L’urlo del folle

Ho sperato che tu capissi, non hai capito. La tua sensibilità è impegnata in altro, lo sguardo dei duecento e ottanta e più gradi non arriva a me, nascosto da sempre dietro la tua spalla mai nuda. L’occhio al riparo dei filtri dona immagini consolanti nei loro toni opachi accesi qua e là da fiammelle. Riparo di pareti bianche, il legno e cera fusa. Soltanto colori primari e quadri dipinti, nessuna ristampa. Frasi incorniciate sull’intonaco, consolazioni ancora. Ho sperato che tu capissi e non hai capito. La speranza è degli sprovveduti, sussurro su viale Tibaldi, la disperazione invece raffinata critica. Tra i corridoi del Simply formaggi e salsiccia, ho smesso da tempo di cercare di comprendere tutto e dare spiegazione del comportamento degli uomini, lo confesserò più tardi al frigorifero, al tavolo, al letto, al comodino e a tutti questi libri sparsi, alle tavole apparecchiate male abbandonerò la mia incostanza e la vanità del proiettare i domani sul soffitto e non tracciarne mai i contorni. Passano i secondi, i minuti, gli anni, si rinchiudono gli orologi nei cassetti e i cellulari smettono di funzionare, alla fiera della tecnologia l’occasione per essere sempre altrove, mai con sé. Invece tu, nei tuoi labirinti privati, nei tuoi vestiti eleganti e nei tuoi capelli lunghissimi, trovi per gli occhi trampolino e per l’anima quiete bianca di cieli da attraversare, mani nodose o immature da stringere, animali da salvare e mille e più motivi per naufragare nell’emozione del vorrei. Io, qui, ancora in mutande, tende che rivelano quadrati in trasparenza, io dopo tutto questo tempo che consuma le ossa, ti confondo col mondo. Nessun viaggio e nessuno zaino è paragonabile alla ricerca della tua voce, dei tuoi sguardi obliqui, dell’odio, sì certo, dell’odio verso i nostri passati e i recinti che portiamo intorno. Con questo schizzo irrisolto che proviene dal mio sesso, nei pixel scarichi di questi computer bianchi. Come bianca è la tua pelle, divinità senza sole, atrio gonfio di pretendenti. Anime salve loro e me perduto. Nell’incavo delle tue cosce credi il mio pensiero nascosto eppure no, non è così, non soltanto e lo sai, i tuoi zigomi forti sono come le mani scolpite dei Rodin, non basta ammirare, bisogna stringere e l’emozione poi tutta ti coglie. Non ci sono tele da disfare, mia Penelope, nessun ritorno da attendere. Morti gli eroi è il tempo degli uomini. Riempi ancora parole in morbidezza di labbra e inviti alle feste del bene, eppure rimani in silenzio. Perché tu sei silenzio. Io invece voce di uno che si abbevera del suo deserto, poi, nell’ultima metropolitana, nelle stazioni vicino al capolinea, solo tra sedili inutili, tra gli ultimi resti del puzzo dell’umana genie, urla e non è udito, urla e sfoga frustrazioni e vorrei. Urla ed è così sano che visto attraverso le telecamere di sorveglianza appare folle.

Foto: © Jan Saudek

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Pornografici incomprensibili eroi

C’è ora chi guarda gli aerei dietro a finestre di cemento e sbarre, chi indossa la divisa militare a dodici anni, chi si ferma ai posti di blocco e da tasche rattoppate estrae fogli consumati per farsi riconoscere e proseguire un andare senza la precisione di una meta. Ogni dieci chilometri, ogni venti chilometri, ogni cinquanta chilometri un controllo. Lasciare la città è impossibile. Intorno è polvere, spine lunghe d’acacia e versi lamentosi d’animali nell’inospitale savana. Ragliano gli asini che si accoppiano nella notte nera, sotto questi milioni di stelle che continuano a cadere senza che noi ce ne accorgiamo. L’erba è molle, le nostre braccia un ostacolo alla comodità. La stanchezza però conduce rapida al sonno, necessario è ora rifugiarsi nel sogno, immaginare altrove di passeggiate senza meta, domeniche intorno alla tavola, rituali di caffè ed erba medica. Consumiamo feroci le nostre anche nello sfregamento, annega il mio sesso nel tuo, nel suo, che importa. Noi come i muli, lasciamo che tutto succeda, nascono i nostri figli e quando la testa sorge dalle cosce giriamo il volto dall’altra parte. Non l’ho fatto apposta, diciamo, perdona la debolezza, mio piccolo uomo, ormai prigioniero, schiavo, già vecchio. La stanchezza ci piega la schiena, il risveglio è nero anche se il cielo è chiaro, il sole alto è dannazione.

