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La figurina di Alessandro Del Piero

Ho ricominciato a leggere Kerouac, sulla strada, sugli autobus, in metropolitana. La grande marcia dei pinguini, le cravatte color della sabbia per questi deserti del sentire. Sulla metropolitana gli sguardi attenti delle prime conoscenze e le maniglie stanche dei pendolari dell’hinterland. Hai mai pensato al contenuto delle nostre borse? Nel portafogli ho la figurina di Alessandro Del Piero per ricordarmi di quando provavo i tiri a giro sul secondo palo sperando di sorprenderti con le mie giravolte. Che somigliavo a Zidane, mi dicevi, il taglio dei miei capelli per le tue carezze di bimba, il pulcino coi peli cortissimi e il pigolare dei miei desideri informi. Siamo diventati grandi in un flute, le bollicine per gasarci e con la scusa dell’età strafogarsi di viaggi, e vino e pornografia e altre sconcezze che ora so dire. Belli per noi i capezzoli duri sotto alle magliette fini delle liceali, belli per noi quei vestiti vecchia scuola che lasciavano scoperte le spalle. Ci stringevamo in cerchio per nasconderci e urlavamo forte i nostri soprannomi perché da lontano le passerelle potessero sentirci. Noi sporchi di fango e di vergogne, noi che desideravamo stringere le cosce sode di Paola Barale e nel frattempo le davamo della sciocca, le oche gettavano versi lunghi quando correvamo allo stagno e prendevamo le rane per spaventare le code di cavallo delle nostre compagne. Non è la Rai, ma come è bello qui, quei pomeriggi infiniti passati ai bordi della ferrovia, lanciare il pallone contro al treno per vederlo rimbalzare e poi rincorrerlo che senza di lui le nostre vite si facevano troppo noiose, attraversare i binari per sfidare noi stessi e fare la conta delle ragazze e dar loro i voti che facevamo culo, tette e faccia e mettevamo anche la simpatia. Poi ritrovarsi la sera a guardare il soffitto, le ginocchia al sangue e la nostra pelle color della terra. Le nostre sveglie proiettavano l’ora contro al muro e dentro ai libri di scuola nascondevamo i fumetti per dirci che non c’è tesi che tenga, ma sono lo stile, la passione, la sensibilità dei nostri tagli sui gomiti e le ruote consumate della bicicletta quelle che fanno di noi dei binocoli e si fa vicino quel che sembrava lontano, e si fa lontano quel che sembrava vicino.

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Cipolla

Non è facile lo sai. E in tutto questo pensare ci sono distanze che non si possono tagliare. Con tutte le eventualità, le proiezioni sul futuro che abbiamo disegnato sulle lavagne quando ci chiedevano di separarci in buoni e cattivi. Tutta quell’ironia che non sapevamo cogliere, i fiori del nostro incontro appassiti nel desiderio accelerato degli intestini. Questi bacini che si fanno la guerra, la spada del mio pensiero forte e il tuo sedere splendido. Che fine abbiamo fatto noi mi chiedevo mentre guardavo i semafori, il rosso prolungato per il passaggio degli altri. Tu tra le highway a ricamarti le braccia, le ragnatele dei miei pensieri così contorti e quella nostra vicinanza nel sentire e lontananza per incontri e esperienze. Che vorrei prenderti da dietro e spingerti al muro, il murales caldo col passamontagna per proteggerci dagli sguardi di questo pubblico che non ci capisce. Che siamo capaci di svegliarci la notte e di sorprendere il giorno tra le righe dei saggi. Per la mia carta rovinata, le mie parole a danza sul bianco quando allungo la mano non posso toccarti. Sono così belli i tuoi disegni che vorrei imbiancarci la stanza. E tornare in quel bar la mattina del novembre, quando accarezzavo il tuo cane e ancora non sapevo che mi sarei ritrovato in gennaio a fare i capricci per quelle mancanze che non ti sai spiegare. E mentre le navi affondano e varano altre leggi scoperchiamo le vene alla donazione del sangue mi sento così piccolo che vorrei essere cipolla per dar sapore e poi farmi trasparente.

