Archivio dell'autore: Marleo

Come gli ombrelli dimenticati

Non correremo la maratona di New York.

Tra le macerie delle nostre feste della domenica le nostre strategie per non pensare. A casa presto, domani il lavoro.

Coi vicini che si esprimono ad urli e rancore per le sigarette spente nei vasi delle piante grasse.

I contenitori dell’immondizia zuppi dei nostri avanzi e tutti i tuoi rifiuti sistemati in lavastoviglie tra una forchetta e una tazza. Apparecchieremo un’altra tavola un giorno e la tovaglia sarà così bianca che proveremo il gusto di sporcarla. E vino nei nostri calici in affitto, tutto intorno a noi le indicazioni delle scadenze. Una casa a tempo e quegli amori che rifiutiamo perché ci siamo abituati a consumare in fretta per farci saltelli sulla parola fine. Così abbiamo deciso di non partire che i soldi sono sempre troppo pochi e le mete infinite, il rituale del cavatappi per queste serate solitarie, la pioggia di novembre e il giorno dei morti.

Gli amici e una pizza, tra le parole diventiamo due e poi tre e ci facciamo a tranci, poi a brani tra i colloqui di lavoro dei film e la sincerità del reale. Non ci prendono mai.

Le nostre strategie rinchiuse in un App e questi smartphone che ci indicano la strada. Con Google Maps ci siamo incontrati e quando ti ho accompagnato a casa non volevo salire e nemmeno salutarti per sempre. Sarei stato sotto al portone fino al mattino soltanto per sapere che se ne fanno delle attese gli ombrelli dimenticati. Poi ti ho scritto due righe e mi hai risposto che eri morta. E Capossela veniva a prenderci sotto il paltò per riscaldare le notti, noi accolita di rancorosi lo sai che una volta ci siamo incontrati e non eri in te? Non mi ricordo. E poi dicevi che scrivo come Vasco Brondi e io non sapevo cosa rispondere e ti domandavo di Tondelli, Ginsberg, Keruac e il gruppo ’63, ti urlavo non è così, sono un diverso.

E nelle nostre dimenticanze ci gettiamo i litigi dietro le spalle, quando mi scrivi che guardavamo Ciprì e Maresco su YouTube, Rocco Cane e i quattro ladroni, Signò Belluscone voglio una birra, quando ci porti la birra, ti sei dimenticato che ci avevi promesso una birra? Le carezze dell’ubriachezza e poi il divano, i nostri contratti che non si rinnovano, i diritti negati alle donne incinta e il nostro professionismo da 66cl. E ora vieni a dirmi ti aspetto per un brindisi e a me viene soltanto in mente una domanda: a cosa brindiamo? Poi mi prendi la mano e sostituisci un chi a quel cosa. E ci battiamo un cinque alto. E Pam andiamo al supermercato, che quella birra ce la compriamo, che Chi vive aspettando, chi aspetta sperando, muore cagando, che lo diceva Nicola Lo Russo in Mediterrano, 1991.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

A Milano salutano solo i senegalesi

A Milano salutano soltanto i senegalesi e lo fanno per interesse.

