centro del mio ventre, quel buco che è dalla nascita che non sa cosa contenere.

Non ti farò del male, vedrai, prenderemo una barca, ti farò sedere a prua, mostrerai il seno ai naviganti e a me la schiena, che non è importante quanti sguardi attiri, quante mani si allungano, quante voci ti cercano.

Mostra ai più le tue forme, ma dona a me lo spazio nero dei tuoi nascondimenti, di quando sei supina e nascondi il cuscino dietro la spina dorsale. Non mi interessa il bianco, è nel nero che trasformo le notti in giorni, e delle tue ombre faccio meraviglie.

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Di te, donna, sono cucite le mie labbra.

Di te, donna, sono cucite le mie labbra.

Vorrei parlarti del cielo, non sono nuvola.

Vorrei parlarti del mare, non sono acqua.

Vorrei parlarti di un fuoco e non sono scintilla.

L’estate delle parole mancate, la vita bella nascosta dietro ai condizionatori.

L’intimità dei giardini. Le canne verdi che bagnano i prati.

Il fascino nuovo dei sistemi d’irrigazione, gli anti zanzare per la pulizia delle nostre orecchie.

Di te, donna, sono cucite le mie labbra.

Non sono i rintocchi delle campane artificiali, le sei del pomeriggio, le vedove della provincia col passo zoppicante alla Messa,

non sono le frenate dei tram, non sono le attese sudate di metropolitane oleose, non sono i gesti bianchi e neri delle lavandaie,

non gli obiettivi delle reflex digitali, o i miei capelli rasati sui lati.

In questo nodo che è silenzio

e filo

e guance consumate.

Non sono.

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Appunti sparsi per un romanzo in divenire.

Io me ne intendo poco di economie e numeri e politica, ma capisco in fretta che la legalità non sempre si può combattere con la legalità se è la legalità stessa a essere malata. Oltre alla legge, oltre le leggi è l’uomo. E mi dicevo che anche il Cristo c’era andato oltre alle leggi del tempo, non per un valore, non per un ideale, ma perché credeva nell’uomo e nel rispetto di sé, nell’amore donato gratuitamente e questo niente ha a che fare con la legge data. Se l’uomo le leggi le ha pensate, l’uomo potrà anche migliorarle, credevo. E dar senso al vuoto non è un costruire? Un andare oltre al già dato? Certo senza un progetto e un senso è inutile e vano, ma con stile pensato e metodo e tensione al bello e all’ordine allora sì che è rivoluzione. Chissà. Troppi pensieri, è vero, ma perché non darci sotto e sfondarci cervello e cuore, perché non farlo ora alla soglia dei trent’anni che poi ci si addormenta sul già fatto e sul già realizzato, per gli insegnamenti che ci hanno dato, tradire, tradite i voi stessi di ieri per esser felici dei voi stessi di oggi avrei voluto scrivere a pennarello nero sopra ai cessi dei bar.

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Quando ci tiravamo i capelli per sembrare più alti

Per il giorno in cui sei nato e i miei non ricordi. Per le corse d’estate, il prato grande e noi a rincorrerci. Le lucertole e le cavallette, a staccare le code per giocare ai dinosauri, a mozzare le ali per provare a toccare l’altissimo e tutti quegli azzurri che scompaiono tra le montagne. Quei pomeriggi lunghissimi e il nascondino, le carte, e le prese in giro. E dare il nome alle nuvole coi buchi che ci siamo fatti sulle ginocchia, quando ci tiravamo i capelli per sembrare più alti. Il canestrino del  basket sopra la porta della mia camera, la palla di spugna e le tue vittorie che sei stato sempre più alto. I viaggi intorno al piccolo mondo, le brochette e i nostri balli tra i deserti. Le distanze che ci hanno avvicinato e i discorsi seri sopra ai divani. La Juventus per svagarci e poi diventare grandi in un puff, per i silenzi nei monasteri cari e le schermaglie dell’adolescenza. Tagliarti i capelli per sentirti caro, con la precarietà dei luoghi, i giorni corti d’inverno e il ti voglio bene come una cantilena. Ci sono parole che non serve dirci, ci sono sguardi al profumo di casa e accoglienze fatte di come stai. Per il giorno in cui sei nato e i miei non ricordi. Per dirti che siamo qui, per queste parole che sono carezze che non m’importa della retorica e quando stringo le braccia so che stringo anche te.

