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I film di Lucarelli non ci fanno paura

I film di Lucarelli non ci fanno paura. Ho trascorso la notte aggrappato alla bottiglia, la birra mi gonfia lo sai e il vino mi va tutto sui fianchi. Sull’orlo del bicchiere i segni delle mie labbra belle gli aloni fradici della mia immaginazione che l’attesa di un incontro non porta a nulla e hai voglia a picchiettare il tavolo fare a brandelli i tovaglioli ridicoli la carta velina per i nostri sguardi trasparenti. Noi che sappiamo guardarci le spalle e consumiamo gli occhi nei particolari che poi la notte grondano di congiuntivite con le tue lacrime il mio collirio il nostro liquido di contrasto vengono a galla i malanni gli aloni sfumati dei nostri cuscini sudati. Dovremmo lasciare tutto sul letto e chiuderci la porta alle spalle e sulla soglia urlare le canzoni di Mina oilì oilà e pisciare quando ne abbiamo voglia benzina sui muri bruciare così gli animali che siamo stati i baci donati i peli scarsi delle tue gambe depilate. Io non lo so cosa ci spinge a tirar fili sulla muraglia cinese a cercar l’equilibrio sfidare il vuoto per appoggiare le scarpe alla corda per stendere le mani aperte e un passo e un altro per non cadere per non guardare in basso concentrati come siamo su noi stessi e quando ci chiamano non rispondiamo ascoltiamo l’aria e se cambia il vento noi fermiamo il piede. E non ci sono gonfiabili per le cadute, non ci sono laghi per affrontare gli abissi, cadremo soltanto quando sarà il momento che sentiremo il richiamo dell’erba e affideremo i pesci rossi al vicino e dormiremo la notte e metteremo merende nelle cartelle dei nostri discendenti. E poi mi chiederai come è stato mi sveglierò sudato e prima o poi tu ci sarai per dirmi dormi che ancora c’è tempo che è tutto silenzio e incroceremo le dita per farci forza che se ti guardo dal basso mi vengono ancora le vertigini.

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Frecce per annunciare le svolte

Poi prestami una scala che voglio toccare il soffitto cambiare le lampadine bruciate e fare luce su questa stanza che non sarà sempre giorno. Le altezze non mi spaventano più ti dicevo che ero tutta carne, che volevo raggiungere la bellezza perfetta e non ho mai trovato una donna che mi mettesse in difficoltà con le sue braccia deboli i suoi trucchi poveri, che s’addentrasse nei pozzi del mio ansimare nelle mie pause tra le respirazioni notturne e non parlo di sgambetti tra adolescenti, di porte blindate tra cosce bianche. Il mio cuore abituato alle tachicardie fatica a godersi l’ora chiara del dopotramonto. Dovremmo imparare a sederci io e te e far del silenzio un discorso. Le parole sono troppo importanti per farne cascate e lavarci i panni sporchi le macchie di vino sulle nostre coscienze. E il vuoto rivela i contorni lo sai come quella volta di prima mattina il tuo cappotto lungo il cappello giallo, che anche il Duomo si è sporto per guardarti la tua passerella con Vittorio Emanuele secondo a chiederti come stai dove vai. E poi non eri tu, ma avevo raccolto le briciole riempito i miei occhi per la colazione dei passeri e il loro voli a saltello. Coi frecciarossa che fanno ancora ritardo mi ha chiamato un amico passo da Roma per raggiungere il mare e non ti puoi immaginare quanto è bella. Non abbiamo parabole per descrivere meraviglie. E avrei voluto spedirgli quei bastoni a Y per la ricerca dell’acqua per trovare ristoro tra le tue guance e passare la notte avvolti nella tua lingua lunga. Gli incendi dei miei condomini, i piani alti dei miei farò tornerò i miei sguardi profondi per illuminare la notte. Il faro rotto del mio motorino e le frecce per annunciare le svolte. Ma ho dormito poco stanotte e mi perdono queste incoerenze. Pensa di meno suda di più. E non voltarti al primo rumore tanto lo sai che Milano è un cantiere come quando avevano messo i ponteggi sulle spalle del Duomo e li avevano coperti di foto per darci un’idea del rosa dei marmi. E poi una mattina non c’erano più.