Il tuo ciao e poi il mio nome: il risultato di questa pioggia. Lavare via i tuoi contorni per cancellare lo spazio che mi separa ancora da me.  Non ci sono distanze calcolabili tra gli sguardi accennati dietro ai computer. La stagione invernale e il cuore ricoperto di ghiaccio, non batte più il tempo caldo del mese d’agosto. Una birra chiara e poi a spasso tra i vicoli stretti di Brera e quelle danze stanche al fumo delle panchine bianche di San Lorenzo. Ed io che mi ritrovo ad essere uno di quelli che se ne va in giro a pensare a cosa non va negli altri. Perché le bariste ci appaiono tutte belle, i cantanti e le ballerine e tutti quei desideri proiettati sulla parola celebrità per poter condividere qualcosa con gli altri e l’argomento dei nostri discorsi sui treni della provincia. Che siano isole o la x delle rappresaglie canore, i quattro anni dati al ladrone e le esultanze scritte perché rimangano il tempo di qualche caffè. Non leggo un libro intero da più di un mese, mi accontento di citazioni e rime sparse. E ti aspettavo come si aspettano gli uragani, avrei voluto che rivoltassi la mia vita fino a lasciarmi vestito soltanto dei miei calzini spaiati. Tu ed io e il letto che si rimpicciolisce perché lo guardiamo dall’alto, e siamo l’uno tra le gambe dell’altro, aspetta il tuo turno e non fare il furbo. E in questo autunno che ci disperde gli ormoni e si compiace in foglie gialle desidero soltanto una birra scura per sporcarmi le labbra di bianco e somigliare a te per qualche secondo. E poi vergognarmi delle mie debolezze e poi esaltarmi per i tuoi punti fermi. E mi ricordo della pangea, e di quando ti dicevo che una volta tutto era casa e il mare rimaneva intorno per guardarci. E chilometri e chilometri per guardare il doppio azzurro degli orizzonti, il nostro pellegrinaggio prima di farci morte in orgasmi. Poi la deriva, la separazione dei nostri continenti, il tuo cuore a est e la tua bocca morbida sulle scale dei palazzi eleganti. Ma con i puzzle io riesco male. Mi perdo i pezzi. E per le immagini uso le parole, e tutto è evocato, soltanto proiezione di memorie, niente di vero. Nulla di più.

Quadro: Vincent Van Gogh

Contrassegnato da tag , , , ,

I giovani, i giovani, i giovani e il ministro Fornero.

I commenti non sono richiesti direte voi. Ne hanno parlato già in tanti.

Cerco i rami più resistenti per appendere l’altalena e spingermi con le gambe e togliere i piedi da terra per prendere il volo. Non ci sono alberi qui.

Poi sopra un palco, davanti a un microfono, fuori dalla camicetta bianca, al posto dei tuoi seni acerbi ci trovo le parole del ministro Fornero. Che i giovani tutti cercano un lavoro e che non devono essere troppo choosy, come dicono gli inglesi. Quello stranierismo da rotocalco e la gestualità delle mani per il vuoto pneumatico della coscienza. Ogni parola ha un peso, ogni discorso un altoparlante. Perché, ripeto perché, why se è più comprensibile, perché non il pensiero prima della parola? E poi perché l’inglese? Quale sapienza è nascosta dietro il suono molle dell’aggettivo choosy? E l’italiano dove è andato a finire? Puoi dire tutto e niente servendoti delle lingue altrui e perdi della verità della madrelingua. Il modello è al di là del mare e il resto soltanto un paesaggio mediterraneo da contemplare: le vacanze in Sardegna, il vino buono e le anticherie di sua maestà l’Italia andata della storia.

Le preoccupazioni delle mie nonne: troverai un lavoro sicuro, una casa, un’amata?

Gli insegnamenti del passato e il grido dei vetturini. E merda fuori dai teatri. E abiti lunghi, rose gialle con la balera e le processioni infinite per il santo e andare ben vestiti dal padre della sposa per chiederle la mano.

La filautìa dell’oggi e lo scoglio grande della parola futuro.

Una casa precaria, un lavoro precario, un amore precario. Abbiamo lasciato le sicurezze in naftalina per riprenderle un giorno o lasciarle ai desideri dei tarli.

La clandestinità del nostro pensiero ridotto a lamento sui blog fatti di moda e sciocchezze. Ci inventiamo les mots du jour per ricevere un like sulla bacheca di facebook, il surrogato di un bacio e di una pacca sulla spalla. La stretta di mano e lo sguardo perso sul culo della passante. Questo bisogno di una riconoscenza immediata che ci fa dimenticare la realizzazione grande dei nostri desideri e i sogni incisi sulla pelle soltanto con i tatoo. Le frasi degli altri.

La pazienza infinita della mendicanza. E i lavori saltuari. Sottopagati, sottostimati. E hostess, e steward, baristi, cameriere, e pubbliche relazioni, e agenti di commercio e impiegati al call center. Le nostre esistenze al nero di sette euro e i nostri cervelli al servizio del denaro degli altri. Siamo abbastanza choosy?

Quando la mente umana crea e si fa genio prima dei trent’anni. Quando la vita attiva dovrebbe far da piede sinistro alla contemplativa.