E mentre tutto questo è nell’altrove del mondo, a meridiani e luci di lontananze, la piega della tua schiena e la tua prosa decisa sono per me turbamento. Trasciniamo anche noi i nostri scheletri sull’abisso dei giorni, tu reciti il tuo gloria in patinata fotografia dove straordinarie le labbra tue pronunciano parole sonore per me incomprensibili. Contieni desideri nell’irrequieto tuo andare, il tuo sguardo pungente riempie i sampietrini nel rosa dell’alba romana. Tutti quei vestiti nel tuo armadio e la naturalezza straordinaria del tuo corpo nudo. Mentre mi domandi il perché del mio buio mi si accende un’espressione strana: io cerco il volto, ti dico, il volto del Cristo. Lo vedrò nell’ultimo mio giorno? Tu ridi, ti schernisci, chiedi sei serio? Non ti spaventare, non indietreggiare. Sei un film di Pasolini, oh tu, inquieto moto di nervi, sensibilità profondissima e disperata. Non lasciarmi qui, con questa pietà così mortale e lo sguardo sui quotidiani, con questo bene figlio soltanto di puttana lei la morale. Abbandonati a labbra e lingua lunga, fatti animale, gesto, sudore. Replichiamo anche noi sua meraviglia, natura, facciamoci pornografici consapevoli eroi.

Foto: © Franco Fontana

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Hai mai letto Wislawa Szymborska?

È tornato il bianco sui comignoli, i nostri nomi risuonano sempre più stanchi nelle bocche dei parenti mentre in banca siamo numeri, numeri in posta, numeri per le agenzie statistiche. Ieri sera a Marassi, zero a zero di reti bianche, quattro insulti alla rete invece al Castellani, in toscana torna Zemanlandia. Parma s’arricchisce con le multe ai turisti nella sua viabilità incomprensibile, i musei sempre aperti, il Correggio non fa ombra a Fantantonio che ondeggia sul pallone, un’onda anomala in un mare troppo calmo, tre tuffi interrompono la quiete di Donadoni. Tu mi ricordi che ognuno porta la sua storia sotto la maglietta, non c’è più Brera a raccontarle, ti dico, tocca affidarsi ai telecronisti sudamericani di Rojadirecta che sanno i nomi dei finanzieri e dei loro figli, la storia economica del novecento italiano con la c aspirata. Mentre un’amico suona la techno in un salotto tavolini e sigarette, lui e il sintetizzatore, le mani veloci su manopoline e tasti bianchi e neri, le calze colorate della sua ragazza, e come al centro del Pantheon, sotto quel buco che onora il cielo, mi sembra per un istante di cogliere la vita e non aver bisogno di farmi altre domande e perdere speranze e rifugiarmi in attese. Fuori, invece, tiriamo in ballo la chimica come una scusa per l’attrazione dei nostri sguardi, la fisica invece è tutta un’altra storia, te la racconto domani, dico, mentre prendo a pugni la maglietta che hai dimenticato in fotografia, poi arriva il sonno. Torni a esistere in tutti i miei risvegli, l’affresco maledetto è sul soffitto, ci incollo gli occhi chiusi dei giorni bui e quelli spalancati che attendono non si sa quale primavera. Parlami ancora dei fiordi della Norvegia, dei pesci colorati che risalgono la corrente, dà a loro dei nomi fantastici e non contarli, ti prego non contarli, non contare il tempo e non guardare con quegli occhi le tute fosforescenti degli spazzini che tengono pulito il mondo dei maglioni di cashmere e dei balconi grandi della borghesia. “L’utile cos’è?”, scrivi sull’ennesimo post it, me lo lasci incollato alla copertina di Pagina 99, l’ho comprato ieri e ancora non l’ho aperto, non so darti risposte, è tutto così urgente. Non mi spaventa l’ora legale e mi consola sapere che arriveranno le quindici e lo Stadium sarà bianconero. Mi piacerebbe ammettessi che gli addominali di Pogba sono pura poesia, ma tu ascolti i Verdena, mi guardi negli occhi e pensi sarebbe il caso di andare alla mostra di Yves Klein, ti hanno colpito i neon blu elettrici, eri appena uscita da Gap, hai girato l’angolo e come hai fatto, hai già postato la foto su Instagram. I giovani favolosi sono tutti al cinema, qualcuno invece si dimentica di uscire da una settimana, con tutto quello Xanax sul comodino, trovamela tu una parola con più x. Sulla testa ci pendono lampadari, ti dico cadranno prima o poi, saremo già morti, mi dici tu, non è detto, ti dico io. Perché tutta questa ansia? Mi chiedi ancora, mentre su Repubblica.it qualcuno dice è tutto necessario, poi punti a capo, ancora a capo. Hai mai letto Wislawa Szymborska? Ti rispondo di no, spero che basti.