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Come gli autunni sfioriamo di giorno

Col peperoncino che invecchia tra i denti le nostre ansie notturne i balconi per gettare i nostri vestiti usati l’arco disteso della tua schiena e i fili invisibili dell’alta tensione con le parole piccanti che ci tatuiamo addosso mentre i cinesi sputano ancora per terra. Noi che siamo esseri del sud, figli del Titicaca, mastichiamo foglie per tenerci svegli versiamo frustrazioni sul palmo delle nostre mani e ci mettiamo in ginocchio per donarle alla terra. Come gli autunni sfioriamo di giorno e per la notte conserviamo scheletri sotto le stelle. Le ragnatele dei nostri film interiori gli schermi accesi per gli sms e i flipper dei nostri condizionali per l’ansimare dei passanti e i semafori con la febbre gialla. Che dalle mensole ti cadono addosso i libri dei morti dei premi nobel che abbiamo appeso alle pareti per consolarci per dirci che abbiamo le conoscenze. Mi hanno detto che ha fatto tempesta che a Roma è sbarcata la Cornovaglia e ti scaldavi sfregandoti il tè verde addosso coi bisogni dei cani per farti prendere aria per i tuoi parchi giochi le medicine alternative dei miei pensieri di oggi che non mi guardo le scarpe e con gli sbuffi sistemo i capelli. Sono le undici che fai dormirai? Dovrei prendere la bicicletta e cercarti al lago che ti sarai tolta le scarpe e sarai bianca come la via lattea che splendi solo col buio e per l’inquinamento luminoso i grattacieli le antenne periferiche delle tivù Milano è troppo piccola per tutti e due. Faremo come i satelliti destinati alla ricerca scivoleremo tra i corpi celesti le nostre orbite circolari per la necessità della specie per i bisogni fisiologici dei fratelli come i meridiani che non si toccano mai noi senza accorgercene saremo costellazioni. E ci daranno finalmente un nome e brilleremo per sempre che dalla terra tutto è una stella che dalla terra tutto è una stella.

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Anticipazione 1

(…)

Ero solo, nella mia camera che è tutta letto, che non c’è spazio nemmeno per una poltrona. Il computer appoggiato sulle ginocchia, guardavo le tue foto una per una e poi ancora e poi ancora come se potessi trovare qualche particolare nuovo che ti facesse apparire più brutta di quello che già sei. Che non ci si comporta così. Tu e i tuoi narcisismi particolari, di quella notte quand’andavamo in cerca di un cinema ancora aperto. Erano circa le ventidue della sera il tuo abito lungo e le tue scarpe basse; camminavi lenta come a dire che non riuscivi a starmi dietro che donne e uomini hanno passo diverso. Di cinema in cinema evitavi i miei sguardi e proiettavi gli occhi all’insù che la Madonnina è sempre illuminata e ovunque protegge questa Milano allo smog.

E poi il film l’abbiamo visto, ma io non ricordo nulla. Nemmeno i titoli di coda. Mi hai detto non un granché, il film intendevi che poi non è che parli tanto. Ti annoiavi, lo so, ti stiracchiavi per farmi sentire gli scricchiolii delle tue ossa, gli scatti dei tuoi muscoli, per dirmi sono agile, ma non così tanto da adattarmi ai tuoi discorsi improponibili. Quando ti dicevo che per sapere qualcosa di noi non abbiamo bisogno di guardarci allo specchio, che il vetro è bugiardo perché è la proiezione delle nostre idee, che se ti pensi grassa ti vedrai grassa; che invece avremmo bisogno degli altri per guardar dentro a noi stessi, per capire ciò che va e non va che non siamo mai tanto grassi come pensiamo.

E quando ha fatto chiaro in sala e buio fuori ci siamo fatti coraggio e ci siamo alzati in piedi e tu mi hai detto vado in bagno, io ti ho detto anch’io e quel tu che fai, mi segui? Ho risposto no, mi scappa, vuoi che la faccia qui? Hai storto il naso e là ho capito che la serata era finita e avevo sbagliato tutto un’altra volta. Hai fatto pipì, hai detto ciao e un bacio in guancia guardando l’arrivo del tram. Hai fatto forza sui tuoi polpacci grossi e sei salita e ti guardavi le scarpe, i tuoi piedi storti.

Ti ho vista sparire e ho dimenticato gli occhi sulla strada. E là ho pensato che avrei dovuto cominciare a fumare. Ma non l’ho fatto. Manco una sigaretta. Che poi non respiro la notte e mi giro nel letto come le trottole con le lenzuola che si impigliano tra le dita dei piedi e metti che poi divento un bruco e non respiro più? Io che vorrei morire da eroe.