E ci costringono al vestito, al treno, i viaggi interminabili per raggiungere il grigio dei palazzi. Gli uffici piccoli e le scrivanie unite per ottimizzare lo spazio. Ci espandiamo in verticale noi che siamo fatti per gli orizzonti, e per le distese infinite del paesaggio rimandiamo al mare in estate. Vi siete mai chiesti il perché quando siamo in vacanza contempliamo lo spazio vuoto? Per far spazio a noi, all’esplosione delle nostre fantasie e alla creatività che sappiamo racchiudere soltanto in fotografie.

Non credo nei discorsi che i vecchi fanno sui giovani d’oggi. Credo ai loro racconti, alla loro gioventù. Ascolto i consigli confrontandoli al presente, al contesto. Credo che i vecchi e i potenti abbiano una colpa grande, una soltanto quella che mi fa urlare, cantare, scrivere e svegliare: pensarsi misura di tutte le cose, dispensatori di buoni consigli e col palco d’onore assegnato.

Quello che so è che i miei nonni lavoravano per il futuro dei loro figli e i miei genitori lavorano per il mio di futuro. E forse hanno pensato troppo poco a loro stessi per darmi la possibilità di scegliere e di essere quello che sono tutto il giorno e non soltanto part time. Mi hanno fatto studiare, scegliere, pensare. E ora dovrei essere choosy? Che non significa nulla. Dovrei essere il nulla. E preparare il futuro a chi? C’hanno rubato il futuro ho trovato scritto su un muro, e non ero d’accordo perché il futuro come l’amore o il sudore non si può rubare.

Quello che so è che i saggi che ho incontrato sapevano cucinare e invitarti a cena e sedevano a capotavola, tenevano la conversazione parlando il giusto, non affermando se stessi ma rivolgendo uno sguardo ai più, servendo il pranzo agli altri e spiegano cosa si stesse mangiando e la preparazione del piatto, le ricette usate e poi aneddoti originali e non. E nei racconti coglievo massime come briciole e sguardo dolce o duro a seconda delle occorrenze. Poi lasciavano il posto. Una pacca sulle spalle, uno sguardo, niente più. Nessuna ricetta per la vita, nessuno consiglio. Soltanto l’esempio. Si alzavano e se ne andavano. Uno sguardo. Si alzavano e se ne andavano. A fare, a pensare, forse a pensarci, nelle loro stanze. Ma non lo dicevano.

Si alzavano e se ne andavano.

Quando i direttori dei giornali raccolgono le lamentazioni e i sogni dei giovani si fanno contenitori e scatole. Ma nessuno ha bisogno di contenitori, noi siamo esplosioni, lanciarazzi d’emozione, notti insonni di desideri, insoddisfazioni quotidiane, e mali di vivere e gioie spropositate. Noi siamo più complessi di così e non bastano pagine a contenerci e nemmeno scatole. Siamo di più e non facciamo la rivoluzione perché la rivoluzione non sappiamo nemmeno cos’è. Che rivoluzione ha fatto il tailleur del ministro Fornero? E le riunioni di piazza delle femministe monologanti, i teatri pieni dell’ironia del pene e i vestiti eleganti sui palchetti della sinistra quale linguaggio si sono inventate? Parlano da giovani loro? Parlano da giovani, coi giovani, dei giovani quelli che giovani non sono più.

Io ho trent’anni. Certi miei coetanei hanno un lavoro, una casa, una macchina, un figlio o più d’uno, una moglie. Io nulla di tutto questo. Sono per questo un fallito? Io ho un sogno che non ho mai sognato, soltanto desiderato. Che a scriverlo così mi fa quasi schifo. Io ho una passione e una cosa che mi piace fare. Di una cosa sono sicuro: credo. Credo in me stesso e nelle mie capacità. Credo che una vita felice e realizzata sia possibile. Credo che prima o poi qualcosa succederà e non dovrò più controllare ogni giorno il mio conto in banca. Ma tutto sommato mi va bene anche così, rimanere in tensione verso l’obiettivo, in piena lotta, perché le vite sono tutte diverse e ognuno trova un motivo, un credo, un modo, uno stile per non trascorrere i suoi giorni in tristezza. Io credo e questo basta a non annullarmi e dare un senso al mio fare.