Foto: © Bernard Faucon

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I pensieri irraggiungibili dell’essere due

Nebbiolo e gengive rosse, labbra viola. Un’abbraccio agli ospiti, braccia dentro alle maniche del cappotto scuro, lungo fin sotto alle ginocchia, abbottonato fino al petto. Le scale a due a due, il rischio di cadere e sul finale un passo doppio per riacquistare l’equilibrio. Un pulsante piccolo e bianco e conduttori in rame per l’elettricità separano me dalla strada, il portone si apre, poi senza rumore ritorna al suo posto. Lo sguardo si appassiona all’asfalto, non ci sono stelle il cielo, in alto non guardo da giorni. La batteria del telefono segna il dieci per cento, l’amico coi riccioli torna dal concerto di Morrissey, là in quel teatro senza proteine della carne, senza animali macellati, senza sofferenza dei piccoli roditori, senza pellicce e tappeti a manto di tigre, ma speculazione e oscenità d’appalti, pensioni d’oro e lobby, che importa, mi dice, la musica è buona, chiudi gli occhi e lasciati andare, nel buio le luci al neon portano il cervello a pensieri altrimenti irraggiungibili. Raggiungimi al Cape Town, mi troverai seduto sul gradino più alto a guardare la gente dal basso e tacchi altissimi neri, le ultime pance scoperte e magliette del basket Nba indossate senza eleganza. Uno sciame nero e un ronzio di labbra rosse escono da un portone, sono così figa tesoro, ci guardano tutti. Il riccio non arriva, avrà trovato traffico di gambe lunghe, che faccio? Ce l’hai una sigaretta? Chiedo alla ragazza più vicina, ci facciamo soltanto dei gran bomboloni, risponde, sono le ultime due, lo capisci, ci servono. Certo, rispondo io, capisco bene, anch’io come voi cerco un modo per non pensare, ma non ho i soldi per un Moskow Mule, ci pensi tu? Sorride e mi fa posto sul gradino. Il rito del dove sei e che fai. Le mie risposte vaghe, tanto nessuno impegna l’orecchio dopo la mezzanotte. Così parlo per versi, tutti endecasillabi i miei, mi registro e comincio a contare le sillabe. Di fianco ai miei jeans blu capelli neri in coda, biondi a penne di pavone, più lontano un tatuaggio sul braccio e pantaloni strappati sulle ginocchia. Fumo di nero in bocca e lo sguardo a penetrare la vacuità dell’umanità notturna. Le luci dei motorini e il vociare delle compagnie adolescenti. Scusa amica, il riccio tarda, c’è più spazio lontano da te, vicino a lei e alle sue braccia colorate. Non servono le parole, ora è il corpo che crea intimità, un centimetro avanti con la testa, entrare nel campo del non ritorno, ora sai chi sono, troppo vicino per non accorgerti. Parole sussurrate, che ci fai qui? Quanto è lontana la Calabria dei nostri padri? Sai che facciamo, ora parliamo di quello che desideriamo, della scala irraggiungibile che porta alla luna quando lei si fa maga e spunta in mezzo alla distesa dell’acqua, ai cieli di ottobre e al vento che spinge le cartacce e invita al calcio. Mi annoio, tu invece che dici? La noia è soltanto un malessere, metto la disperazione sotto il braccio e le do un nome sempre diverso come si fa coi cani degli amici. Il tuo vestito nero borchiato, il tuo seno piccolo e invadente, i pantaloni stretti e il tuo sedere tondo. Facciamoci giostra questa notte, giriamo nel senso opposto a quello del mondo, scambiamoci tutte le lingue del mondo. Il mio battello naviga lungo i tuoi canali olandesi, tutti i papaveri sulla tua schiena, ora volano le rondini verso altre primavere e le persiane si chiudono sul tuo ventre, la luce del lampione ti rende bella, un bianco e nero da film, mentre ti muovi su e giù e non guardi nessuno, i tuoi occhi chiusi mentre le tue labbra si deformano e godiamo dei pensieri irraggiungibili dell’essere due.