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Mia

Come scrivere a questa Italia che le vuoi bene, che tanto non capisce e trema. Ti avrei voluto vedere anche soltanto per il tempo di un ciao, le tue lentiggini da soffiare sulla facciata di quel palazzo chiuso da tempo e dimenticarti chi sei e la responsabilità di quel nome che ti hanno appiccicato addosso.

Nelle tue cene di gala indossate abiti colorati, qui ci circondiamo del nero per meravigliarci di quel che scorgiamo intorno. Mi son scoperto fiume e corrente, l’adrenalina degli incontri e il chissà, la fiducia nell’altro che abbiamo tavole sgombre e pensieri fini e facciamo denuncia d’azione per prendere fiato tra le parole.

Dall’alto i grattacieli del potere e gli elicotteri della presunzione, gli ottant’anni per dirci che fai e dove vai, le tirate d’orecchie dei grandi e la parola custodire che dorme ancora sotto ai cuscini con le fiale di Cialis e tutte le lotte che non ricordiamo.

E là nel mondo gettano assi di spade, e qui nel mondo gettano due di bombe, dovrei avere vista lunga e respiro profondo invece ansimo tra le lenzuola e mi preoccupo di quel domani che chiamo mio e non nostro. Quando prenderemo il coraggio di dirlo che mio può diventare termine denso e affettuoso, che tanti mio fanno un noi e una valanga di sguardi. Io non lo so perché ora ci si riconosce per strada e ci si tende la mano, non lo so perché ci si stringe in parola e tutto d’un tratto impariamo l’ascolto.

Io non lo so perché con gli altri è così facile e con te no. Dove sei tu? Mia. Che nel pensiero del mattino il mondo si fa lontano e i sampietrini delle strade di Milano piangono delle nostre assenze. Questa pioggia come un sipario, inizio o fine non c’è via di mezzo. Per i deboli son le carrozze e i vetri neri delle grandi auto, apri i tuoi argini, scendi dalla torre, vieni, vieni così vicina che non possa guardarti per intero, così vicina che ci possiamo confondere e come Piccolo Giallo e Piccolo Blu farci verdi e dirci che era così facile come fare il pane, conoscere il forno e aspettare, guardare, imparare e a tu per tu con la pasta molle accettare le sberle e sporcarsi le mani per farci corazza dorata e fragile e sapore, e profumo.

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Macao, Fazio e Saviano (Quello che non ho è il potere dei più buoni)

E ancora cerco altre vie, tagliare la corda per inaugurare la stagione dei successi.

Le piazze rivoltano il selciato per lasciar spazio a quella Boulè alla greca, non c’è tempo per vecchi cervelli attaccati alle cose, valori antichi e polvere, niente a che fare con le radici.

Noi senza terra né spazio, noi derubati di tutto e ora nudi e deboli all’inganno dei più. San Sebastiano che guarda dal quadro, che perde le frecce e impolvera senza correre in soccorso dei nostri buchi invisibili e per questo profondi e incurabili senza profondità di sguardi e gli occhiali ultravioletti del bene comune. Che ci hanno tolto le gambe per correre e hanno amputato i nostri piedi per prendere a calci i segnali di stop; le mani e la lingua per stringere in cerchio le nostre parole emotive, senza sapere il perché dei nostri girotondi come i bambini scendiamo in cortile al suono delle urla degli altri.