Miei cari ministri, potenti, direttori. Miei cari giovani. Chinerò lo sgabello del mio piede per farmi vostro prossimo, non presuntuoso, non sciocco, non egoista,  non pusillanime, non codardo. Miei cari tutti, ognuno ha l’età che ha. Dateci uno sguardo, il volto dolce o severo, le mani aperte o chiuse. Parole poche e pensate. Poi alzatevi e andate. Nei vostri studi, nelle vostre stanze, pensate a voi e al vostro credo, pensate a che mondo vi piacerebbe, mica a noi che a noi ci pensano già in troppi. Avete mai creduto in un mondo? O vi siete accontentati di ciò che c’era? Forse non siete stati choosy voi, noi sì e ne rivendichiamo il valore anche se ripudiamo quella parola così volgare.

E poi ripetete con noi, che siamo in tanti: i vecchi sono stati giovani, ora non lo sono più.
Un vecchio può ricordare quando era giovane, non essere giovane.
Se i vecchi facessero i vecchi e lasciassero fare i giovani ai giovani forse i giovani saprebbero chi sono i vecchi.
E tornerebbero i maestri. E magari le correnti. E magari le avanguardie. E magari i gruppi. E magari…

E staremmo ore ad ascoltare i racconti. Ma i nonni non sanno più fare i nonni, nemmeno occupare con stile la sedia a capo della tavola.

Cerco i rami più resistenti per appendere l’altalena e spingermi con le gambe e togliere i piedi da terra per prendere il volo. Non ci sono alberi qui. Ne pianterò o andrò a cercarli altrove?

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Ode a noi violati.

Ci grideranno lasciateci in pace i comandanti della zona nord, l’occidente primitivo e le valigette chiuse dei banchieri svizzeri.

Avremo sul palmo della mano il bulbo bianco dei loro occhi e finalmente ci riconosceranno guardandoci in viso nell’attimo inutile che precede il nostro chiudere le dita in pugno per frantumare una volta per tutte i loro sguardi d’odio. E ricadranno ciglia leggere dalle nostre dita fino a planare in terra sul loro sangue nero. Noi come nervi spontanei, lontani dai meccanismi malati dei cervelloni, dai numeri e dai conteggi.

Sia maledetto il cuore e chi l’ha disegnato per la prima volta. I tratti infantili dei più.

Saremo i vostri aguzzini, e non ci dimenticherete con una rivoluzione perché voi siete figli della generazione che tutto vi ha dato, e chi prima dà e disimpara a togliere è fallace, impotente.

Sono caduti i muri e l’est e l’ovest hanno imparato a costruire soltanto grattacieli per allontanarci dalla terra. Noi distanti dalla realtà, i voli disperati e cento metri dalle finestre. Le impalcature traballanti dei saperi e la mancanza di un dialogo serio. Dovremmo stare tutti quanti nudi sopra un letto: lenzuola, vergogna, paura, desiderio, contatti, sesso, esultanze, sospiri, battiti, strida, urla e orgasmi, sonno: verità. Non ne siamo capaci. Al buio si cavalcano per primeggiare i nostri corpi.

Stritoleremo i microfoni e i palcoscenici e vi appenderemo ai fili della luce nelle vostre cravatte verdi. L’azzurro è soltanto il colore del cielo e finalmente avrete la testa tra le nuvole, altro che cosce, altro che feste.

Non faccio uso di droghe, mi cibo dell’essenza di un pensiero sempre più debole, io meccanismo imperfetto dei vostri ingranaggi famelici. Quando disperdete il dono del potere, della libertà, dello stile negando l’atto della fiducia che vi era stato consegnato. Il capo che avevamo appoggiato sulle vostre mani. Ci avete fatto lo scalpo, voi.

Noi licenziati, disoccupati, noi frustrati, umiliati, noi infelici relegati a oggetti per le sfumature ineleganti del vostro piacere sadomaso.

Noi come voi, noi che vorremmo godere e possedere e esser padroni proiettiamo sul sesso la vostra mala educaciòn. E poi venite a parlarmi d’amore sulle televisioni mentre tengo in mano lo scroto per sentirmi uomo. Il peso degli anni e l’esigenza d’esplodere. E mi avete insegnato a vedere l’altro come un mezzo. Ma non vi credo. Che non c’è fine nella mia esistenza se non l’attesa di un fiore. Un gesto di cortesia, un profumo buono, un piatto caldo, un vino nobile.