Foto: © Bruce Davidson

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In morte di fratello Jack Kerouac

“A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito. Questa è la notte e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione.”

Era il 22 ottobre 1969 e moriva Jack Kerouac. Era il 22 ottobre 1969 e tornava alla vita Jack Kerouac.

Fu il successo a ucciderlo, una solitudine invasa dalle telecamere, dai viaggi su aerei di prima classe che non facevano mai un ritardo e cosce sode di hostess ammiccanti, litigi a causa dell’ubriachezza e il peso troppo grande dell’essere diventato un punto di riferimento per una generazione, il padre di un movimento chiamato beat che comprendeva ormai hipster, capelloni e debosciati tutti e aveva perso così la sua identità profonda. Un movimento che considerò fallito, ne uscì come un santo, martire della sua stessa aspirazione all’altissimo.

La morte lo colse al culmine della vita, quarantasette anni per lui che visse molto e scrisse molto, e possedeva verità di storie da raccontare e strade da attraversare. Gli chiesero che ne pensi della guerra in Vietnam, rispose evidentemente alterato dall’alcol che ai vietnamiti piacevano le Jeep, il desiderio era la causa del conflitto. Se una donna lo intervistava provava a sedurla, ma quale seduzione? Soltanto una spinta alla follia delle intimità, alla complessità della vicinanza. Non solo un su e giù di sessi come alternativa alla solitudine della notte, ma un incontro tra anime nude.

Bisogna essere come Jack per capirlo fino in fondo o almeno cercare nelle tapparelle abbassate uno spiraglio di luce prima della sveglia e delle otto ore del lavoro quotidiano. La beat, non era soltanto droghe, eccessi e sessualità esibita, era incontro, stile non artefatto, prosa musicale, tensione assoluta verso la beatitudine, e tutto il resto solo chiacchiere, modaiolo vociare. Non esiste un’estetica che prescinda dal sentire, la parola beat cerca l’armonia e parte dalla verità dell’uomo, testimonia la sua infinita debolezza nella ricerca di una salvezza beata. Lontani i dandy nei loro pantaloni stretti e stirati, lontane le camicie chiuse all’ultimo bottone, sfilano villosi petti per le strade d’America e le spiagge del Marocco. L’occhio furbo di Burroughs, l’urlo liberatorio di Ginsberg, tutti quegli amici che in vecchiaia portarono barbe lunghe e i cui tratti del viso assunsero dolcezza.

Anche Jack fu un uomo dolce, pauroso, fu Jack un uomo rude, coraggioso, sportivo. Amava sua madre al punto da confidarle tutta l’allergia alle scrivanie degli uffici e la sua difficoltà nei rapporti duraturi, quando bastava una piega del mignolo a farlo innamorare. Poi colazioni a base di uova e bacon e notti insonni a battere sui tasti, poco equilibrio nei giorni, momenti di lucidità per scrivere un diario che assomiglia a un Vangelo da tenere sempre sul comodino. Domande sul senso.

“Qual è la tua strada amico? La strada del santo, la strada del pazzo, la strada dell’arcobaleno, la strada dell’imbecille, qualsiasi strada. È una strada in tutte le direzioni per tutti gli uomini in tutti i modi.”

Jack parlava così, in molti pensavano recitasse, spesso capita così quando non c’è distanza tra vita e alfabeto, si rischia di divenire incomprensibili ai più. Kerouac era la sua parola.

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Poteva una donna prendersi carico di tutta quell’irrequietezza, di un desiderio per la novità delle esperienza, di un’idea di rifugio che non è casa, ma viaggio, di un’interiorità che non rimane nascosta ma esplode in parole? Poteva una donna non rimanere affascinata dall’eloquio profondo e a tratti surreali, da un corpo da Cristo avvezzo ai piaceri, poteva una donna non temerlo e allontanarlo fino a relegarlo a un’infinita solitudine?

La scrittura era necessità salvifica, consolazione e anche professione, contava le battute scritte ogni notte il fratello Jack, correggeva, rifiniva e pensava: quando pubblicheranno i miei libri e non dovrò più preoccuparmi di guadagnarmi soldi per lo sconosciuto domani, potrò bere birra di qualità e far riposare la testa su un cuscino, quando avrò il denaro necessario per non chiedere l’elemosina a mamma, quando lei mi vedrà felice e sarà consolata in vecchiaia, quando… quando poi tutto arrivò non seppe reggerne l’impatto. Il suo ultimo romanzo fu Vanità di Duluoz, cambiò stile, meno istintivo, più semplice, ricordi di infanzia, la tensione verso la grande gioia ormai depotenziata, non guardava più avanti Jack e tirò fuori una prosa stanca e sofferente, poi non scrisse più.