Per quei ritorni a casa sporchi e sudati, passare la notte fuori come gli indiani a guardare le stelle per le previsioni sul futuro prossimo e i pensieri che si fanno ordinati che la notte ridona spazio ai vicoli stretti della città vecchia. Le nostre tende colorate in accampamento che una protesta non è parlare, ma necessario è stare. E come grilli con le gambe piegate produciamo suoni metallici quando arriva il tramonto e al mattino disegniamo il sole in alto a destra coi nostri pennarelli scarichi. Dimentichiamo l’ansia con passatempi inutili, quei concerti per prenderci in spalla e dirci che finalmente sappiamo dove guardare. L’occupazione del caos per farci linguaggio, i nostri nuovi vocabolari pronti per essere scritti e tutte quelle distinzioni sul lemma legalità. Noi così ingenui, disordinati e patetici perché disabituati all’azione; coi palloncini colorati, i saltimbanchi e la claque, che la canzone è politica è vero ma da lontano si fa baccano e fiera di maggio e vista dall’alto confonde.

Ci guardano i benpensanti, le poltrone dei canali streaming e le copertine dei telegionali con le foto curiose dei quotidiani, i visi colorati e i nomi nuovi che regaliamo alle piazze. Come i muezzin ci chiamano a raccolta i grandi nomi e poi dimmi che senso ha mettere i tuoi desideri nella bocca degli altri? Esercitare il corpo nelle palestre col modello del muscolo dei calciatori è cosa sana, ma che cosa hai fatto tu, uomo, per la tua lingua? I baci lunghissimi e tutti quegli anni di scuola dell’obbligo, poi l’università, e quando hai dato alla bocca arie di libertà? Nella prigione dei detti degli altri gettano le chiavi i nostri animali televisivi che conoscono Freud e ignorano i capelli rasati sui lati degli hypster e le chiome lunghe dei nostalgici degli anni settanta.

Non ci sono televisori in piazza Macao e per i cinema all’aperto si organizzano sguardi, più veri del video gli incontri. E tutto intorno le case paiono lucciole, la luce artificiale dei televisori. Saranno almeno un milione di topi a far saccheggio delle vostre dispense che siete innocui, sterili e vacui a gongolare negli occhi a torrente di Fabio Fazio, quei corpi esanimi sui fiumi senza vento della funerea retorica Saviana per le carezze sul mento e tutto quell’amore che brucia fuori, fuori, fuori da queste denunce che non ci sfiorano i capezzoli. I membri ritti ci fanno destare, parole efficaci, il resto è torpore. E scuotimi e fammi abbandonare la sedia, ma non dirmi sempre che fare e quel che è giusto pensare. Il potere dei più buoni, per le parole simbolo che in spiegazioni brevi perdono sostanza, la nebbia dell’indefinito e nessun tempo per la digestione. Il fascino dei cinque minuti della celebrità, la pena per i disgraziati e lo svelamento del già noto. E tutti in piedi per i nomi altisonanti, quanti mani stringi, mio nocchiero, e quante schiene attendono le tue pacche buone. Frusta e vita lasciate a invecchiare tra i pantaloni e fuori dal buio il raggio del sole seccherà i tuoi occhi umidi di niente, quando citi John Lennon mi salta in testa Melville, si toglie le scarpe Kerouac e ce le lancia addosso. Dove mi hai nascosto le parole dell’oggi? Dove, mio prode? Non abbiamo più tempo noi per la polvere delle nostalgie, i buonismi a stelletta per le decorazioni dei centri commerciali. Generali del buono e del bene, mai avrei immaginato di girarvi le spalle, lancerò il cappello sulla piazza perché nel caos si raccolgono monetine. Per i vostri miliardi di notorietà avete rinnegato il coraggio. Dov’è quell’atto di forza dell’abbandono della nave scuola per la libertà del mare? La Rai che sirene vi ha cantato? Dov’è la contraddizione dell’oggi? Dove la sofferenza nei vostri volti? Dove l’amore? Dove? Le parole oggi suonano come domande, il punto di domanda è dinamico, sai? L’affermazione è uno stop. Andrà tutto bene e tornerete a farci compagnia, come il Festival di Sanremo diventerete tradizione, attesa, emozione. Ma non lasciatemi un piatto sul tavolo, tradirò le vostre mense e salirò in piedi sulla tavola in cerca di voci che tagliano e ardono e si consumano. Che non c’è calore senza dissoluzione. Non è tempo questo di denuncia o nostalgia, per il vostro Grande Fratello degli intelligenti è arrivata l’ora della fine. Scontro e battaglie e metafore nuove, autostrade e semafori, falli e torri, grattacieli e caschi blu e il vaffanculo che non è volgare se risolve le situazioni.