Perderai il senso delle mie parole perché sei strafatto di lexotan, delle sigarette fumate dagli altri, gli antidolorifici per i tuoi giorni bui.

Non ho paura di considerarmi un abbandonato all’amato me stesso perché faccio rumore quando mi appoggio alle pareti, perché porto sulla pelle il suono delle mie parole. Nelle chiese mi faccio eco. Nelle caserme esplodo. E negli uffici svengo. Nidifico soltanto tra le coperte, e mi preparo al volo.

Quando saremo critici, malpensanti, quando saremo istrioni, quando saremo giudici sgozzati, agnelli bianchi in offerta, grappoli rigogliosi, acini spremuti, otri pieni coi bicchieri svuotati, quando saremo noi e parleremo al plurale chiamando amore quel che amore è.

E allora potremo anche dire, e scrivere e abbracciare, stringere, baciare. E dalla vostre tombe riconoscerete l’uomo e il vostro lamento si tramuterà in voce. E saremo due non più uno e addizioni e sottrazioni non serviranno a nulla.

Che non siamo numeri, soltanto uomini e l’eremitaggio, come il potere, un’invenzione a tempo. Scaduto.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Uno spliff e un etto di bresaola.

L’odore dell’erba, i muscoli duri. Sei sotto tre a zero e i compagni dispersi. Nessun timone e nessuna lancia. Riportare a casa la pelle e la sensazione di non vederci più. A rincorrere gli altri, una palla che viaggia e quando ce l’hai tra i piedi è fuoco e prima te ne liberi meglio è. Nessuna responsabilità e il coraggio soltanto nel respiro lungo dei calci piazzati. E tutto intorno i pensieri di un pubblico che non c’è. I razzi di Gaza e le orazioni funebri del nord Africa. Le manifestazioni delle coscienze abbattono le reti e trasformano l’erba in fango. Dove sono finiti i nostri discorsi sul modulo e il 4 4 2 per sistemare le nostre giornate? Quando apri la bocca per lasciar decantare il profumo della fica che ti si è strusciata addosso e poi se n’è andata. La tristezza delle gonne corte e poco spazio per l’immaginazione. Ora che fare? Tornare a casa: una lavatrice, un bacio alla moglie, una telefonata alla fidanzata, il risultato della nazionale, un’antidolorifico per le botte date e ricevute, uno spliff e un etto di bresaola. E poi sfilarti i jeans, entrare nel letto in mutande e non prendere sonno. L’adrenalina nei muscoli e il cazzo che non dà segni di vita. Ed ora puoi pensare ai tuoi cari e al significato dell’esistenza. Quale la tua balena bianca e in quale mare? E tutte le domande che ti sei lavato via in doccia ora tornano a pungerti. E ti rigiri tra le coperte e lei non c’è e chissà mai se un giorno tornerà. E tu dove sarai? Non c’è un mare che contenga tutto quanto desideri. Non c’è una terra che ti dia la sensazione del trapasso d’orizzonti. Questa precarietà che i direttori dei telegiornali scarnificano con parole nemmeno accademiche, la banalità delle pettinature delle giornaliste e poi i soffitti bassi, le luci forti. Quale libertà negli studi televisivi? Quale naturalezza? Non prendo sonno perché il sonno è dei lavoratori, le dieci ore degli operai e le schiene curve sui computer. Io come i folli attraverso i giorni in lucida mollezza: un bicchiere di vino, un panino, verdura cotta e fibre e il pensiero zen che non m’appartiene. Il libro giace aperto come un pesce boccheggiante. Il letto sfatto. I vetri del tetto consumati dai miei pensieri sporchi che urlano per uscire e aspettano una rivoluzione delle coscienze. Ma è tutto uno specchio, e il Narciso muore ancora prima di dare frutto.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Diario 10 ottobre 2012

Comincio a lavorare al nuovo romanzo. Due nel cassetto. Un terzo da scrivere. Niente di pubblicato.