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Diventò una star in vita questo un cantore dei vinti e della sconfitta. Non ebbe mai paura di mostrarsi fragile, beveva e beveva perché non si sentiva a suo agio nei salotti, quando abbandonava la strada per rifugiarsi nella sua stanza fatta di letto e scrivania il mondo si faceva troppo distante fino a divenire irraggiungibile, inabitabile e per questo insopportabile. L’unico rifugio, oltre alla carta, oltre alla strada, era la tavola con gli amici fidati: lo stesso alfabeto, lo stesso sguardo, fare notte a leggere poesia, confrontarsi su qualsiasi cosa, diventare surreali in discorsi e droghe e alcol e prendere sonno senza coscienza. Perché la coscienza fa impazzire.

“Sono hip, ma non esibizionisti, intelligenti, ma senza pedanterie intellettuali fin nelle dita dei piedi e sanno tutto-tutto su Pound eppure non la mettono dura e non si parlano addosso in continuazione e sono tranquilli e silenziosi come tanti cristi.”

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E alla mattina, lucido e provato dalle notti, si interrogava sul perché delle azioni quotidiane, della riflessione buddista, delle pagine del Vangelo e di un Cristo sempre più modello di vita:

“Una tazza di caffè e una sigaretta, perché fare zazen? E da qualche parte c’è chi sta combattendo con spaventose carabine, le mani incrociate sul petto, le cinture appesantite dalle granate, in preda alla sete, alla fame, al terrore, alla pazzia.”

E provava a rispondersi mentre tra gli haiku cercava la semplicità.

“Il cielo è blu perché tu vuoi sapere perché il cielo è blu.”

Poi mille e più propositi per una vita felice: “Inoltre oggi ho deciso di non ubriacarmi più, almeno non nel mio solito modo. E’ strano che non ci abbia mai pensato prima. Ho iniziato a bere a diciottanni, ma adesso, dopo otto anni di sbronze occasionali, non lo tollero più, sia a livello fisico sia mentale. E’ stato quando ero un diciottenne che la malinconia e l’indecisione si sono impadronite per la prima volta di me, di certo esiste un legame tra l’alcool e questi stati d’animo. Le ubriacature bloccavano quella che potrei dire l’andatura del mio carattere. Quando sono sbronzo crollare spiritualmente e mentalmente diventa la cosa più facile del mondo. Allora basta. Ci vorrà del tempo, però, prima di riuscire a tener fede a questa promessa, ma devo farlo. Sembra che io abbia una costituzione che non regge l’alcool e ancor di meno l’idiozia e l’incoerenza.”

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Immaginate ora Jack, seduto al vostro tavolo con la camicia a quadrettoni, la sigaretta accesa, il bicchiere sempre vuoto, che parla della luna e del sistema solare, delle serate ancora da vivere e di quelle già vissute, non mostra strade né prospettive, vi guarda e non sorride, ma lo sentite così vicino e presente, incapace di farvi dimenticare quella solitudine malinconica che non vi lascia mai, ma capace di stare al vostro fianco e di offrirvi una spalla e ascolto e racconto. Jack è più di uno scrittore, è compagno, fratello, oltre le pagine, oltre ai romanzi.

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“Devo essere felice o morire, perché la mia condizione terrena è piena di una tristezza insostenibile e io do la colpa a Dio anziché a me stesso.”

Questa felicità, questa felicità di cui tutti parlano che cos’è, fratello Jack Kerouac? Lo immagino scuotere la testa, poi appisolarsi sul divano, un sorso di whiskey, poi a bassa voce:

“Una macchina veloce, l’orizzonte lontano e una donna da amare alla fine della strada.”

 

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A Milano il vino non è buono