E allora sì, sconfitti del vostro bene, sarete buoni a prendere un fucile e sparare ai barattoli, e sentirete il colpo, vibrerete per la paura e forse allora vi salirà tra le viscere quel desiderio di sporcarvi gli occhi e attaccare le fortezze limpide degli insegnamenti mai esperiti, perchè ancora questo ci chiede l’umanità, a noi delle piazze, sconfitti, subdoli, prigionieri. Vivi.

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L’addio di Alessandro Del Piero

Per lavarmi via lo snobismo e la necessità del prefabbricato mi sono messo in strada, afa d’asfalto e rondini in parata, la primavera calda del mese di maggio sulle piattaforme mobili del Naviglio. I discorsi retorici sugli amici degli altri e i nostri che fai che sprofondavano in acqua in suicidio col peso dei sassi.

E non chiedermi mai del futuro che la domanda genera perplessità ti ho detto io e possiamo darci tutte le risposte del mondo. Che la conoscenza è nello stare e interrogarsi a lungo genera immobilità. Non puoi fidarti di me se non mi vedi all’opera. Tre soldi in tasca e piccole mani per le case basse e quella volta che confidavo nell’inutilità dei grattacieli e poi sono stato costretto a ricredermi.

Ti ho chiamato e non hai risposto, mi rimbalzano addosso i tu tu del telefono e domande sulle mie responsabilità, non c’è un generico nell’uno a uno. Col campionato di calcio che perde gli ultimi petali per lasciare spazio al verde, le lacrime di malinconia per l’addio di Alessandro Del Piero ed i ricordi di bimbo. Il goal alla Fiorentina con la volee di esterno sul secondo palo nel tempo in cui nascondevo sotto allo zerbino le chiavi di casa e i sogni dell’astronauta e del calciatore. I giochi tra le mamme degli altri e poi la sera a scioglierci il fango dalle ginocchia a dirci che siamo sporchi e sudati perché vissuti. Ed ora è diverso, il mio cane che si avvicina, zampa sul tavolo per dirmi giochiamo e il mio no, che sono troppo stanco per lanciare una palla lontano.

E ritrovarsi al ristorante con le discussioni interrotte per l’arrivo di un piatto e quei cartelli vintage che recitano le proibizioni al giuoco del football. Levarsi la forfora dalle spalle e strappare i peli superflui dei ragionamenti contorti, sarà un pallone a salvarci e ci prenderemo gioco dei no che ci hanno cucito sulle magliette, festeggeremo il goal cercato da tempo e non avremo paura delle ammonizioni, via la maglietta e poi sulla strada correre correre e festeggiare, che siamo tornati al gioco e non abbiamo vergogna degli sguardi degli altri, ci prenderanno per folli e quando ci chiederanno il perché del nostro fare risponderemo in risata che non abbiamo tempo per la ferma di una risposta.

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Rivoltare il corpo e perdersi nell’urlo

Un Cipì o uno qualsiasi, volatili e smog sui fili della luce e temporali che tardano a venire.

Tutti sul filo, l’equilibrismo dei giorni per questi inviti a cui non rispondi mai. Le chiamerei umiliazioni se solo potessi permettermi di leccare l’asfalto e farmi maledire da lassù. Posso umiliarmi da me, da me soltanto, gli altri non riescono in nulla, muri infrangibili le mie guance sode e codazzo di pelo per ripulirmi dalla calunnia. Salite sui miei fianchi, gli argini sfuggenti della parola aguzza per la barca morbida delle mie labbra a frangere i flutti delle vostre euforie col muscolo gonfio dei giorni migliori insemino il mondo con parole liete.