E ancora mi chiedono se col mio lavoro ci campo. Io rispondo di no. E aggiungo che la scrittura non è soltanto un lavoro, ma nel contempo è lavoro. Che scrivere è una scelta necessaria per chi lo fa e lentamente si prende il suo spazio. Se è vocazione non può essere passatempo. Al di là del riconoscimento dei più e delle pubblicazioni. Il desiderio di mostrarsi riparati da una copertina e continuare con la nudità del blog. Scelgo di scrivere un diario del processo creativo per prendermi uno spazio ordinato di riflessione. In vetrina per le vostre visite e per annotare pensieri che altrimenti si perderebbero su più e più foglietti. In camera mia non c’è spazio per altro disordine. Mille e cento battute sono troppe poche per essere un primo giorno. Ho letto su wikipedia le descrizioni della primavera araba. E’ tutto così generico che mi ci perdo. Dovrei comprare più e più quotidiani, e il tempo per leggerli? Bastasse un quotidiano mi dico. Un’amica mi ha suggerito che non sempre è importante farsi un’opinione, a volte basta restare in disparte e guardare. In Siria sono morti in 30.ooo. E allora chi sono io per parlare di me e lasciar perdere il tutto? L’infinitamente piccolo di un’esistenza testimonianza della difficoltà del vivere precario. Due pagine che non mi soddisfano. Una prosa poco ritmata e troppo evocativa. Dovrei essere più cinico. Il protagonista comincia a delinearsi. Il rapporto maturo coi suoi genitori testimonianza dell’età giovanile che inizia quando emergono le debolezze dei maestri e si è capaci di trasformarle in parole. Sarà un triangolo amoroso. Ho rivisto Jules e Jim e Le due inglesi di Truffaut. Sono sempre più convinto che non mi interessa parlare d’amore, ma della distruzione della purezza e della creazione di una nuova parete. Dare il bianco alle strisce di grasso, sangue, sputo e sperma che le contraddizioni delle piccole vite lanciano sui muri. Partita a quattro di E. Lubitsch è un film del 1933, il protagonista si pronuncia così: “No, è inutile fare i delicati, meglio piuttosto essere espliciti e senza riserve. Uno dei più cospicui difetti della civiltà nella quale viviamo è il fatto che la gente parla con la lingua infiocchettata. La delicatezza, come hanno detto i filosofi, è la buccia di banana su cui scivola la verità.”. Proverò a togliere il fiocco alla lingua, la libertà dell’invenzione stilistica e la reinterpretazione del punto a capo. Se un tempo credevo nella prosa ungherese fatta di frasi brevi e punti a capo ora vivo un’età troppo tormentata e confusa per questa pulizia. Pow e wow saranno le esclamazioni dominanti: guerra e stupore. Ritorno al libro, due giri di danza al suono hip hop dei contemporanei e poi riscrivere l’incipit che messo così mi deprime un granché.

Bello e brutto, mai e per sempre

Amare di un amore conosciuto, così simile a tutti gli altri che per distinguersi ha perso una gamba e ora zoppica, goffo girovagare di parole il mio. Quando alla stazione Centrale i treni partivano in orario e così ci siamo persi. Salutarsi dietro ai vetri come quelli dei film. Avrei voluto dirti lo vedi che ogni partenza è un fischio lungo? I cani abbaiano infastiditi mentre i capotreno ci chiudono ogni possibilità di fuga. Non c’è mai posto per la giacca. I quotidiani aperti con cura per non dar noia al vicino e le parole di rabbia che diluisco nella bottiglietta d’acqua. Non mi farò un opinione perché è inutile farsene una, preferisco gli investimenti della meraviglia, i tuoi occhi lasciati sul comodino e quelle lentiggini come una linea da tracciare sulle tue guance; ridisegnare il mondo attraverso gli incontri. E sulla sella del motorino gli adesivi dei popoli in guerra per ricordare al mio culo di aver cura degli altri e poi dimenticarmene. Volersi bene, oppure male, le velleità di queste parole cariche di polvere: bello e brutto, mai e per sempre. Dovrei parlarti dei guai della new economy, dei tre compleanni di Putin o dell’assassinio dei dissidenti? Dovrei portarti in piazza Fontana e leggerti le due lapidi a Pinelli? Omicidio o suicidio, i pascoli erbosi della giovinezza e l’impegno civile. Dov’è dunque questa verità che cercavamo con forza? Abbiamo cominciato a lavarci i capelli e a vestirci bene per distinguerci dal lasciarsi andare dei nostri coetanei. Contro alla corrente nelle correnti che non nascono più. Ci hanno marchiato a fuoco come una generazione liquida, avari noi del senso della storia, insetti da schiacciare e miele d’acacia per sapore di lontananza. Come quel giornalista che mi scrive io della tua scrittura non capisco nulla e per fortuna non sei un mio collega. Gonfio il petto e sputo per terra. Correggimi pure gli accenti che sono troppo occupato a medicarmi le guance. Per tutti gli schiaffi della carta stampata e la retorica del punto e a capo. Vorrei fermarmi e dire wow davanti a una stella cadente, ma ricerco le campagne per tenere gli occhi appesi alla via lattea e non perdermi tra le luci accese degli uffici nei grattacieli. Le parole nuove che non so usare e la precarietà dell’umanista. Vorremmo conoscere noi e il mondo fottuto che ci rovista le tasche e consumiamo le schiene sui libri o a cavallo del fiume, la briglia sciolta della nostra sensibilità per abituare lo sguardo alla perpendicolare. Che gli orizzonti non sono fatti per le foto noiose dei baci oceano, mare e poi cielo. Il mestiere di vivere, il mestiere del volto. Quando mi guarderai ci troverai le dighe chiuse, che per i pianti son terminati i giorni ed ora navigo a vista, la balena bianca e l’ossessione di Achab. Saremo felici un giorno, o almeno liberi, quando una città sembrerà mare aperto. Un bicchiere di bianco, i tuoi denti dritti.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Il pugno chiuso e le manifestazioni delle adolescenze.