E invece vivo da vile. In una casa piccola per gente piccola.  (…)

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Another brick on your wall

Questi deserti dopo che ci siamo fatti tempesta. Che sapevamo di sale di rondini e primavere con le piogge tra le tue gambe e i nostri occhi lucidi per scivolarci addosso. Sui raggi del sole appendiamo lenzuola pulite e per gli appuntamenti lasciamo i fiori ai prati le scarpe bucate e i pensieri di oggi la colonna sonora per i nostri incontri alla rovescia. Che eravamo solo fumetti le nuvole basse delle nostre parole i nostri wow bau mao e poi copriti un poco che prendo freddo. I cuoricini sulle tue mensole che per la proprietà privata pisciamo dai ponti another brick on your wall e questi carillon con le cariche brevi che potevamo danzare la notte e hai preferito il silenzio. E sulle tue fotografie i baffi e la barba per allontanarti. Per questa camera sola che s’è smarrita il tempo d’un pomeriggio chiamiamo i pompieri i cimiteri il pronto soccorso dei nostri passati prossimi e le labbra rosse delle teenager i baci sulle tombe per gli amori impossibili. E quel cuscino tra le mie cosce per addormentarmi, per la morbidezza dei tuoi abbracci mancati dei tuoi occhiali griffati. Tutta questa idiozia chiamata curiosità che vorrei l’inverno il tuo maglione bianco a collo alto per arrampicarmi sulle montagne e leggere leggere leggere di quando eravamo giovani di quando eravamo sciocchi e rinunciavamo al piacere per la decenza la raccolta differenziata delle nostre emozioni. E invece siamo qui questa città proiettata sulla schiena dei palazzi le discoteche zuppe i teatri vuoti dei computer portatili i nostri viaggi nella terza dimensione e per rimboccarci le guance le sveglie giocattolo le nostre coscienze supine lo scotch di carta per gli appelli della mattina. E il traffico fragile dei pendolari le astronavi galattiche per farci guardare e poi vai a lavorare. E poi vai a lavorare.

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Per il grandangolo dei nostri sguardi

E’ estate lo sai ci danno di gomito coi lavori in corso. Il martello pneumatico per le nostre sveglie. L’effetto domino delle notti le regole dei giorni a venire i tuoi mi sveglio presto e locali vuoti di quando uscivamo il lunedì sera. Che guardavamo Milano dal settimo piano risplendono ancora le lucciole le notti accese degli uffici pubblici e nei baustelle le spine dorsali dei grattacieli. Coi geyser dei nostri ieri l’altro i nostri plaid le carezze in musica per non sfiorarci. E tra stranieri ci si intende meglio le parole semplici e gli occhi tondi dei pesci le nostre mani di bianco sulle sofferenze le basi solide delle nostre esistenze. Noi che dovremmo prenderci in spalla per il grandangolo dei nostri sguardi per sollevarci dalle panchine verdi dei parchi dai cartoni tra i portici per le notti insonni. E tra il Polo Nord e il Mediterrano il lungo viaggio della balena le nostri similitudini coi migranti le cicatrici del continente i viaggi per mare a pescare orizzonti. Che abitavamo la terra e mancava di sale buttare la pasta lasciare la spiaggia e senza remi affondare che solo nell’acqua si impara a nuotare.

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Le dimensioni tantriche dei nostri amori

Cappuccino e brioches, i giornali rosa con la lista degli acquisti, gli editoriali di Scalfari e la manovra finanziaria contro ai marciapiedi. Le gomme esplose e queste correzioni non metteranno toppe alle nostre tasche. Con gli occhi a braccetto per i tg della sera per combattere contro la congiuntivite i panorami squallidi dei parchi giochi, i materassi a molle i tuoi salti a piè pari sull’adolescenza. Abbiamo lasciato le sofferenze i ciccimerda i nostri malori pomeridiani tatuati sulla schiena dei treni in transito. Le nostre stazioni le nostre cadute i ladroni magri del sud del mondo e i braccialetti colorati per la resurrezione. Tengo ancora nel cassetto pezzi del muro di Berlino tra il fucsia e il rosso i tramonti delle frasi dei cessi degli autogrill. Noi cani sciolti di lusso i corsi e ricorsi storici le dimensioni tantriche dei nostri amori. Per tutte le volte che ti ho chiesto come stai le tue risposte bene e punto gli appuntamenti immaginati e la verginità del tuo numero di telefono. Che puoi dar corda alla lingua, per le boccacce venute male i tuoi occhi in fuori il districarsi polpico dei miei pensieri con gli occhi strabici per gli scontri dei nostri sguardi futuri. Che sei immorale immortale dei tuoi vent’anni delle tue foto le dive anni quaranta una calza abbassata una scrollata. Quando il sipario s’abbasserà non gireranno più film tra Roma e dintorni i dvd tra gli scogli per dirci ero io per dirci ti ricordi per il mio petto nudo i capelli al vento perché è più coreografico. L’automobile di Jules e Jim e quei triangoli improponibili la corsa in mare dei cento colpi che ti ho seminato addosso e sulla pancia ti ho scritto i love you.