Gravido ventre di terra riposa al suolo il seme dell’oggi e presto fiorirà, ne son certo. Non c’è timore in questo procedere a balzi, facciamo avanti e indietro come i Taxi della notte col satellite appiccicato al cuore noi; soltanto fiotti e sangue senza bisogno di additivi per far cadere dal sonno la notte e rialzarci in parata con le braccia alzate.

Strana gente noi che rifiutiamo la gozzoviglia della chiacchera intellettuale, noi che sfiliamo soli al ciglio delle piazze per guardare il centro e non perderci in attacchi inutili alle maggioranze, noi che siamo sconfitti perché non reggiamo il confronto, noi che ci ritagliamo gli angoli per essere protetti dai muri bianchi, vergini alle parole che fanno male e puri nel pensiero. Perdenti in debolezze e fragilità, la carne e il desiderio intimo di una compagnia capace di cemento e pala, scavare e costruire, questo vorremmo dalla scoperta che la nostra lingua è un muscolo e si lascia andare al braccio di ferro coi suoi simili, ma chiede tempo per abbattere muri, e freni ed età.

Non siamo fatti noi per il contingente, guardiamo in prospettiva e ci trasciniamo tra la velocità delle nuvole e i treni in ritardo e quando potremmo calcolare i tempi preferiamo variare il percorso e perderci che le città si rivelano sulle strade e i loro incontri e per i musei lasciamo spazio alla seconda età dello sposo e ai marmocchi vocianti che corrono sulle scale e battono le mani e la testa e cadono e quella, quella la chiamiamo vita, rivoltare il corpo e perdersi nell’urlo.

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9 maggio

Non era un film. Cento passi da qui e poi trent’anni e numeri scarni. Una Renault rossa e una ferrovia, il grigio della città e il fascino ardente della notte tra i lampioni e il buio per le urla che non ci hanno raggiunto.

E seduto sul divano ho provato a modellare l’aria per averceli a fianco quei due che non hanno bisogno di un palcoscenico mi sono detto. Peppino e Aldo saltava la piazza. Aldo e Peppino e i nomi dei nostri nonni. Torneranno per aiutarci a distinguere bene e male e non ci faranno una trasmissione televisiva. Non torneranno.

Le sigle incise sul marmo e poi nebbia e cultura come quei voli interminabili dalla questura, la confusione delle morti per dirci che non ci stiamo capendo niente finché ci concentriamo sulle colpe. Che la felicità non è soltanto una questione personale e la memoria è una storia per bimbi con la paura necessaria per la consapevolezza e i nostri contorni da colorare sulle magliette di quelli che ci hanno detto importanti.

Di lì a poco i favolosi anni ottanta e tutti gli abiti delle rivendite vintage. Il mio pensiero come un tappeto sfilacciato ai bordi e lo sguardo all’Altissimo, per giungere alle viscere il sesso necessario, le parole che affollano le nostre teste a forma di stadio e i cori del pre pre partita per placare le nostre ansie da prestazione.

Che la bellezza è parola abusata, bellezza puttana ci hanno sputato sopra gli hypster del Rocket, hanno visto barbe rincorrerla in Macao e lei ancora scappa tra i fili del telefono il sudore buono degli sguardi teneri. Di quando avrei voluto morderti le guance, il tuo sedere che chiami grosso e tutti i tuoi però.

Che basterebbe fidarsi e lanciarsi, la paura di quel che siamo tatuiamocela sulla schiena, che non c’è tempo per il dubbio e non c’è spazio per le proiezioni sui grattacieli. Prendiamoci in braccio e stringiamoci le mani fredde, che vorrei alitarti tra i palmi per farti respirare estate.

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