Gli studenti e il kabap delle dieci del mattino, le colazioni dei campioni d’Italia e gli scudetti cuciti sugli zaini. E con le tag diamo calci alle nostre identità ancora fragili che hanno bisogno di mura solide e lacche spray. I nostri ciuffi per le ribellioni e lo scontro con l’altro sesso, i braccio di ferro a colpi di lingua e il solco tra i pantaloni elasticizzati della nostra compagna di banco. Le strade chiuse per la libertà di parola e macchine della polizia con le luci accese, il blu dei tuoi occhi lo dimentico per qualche ora mentre le strisce pedonali non servono più, mi innervosiscono i commenti sui programmi tivù e la bruttezza esibita della commessa, lo scontrino e l’ennesimo caffè a storcermi la bocca. Mentre imperversano le manifestazioni, questi studenti che imparano a indurire il volto e a farne schermo. La massa che elemosina musica e spazio per lo squilibrio ormonale e le eruzioni cutanee. Dagli altoparlanti la primavera di Praga e le ballate di Cuba tratte dai canzonieri Scout. Sempre la stessa musica, le orecchie abituate alle urla che per le cospirazioni ricordiamo i sussurri e l’onda anomala non la vedi finché non ti travolge. Al coro di libri gratis, vergogna e lavoro per tutti sorridono le bocche delle vecchiette ancora sporche delle brioches di Maria Antonietta. E mentre il Negramaro pubblica pagine sul disagio dei giovani d’oggi e la smania d’amore dei più, ti allacci una scarpa e togli la polvere dal risvolto dei jeans. Ti siedi sui gradini fuori dai negozi chiusi, e sotto il cartello svendita totale, cedesi attività non puoi che farti abbagliare da quelle voci acerbe, le barbe appena accennate e le sciarpe lasciate annodare al caso, i dread che non ho mai avuto il coraggio di fare e i baci arruffati di queste adolescenze in gemme, per lo sbocciare della passione che o ce l’hai o non ce l’hai. E si comincia da piccoli. Perché la vita scorre ed è troppo facile ridurla a un’alzata di spalle, le derive nichiliste dell’esperienza. Aspetto le rughe e fortifico lo sguardo. E poi mi sporgo alla finestra, il pugno chiuso, come Kim Ki Duk a Venezia, la mia nenia infantile che si perde nell’aria.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Perché siamo italiani e passiamo col rosso