Tu non ricordi quando ho indossato una camicia e per tutto il giorno ho pensato di incontrarti, avevo lasciato aperto l’ultimo bottone così se ti avvicinavi potevi chiuderlo tu e dirmi ora stai meglio. Non sarai mai mia madre e la tua saliva non servirà a pulirmi le guance quando di pomeriggio mangeremo dei coni gelato grandissimi soltanto per allontanare il tempo della tue partenze. E mentre i faggi perdono le foglie decideremo un giorno della settimana per andare al cinema, guarderemo film tristissimi e troveremo il coraggio di mangiare pop corn senza paura di fare rumore. Quando a dicembre farà freddo e ci stringeremo nelle spalle, su piazza della Moscova tirerà vento forte ci ripareremo sotto i portici di via Lovanio, tra i ristoranti di via San Marco invece penseremo all’ultima volta in cui abbiamo comprato un quotidiano e scenderò le scale di casa tua nell’ora in cui aprono le edicole. Tu mi guarderai negli occhi e mi dirai ci vediamo presto, poi passeranno ancora anni e finirò per allungare le notti in cerca di ricordi. Tutti questi futuri mi spaventano ti dico, il rischio è non vivere mai. Tu invece sei già donna, mentre io indosso magliette a righe e mi scopro timido, altre volte non mi vergogno per niente, ma è tutta colpa del vino, mi dici, dovresti smettere per un po’ e tornare a casa dei tuoi, in quel giardino dove crescono gli alberi. Là dove alla stazione dei treni i binari si assomigliano tutti, slegare una bicicletta e farsi guidare dal rosso dei semafori, non distinguere le vie per colpa della nebbia e leggere nella neve i versi di qualche studente, giovani poeti senza gloria di pagine e per muse le cosce sode delle adolescenti. Invitami a cena a casa tua stasera e dimmi cucina tu, svegliamoci così assonnati da scambiarci gli spazzolini, facciamo il caffè e poi dimentichiamoci di berlo, ti confesserò che se quando usciamo bevo soltanto acqua è perché a Milano il vino non è buono o costa troppo.

Foto: © Franco Fontana

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Ad aspettare il sole

Sdraiati sulla spiaggia coi vestiti di ieri e la notte fuori. Tutto intorno le onde, i nomi delle barche e poche stelle. Le luci artificiali sulla collina, qualcuno non dorme ancora, eppure è tardi. Senza dire nulla lui fa forza sui polpacci, si alza, corre verso lo scoglio, la camicia aperta, il petto magro nudo, tira fuori dalla tasca dei jeans un foglio di carta e lo illumina col cellulare, poi versi incomprensibili sul senso del volo. La nostra attenzione dura così poco, io e lei sdraiati uno sopra l’altro a contarci le costole, troppo freddo qui per i suoi seni adulti e i capezzoli tesi al battito del mio cuore. Una bottiglia ormai vuota, lattine di birra e scarpe gettate qua e là tra questo vento che risveglia i sensi. L’odore dell’acqua e del petrolio delle barche in sosta. E mentre lui, tornato a riva, la camicia che cede alla brezza, le accarezza quel che rimane del suo sedere lei mi guarda dice non moriremo mai da schiavi. Comincio a scavare buche, dico affondiamo le dita fino a toccare l’acqua che sta sotto questi milioni di granelli, chissà se sotto la sabbia che sostiene il mare c’è ancora altra acqua e poi ancora sabbia e fino a quando tutto questo continua. Lui mi bacia le labbra dice volare o sprofondare sono la stessa cosa, per ricondurci al centro di noi non ci sono regole né strade segnate, ma quale scopo? Interviene lei, dice al centro abbiamo soltanto il sesso e non mi sembra ci sia nulla da cercare, possediamo tutto e facciamo finta di non saperlo. Che cazzo di discorsi, dice lui, la prende da dietro e la abbraccia forte, le sussurra all’orecchio, sei così bella quando te ne stai zitta. Lei gli morde una guancia, dice vacci piano, potrei avere un attacco di panico. Tiro fuori dalla tasca una pastiglietta bianca, questa ti calma, dico, lei dice abbracciami, io dico no, dovremmo fare come le luci della città, spegnerci ogni tanto e lasciare gli occhi chiusi, le mani che scoprono i contorni e brancolano in un buio che non è notte. Lui scrive qualcosa sul foglio, volete leggerlo? Dice:

Sulle montagne il mare,

qui,

posso cogliere un fiore.

Basta un haiku a mettere fine ai nostri progetti sul mondo? Ritorniamo a noi, dice lei, prendo la macchina, vi porto a casa. Sono d’accordo, dice lui, torniamo. Eppure dovevamo andarcene per saper ritornare. Non dire cazzate, lo rimprovero, poi cerco le chiavi, ma nella tasca non ci sono più. E ora? Ci mettiamo a cercarle, le nuvole coprono la luna, schiene piegate, poi giù a quattro zampe, le stelle così rare e la luce dei nostri cellulari. Ci ritroveremo a mattina ancora sconfitti ad aspettare il sole.