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Signorina lingua lunga coraggio è tardi

Signorina lingua lunga coraggio è tardi. Togliamo la parigina alle scarpe e prendiamo in ostaggio le gelaterie coi piedi nudi per proteggerci dall’afa di luglio. Le mie librerie in legno per tutte le cose che non sai, i miei dischi strafatti di pennarelli e l’originalità di Berlino musica per le tue orecchie. Finnegans Wake e quella lingua ruvida che non sappiamo leggere tra le righe. Le veglie, le due del mattino parcheggiati sui marciapiedi a salutare le turiste con gli abiti tutti neri i tacchi storti. E tra nuvole di moscerini improvvisiamo danze della pioggia per liberarci dall’ansia da prestazione. Quando sotto il balcone di casa tua scrivo le ultime righe di una storia mai cominciata. Ti divertirai anche tu alla veglia. Ci stringeremo le mani per un nuovo piacere, per tornare a guardarci negli occhi come al tempo dei primi brindisi. E aspetteremo che faccia giorno seduti sul letto senza toccarci senza provarci soltanto ascoltarci e poi mi dici che è difficile che siamo fatti di carne come gli hamburgher e diamo il meglio di noi a fuoco lento. Come in quella scena di Radiofreccia con le auto esplose, le gambe incrociate e i prati neri. Quel vuoto che ci fa guardare fuori perché non sappiamo più che fine abbiamo fatto noi che ci iniettiamo la vita con la curiosità degli incontri. Che ci battiamo sul petto il “ce l’hai” delle scuole elementari le nostre nuove vie di fuga: ce l’hai, ce l’hai, ce l’hai anche tu questa malattia. Questa rincorsa agli applausi che sul palcoscenico non ti riconosco.

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E poi mi chiedi che c’è perché proprio te?

I cantieri non cantano più. Questa esposizione di scheletri ci ha tolto la sosta anziana dello sguardo. Tra i tralicci dell’alta tensione e il colore dei tuoi panni stesi c’è ancora qualcuno che sogna Lisbona e propone barbecue ai balconi. Le donne rare sono già impegnate, si sa, ci sono corse con le partenze ritardate che ero contro il servizio di leva e usavo solo pistole giocattolo. Niente spari in partenza. E vederti è effetto domino con le pareti che ci crollano addosso e noi che ci ripariamo sotto ai tavoli come in quella scena di se mi lasci ti cancello quando facciamo da grandi le parti dei bimbi. E tu che hai sedici anni e poi dodici e domi mezzi uomini con lo sperone della tua schiena. Sopra di me c’è soltanto una pala contro il caldo i miei capelli disegnano tende per i nostri sguardi. Saremo grandi amici mi hai detto e poi è saltata la corrente. Come a dirci che non c’è luce sul futuro le gallerie poco illuminate della A1. Anche le notti si svegliano e si stropicciano gli occhi per guardarti che da vicino sei ancora più bella. Laverò il respiro ai semafori, al tuo astigmatismo nascosto. E quando parlano del rogo dei libri tu pensa alle ballerine, giovanne d’arco con le tette rifatte in fila per i saldi di luglio. E poi mi chiedi che c’è? Perché proprio te?

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Beviamo solo birra chiara

Ci stanno marcendo le pozzanghere addosso e tu non te ne sei neanche accorta. Ho rottamato le mie Camper nella pattumiera le cipolle andate a male questi imbarazzi tropicali. Dai sacchi neri spuntano vuoti a rendere. Nascondiamo tutto negli armadi, negli stipetti delle cucine le polveri sottili ci prendono le impronte digitali. La polizia non ci sta più alle costole a noi che abbiamo smesso di fumare che per non fare tardi beviamo solo birra chiara. Il mio romanzo è quasi finito, questo quasi me lo sono tatuato addosso ormai. Erano anni che desideravo un tatuaggio e lo portavo già dietro la schiena. E per i piercing aspetterò che sia tu a bucarmi la lingua. Le lacrime di Milano per ricordare Testori, i centocinquant’anni di storia con la bandiera bianca e i negozi del centro che non vendono più la pantera rosa, i puffi che sono diventati un film e i barbapapà si comprano in edicola. Mi sono anche stufato di dipingere astratti con le parole. Questi grafemi che non raccontano che memorie per quando saremo vecchi e sogneremo di gettarci col parapendio. Quando sulle bmx impennavamo di giorno e contro al sole bastava il cappello. Le nostre felpe facevano i pali alle porte e rubavamo l’uva al vicino. Quella più verde, quella più dolce e ci tappavamo il naso quando arrivavano le coppiette difendevamo la lingua dall’altro sesso che ci faceva anche schifo bere dallo stesso bicchiere. Femminucce direte voi che siete diventate grandi in fretta e sapete cos’è una convivenza. Cresceremo anche noi, lo sai, si vede dalle tibie. Diamo pagelle alle vostre forme aperte. Voi che avete dato un nome ai vostri figli. Voi che sapete dar tregua alle labbra. Noi che giochiamo al calcetto. Noi che abbiamo scelto il quasi quando potevamo tatuarci il tutto.

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