Gli appartamenti sfitti che ovunque aspettano i nostri traslochi a metà. Non sappiamo ancora dove stare e scegliamo la strada mentre trascorriamo pomeriggi a cavallo del letto frustando i nostri pensieri nascosti per far prendere velocità a futuri improbabili. Naufraghiamo nell’immobilità e nella mancanza di spazio dei portafogli. Ci dicevano vedrai che prima o poi arriverà e noi ci chiedevamo che cosa. Che la pazienza ci taglia le guance e ci riduce le labbra come ai vecchi, la condizione passiva dei nostri giorni e realizzare che poi non dipende tutto da noi. Il cielo rosso di Milano e queste nuvole molto bianche. Sto attento ai semafori e ai segnali di stop, mi fermo soltanto per guardare avanti e non voltarmi. La parabola eterna di me nelle parole degli altri. Euridice che non mi chiede sguardi. E i cinesi che riparano il mio mac bianco, le attenzioni rivolte alle macchine. Quella volta che c’eravamo seduti su sgabelli troppo alti e lasciavamo andare le parole e così perdevamo i fili del discorso troppo impegnati a tenerci in equilibrio. Mentre parlano dell’ubriachezza nei teatri e trattano Bukowski come un tram stretto nei binari nella presunzione delle proiezioni della classe media. Noi Achab ossessionati dalla Moby Dick della realizzazione dei sé. Nei cassonetti zuppi si trovano ancora animali appena nati mentre la notte lasciamo le porte aperte soltanto per dimenticanza. E ora vorrei che piovesse forte, come quella notte a Parigi in bicicletta che ci fermano i vigili in Place Republique e ci fanno la multa perché siamo italiani e passiamo col rosso. Perché siamo italiani e passiamo col rosso. Le malattie di un paese intero in un semaforo e le nostre spalle cariche della forfora del comando dei vecchi. La visita del militare che non ho fatto. I letti sfatti dei campeggi invernali e quei baci che mi inventavo la notte. Per uscire dai freeze tocca puntare la sveglia, un lavoro normale o soltanto la sensibilità folle di un qualcuno che decide di lasciar perdere la normalità dei più e fidarsi. Per la fiducia non servono ragionamenti mi dicevo, ma non sapevo tradurlo in immagini.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Animal liberation, anima liberation.

C’eravamo stretti tutti intorno a noi come si fa coi morti. Ci guardavamo da fuori con le parole esaurite tra le otturazioni. La ricotta di Pasolini per le nostre guance insensibili alle carezze che per combattere il qualunquismo ci siamo chiusi in casa a farci cene scaldando i nostri giudizi preconfezionati. La clandestinità delle idee antidemocratiche e i preparativi per quel nuovo show del lunedì sera. Sarà denuncia o informazione e ci sentiremo migliori col cuscino svuotato di sonno ad attendere sogni di gloria. Durerà soltanto una notte, domani è Champion’s League. Penseremo all’amore come a una salvezza mentre disimpariamo l’arte della dilazione e affrettiamo le conoscenze: hai voglia di scopare? e i mantra che non ripetiamo mai. Per i miei viaggi ho le tasche vuote e vele di libri e juke box all’idrogeno per gli orizzonti dischiusi alla luce dei semafori che lampeggiano in giallo, la vita al di là della città e tutte le partenze chiuse in confezioni da sei. L’offerta dei bed and breakfast per i nostri voli rasoterra e l’odore del camino come un ricordo. Tutte le guerre combattute soltanto sulla carta. Animal liberation, anima liberation. Nei dischi rap la nostra rabbia repressa e poi nel jazz i quel che vorrei e poi non saprei. Quando non arrivavo alla tavola e cuscini sotto la sedia, due pulcini un regalo d’estate e le sparizioni d’autunno. A chiedersi che senso ha il calore dei miei palmi se poi le stagione passa e le piume volano via come in Forrest Gump tra le notizie del mondo grande e l’indifferenza. I lungometraggi a episodi degli anni ’70, il nudo uno scandalo e la possibilità della creazione, che poi diciamolo “Amore e Rabbia” non è poi strepitoso. E mentre le ore si fanno più lente e i giorni più corti mi aggrappo alle speranze dell’adolescenza: baci lunghissimi, la maglia numero dieci e le serate con gli amici, quando la bocca era piena, l’orologio distante, quando mancavano gli argomenti e non prendevamo posizione su nulla. Quando eravamo morti, ma pensavamo di essere vivi. Non come adesso.

Foto: Alex Webb

Photo editing: Neige

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,