© Jeff Wall

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Pacche sulle spalle, Vodka-tonic e Moskow-mule

In san Gottardo ad aspettare un tram che non arriva mai. E trapestio di passi sotto le insegne dei locali. Abbasso il cappuccio sulla fronte e cammino veloce, evito le mandrie e incrocio gli occhi di chi cerca fuori dall’ordinario l’occasione di un incontro nuovo. Tra pacche sulle spalle, Vodka-tonic e Moskow-mule, urla sguaiate e patatine fritte, pastasciutte stracotte e pizza fredda, scivolano le dita sui cellulari, scivolano e accarezzano immagini d’altrove, e richiami agli sconosciuti in messaggi brevi. Nei ristoranti le luci basse per non distinguere i volti, così impegnati a parlare di noi ci scordiamo i nomi degli altri mentre ci facciamo venire in mente un’idea per posticipare il ritorno a casa. C’è un bambino che gioca sui sedili posteriori di un’auto in sosta, il finestrino è abbassato, papà e mamma chissà dove se ne sono andati. Gioca col lego, poi si stufa, sfoglia un libro e fa della bocca una “o”. E intorno i curiosi, prima uno, poi l’altro, circondano la Bmw e salutano l’infante, attirano la sua attenzione battendo l’indice sul vetro. Una ragazza bionda, labbra rosse e scarpe in velluto, dice all’amico chiamiamo qualcuno, la polizia. L’amico sorride, il bambino saluta. Lei insiste, che gli diciamo alla polizia? Lo lasceresti tu un bambino da solo? Quello chiude il libro, fa ciao ciao con la manina e si sdraia sulla schiena, le mani sotto la nuca, poi chiude gli occhi, sembra che dorma. Chiamala la polizia, su forza. Arrivano la madre e il padre, arrivano col cane al guinzaglio, si chiedono cosa è successo, i giovani si spostano, qualcuno succhia da una cannuccia, qualcuno instagramma una fotografia. Si aprono le portiere, la mamma accarezza il bambino e appoggia la piccola testa bionda sulle sue gambe, il padre mette in moto, il cane non abbaia. La Bmw parte, parte e non saluta. I giovani parlano, la responsabilità degli altri valgono discorsi, ancora una scusa per nobilitare un sabato sera. La foto del bimbo riceve molti like, è così tenero, così carino. Io qui, il copriletto color pastello, i piedi nudi e la barba fatta, mani sotto la nuca guardo il soffitto e poi chiudo gli occhi, la mandria è fuori, silenzio tra i muri. A cosa pensava il bimbo? Dov’è quella quiete che dimentica il pubblico e ha la certezza che i propri cari prima o poi torneranno? Strizzo forte gli occhi, milioni di stelle e poi il bagliore, ci sei ancora tu e non saluti, le tue gambe magre e canzoni. Così non dormo, faccio mattina. E più voglio scrivere di te, più scrivo d’altri.

© Bernard Faucon

© Bernard Faucon / Agence VU "le temps d'avant" La balanoire N¡ 9976

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Al rossetto rosso

Dei miei sedici anni il ricordo della paura per labbra al rossetto, l’amicizia con le poltrone delle discoteche e le quartine incomprensibili dei latini. Poi gusci di noci e autunni di castagne, inverni per liberare la morale dal ghiaccio e finalmente la città, i calici alzati per apprezzare la libertà d’aprire una bottiglia a casa d’altri. E fuori rotaie e tram in ritardo, giacche di pelle su spalle strette, cappelli da baseball di tre quarti su giovani fronti. A pancia piena e gengive viola quel che resta della notte non vuole riposo di federe bianche, è curiosità d’incontri, rum e coca e capelli neri. Divorare la strada, per meta l’alba, il piede batte sui sampietrini, il barista versa liquidi colorati e indovina i nomi degli sconosciuti. Guarda i triangoli disegnati sulle magliette puntano verso l’alto, ti dico, mentre disprezzo le camminate sgraziate e cerco sorgenti tra caviglie troppo larghe e luce artificiale di lampioni e fanali di automobili. Poi l’abbaglio del rosso al centro di un viso e pensieri di letto e lenzuola disordinate. Scivola sul mio petto la tua parola maldestra, scivolano i tuoi denti bianchi, il naso piccolo e i tuoi movimenti a scatto. Parlami di Berlino o Copenaghen che differenza fa, sui lavandini dei locali, a notte tarda, le emozioni travolgenti degli studenti e baci marci, non siamo poi così diversi noi dalle cannucce che nuotano dentro ai cocktail, sempre due e sempre nere. Poi allontanare il mattino appoggiati a transenne di ferro, fuori il mondo della responsabilità e vuoti dentro di noi, poca attenzione ai discorsi, ai quadri sulle pareti che, oh rabbia, definisci postmoderni, alla moda del nero e i sogni di ragazze yéyé coi jeans troppo alti e l’accento di Brescia, di Mestre, Catania e tutto il resto. Dovremmo prendere il treno per dividere la nostra intimità con le mani rovinate dell’operaio dell’est, e imparare a rompere anche le catene che portano al collo i sudamericani. Quando ti chiederò dove andiamo risponderai sempre al mare. E mi racconterai di New York e dei ghetti del cuore, io guarderò soltanto le tue labbra, te ne accorgerai troppo tardi, troppo presa tu con gli specchi a sistemarti i capelli. Come giraffe noi, allunghiamo il collo soltanto per cercare il profumo, e dimentichiamo troppo in fretta i nomi degli alberi.

Foto: © Giulia Bersani

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Balconi per salutarci

Gli occhi aperti per riprendere il controllo: le prime pagine dei quotidiani e la bacheca di Facebook. Sul fuoco il tè verde che il nero ti agita, i tuoi muri sono azzurri, il cielo di Milano invece no. L’autunno trascina le palpebre ai piedi di un letto ancora sfatto, sulla strada sguardi piegati accarezzano l’asfalto. Il fumo sulla tua tazza non è un incendio, ti scaldi le guance e pensi a qualcosa che poi non ti ricordi. Soltanto gli infanti, nei passeggini delle madri, pronunciano frasi sconosciute che risuonano nei tombini per il risveglio dei topi. E sui navigli andirivieni di nostalgie, i supermercati aperti con le insegne accese e le cassiere sedute di tre quarti su sgabelli troppo alti, e decine di bar, le tavole da apparecchiare e i grembiuli neri dei camerieri. Negli uffici le solite luci al neon che mai si consumano e confondono le ore. Una vecchia, all’ultimo piano di un palazzo di ringhiera, apre la finestra, si sporge e saluta i passanti, nessuno la vede, lei ferma la mano, guarda in alto e pensa chissà cosa c’è dietro le nuvole, un altro cielo, uno ancora, e sarà bianco, dove finiranno i colori e se ne andrà prima o poi la vecchiaia, torneranno quegli uomini che fischiavano al suo passaggio quando attraversava in bicicletta le campagne del sud? Rimane incantata nella sua vestaglia a fiori piccoli, le squilla il citofono, è il postino, suona sempre a lei perché è mattino e gli altri lavorano, in quello squillo c’è il mondo fuori, si chiede se è ancora vita quella di chi rimane sempre solo. Così rientra in casa, apre il cancello, la mano sul calorifero, aspetta che accendano i riscaldamenti, che si sbuccino le arance e l’umidità che tanto male fa alle ossa scompaia con la neve di gennaio. Fuori dal cemento, le opinioni degli altri rendono elettrica l’aria, ci prendiamo un panino per pranzo, stasera aperitivo, happening, facciamo un cinema così la smettiamo di parlare del nulla o dei diritti dei gay? Sentinella è gergo militare, cosa rimane dell’alba? Ibiza o Santorini, le rievocazioni storiche della Toscana e i balli di Puglia. I teatri sono così cari, i taxi così cari, che senso ha fare tardi? Al riparo dei fuochi della cucina mettiamo a cuocere le prime castagne, il vino rosso sostituisce finalmente il bianco, le gengive si fanno rosse, le guance rosse. Mi dici che c’entra tutto questo con me? Che senso ha tutto il nostro girare in tondo per cercarci e non trovarci mai? Perché non torni a Parigi? Perché non la smetti con tutto questo vagabondare? Mi guardo allo specchio: camicia, pantalone e cappello. Soltanto forma mi dici, soltanto estetica, quando la smetterai? Te lo ricordi quel garage, il materasso posato per terra e libri dappertutto e fogli dappertutto e dei computer bianchi nessuna traccia e in tasca soltanto monete e carte Sip per chiamare dalle cabine? Sei fuori tempo, ti dico, mi sono perso, l’acqua è alta, affogo un po’, poi riemergo, son così bravo che non te ne accorgi, l’acqua rimane nelle scarpe e sul risvolto dei pantaloni, il disastro è sotto gli occhi di tutti, ma il tuo sguardo è altrove, amica dell’alto tu. Sei nemico dell’ironia, mi dici, potresti salvarti e invece se noioso. Saluta la vecchia, là, sul balcone, tu che guardi in alto, tu puoi.

Foto: © Bruce Davidson

WALES. 1965. "Welsh Miners" series

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