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Mid (beatnik) night in Paris

E poi mi scrivi di notte tra righe ubriache, gli spazi inseparabili delle tue parole per tutti questi vuoti che mi sono creato intorno. L’invadenza del vino non fa rima con nulla e i fortunadraghi non ci vengono a prendere ai piedi del letto con le mie coperte che sono troppo corte per tutti e due. Che poi chissà le donne non sono mai sincere mi dici hai voglia a sciorinare frasi ad effetto e scegliere di essere presente o decidere di non esserlo sono solo variabili della teoria delle catastrofi. Insieme avremmo ribaltato i letti di tutta l’Europa, scaldato fumo ai semafori e infilzato i giorni con le nostre scarpe a punta. Abbiamo in tasca una cartina rovinata e prendiamo la metro perché abbiamo perso tempo a guardarci allo specchio quando a Parigi l’unica regola era non chiedere passaggi al traffico di linea che in Place Republique c’eravamo trovati alle cinque di notte a consegnare le guance alla gendarmerie per un rosso in bicicletta. L’ultimo Woody Allen non ci ha convinto e mentre proiettavo sul protagonista i miei “è così” tu mi cantavi dell’antipatia della Cotillard e io dicevo Marion, c’est moi altro che Pablo. E sotto la casa di Hemingway ci hanno aperto un pub di quella volta che mi facevo offrire Armagnac che basta una blusa per sembrare elegante ho dimenticato i soldi, sono straniero, sono sincero. E ci lanciavano bicchieri dal secondo piano che si inchinavano ai nostri piedi con le urla in francese che non mi fanno paura avrei dovuto stringerti ma l’hai fatto tu e siamo poi finiti al Canal Saint Martin quando si apre che sembra Tangeri per la quantità dei picnic. E mi chiamavi beatnik quando agitavo le mani e ti parlavo dell’inutile accademia della lingua, delle costruzioni noiose dei testi scolastici e di quella voglia che ci prende nell’ora scura del dopotramonto. E non hai risposto che abbiamo intrecciato le costole e ti ho leccato fino a consumarti, e al mattino non c’eri più, m’eri rimasta appesa alle labbra e così ti ricordo anche se non non sei mai esistita che era solo una mezzanotte di un film senza spari.

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Un anno e poi

Ci siamo ritrovati a segnarci i risvegli sul calendario. La catena del cellulare per le nostre sveglie di plastica rigida e litio che tiriamo su col naso l’inverno caldo e le allergie della primavera. E ci rivediamo per caso dopo tanto tempo e io ti dico che è un anno preciso che i compleanni me li scordo sempre, che segno il tempo in incontri. I nostri sguardi fermi agli stop e le cortesie del passa tu, il dito medio alla fretta degli inseguitori e gli abbaglianti dei tuoi occhi con quella gonna lunghissima e i tuoi gioielli da berbera che sei seduta a gambe incrociate e dispensi sorrisi in cambio di vino e sull’un due tre stella del tuo sguardo il mio passo da gambero come a dire che tutto è passato che i conti li avevamo fatti a suo tempo. E poi vieni a raccontarmi di quanto sono belli i navigli tra quelle tisane che non ci siamo mai scolati. E se ci fai caso non ti ho mai chiesto come stai che ho dovuto dirti quello che penso dei mondi, della rivoluzione della parola e degli alfabeti che non tornano, che teorizzavo baci alla francese per tutti solo così, solo così ti ho detto ci capiremmo, che viene un momento in cui bisogna fare silenzio. Che se ne fanno del corpo i politici? Hai pensato che fossi ubriaco. Che avrei dovuto chiamarti spesso me l’ero scritto sulle calamite del frigo ma poi è sempre la stessa storia mi dimentico le date di scadenza e ci faranno delle trasmissioni televisive sulla polvere della mia scrivania. So che mi leggi, che mi guardi dalle altezze improbabili della buona classe quando ci abbracciavamo da dietro con le lingue lunghissime per gli accessi alla tua stanza bianca, al sapore di vino della tua pelle e con le dita incastrate nei boccoli ti avevo raccontato della formazione degli universi e del mordi e fotti della Milano di oggi. E poi ci siamo ritrovati nudi a prenderci a cuore le routine del domani quando hai mandato un messaggino per donare due euro agli scrittori in difficoltà e mi dicevi è tardi dormiamo scopiamo, ma era l’ultima notte io lo sapevo che continuiamo a rimandare esperienze con la scusa del domani che tu il lavoro lo fai mentre io mi limito a gettare gli occhi in fondo alla strada e poi recuperarli come le reti i pescatori che vendo quanto raccolgo che dopo un giorno è passato e racconto. Cammino solo. E tu non c’eri e con gli amici ai mercati del pesce di Essaouira ci mangiavamo il granchio reale e le pinne di squalo per poi venire nel mare. E guardare la notte nei locali per i turisti con le minorenni del sud che ci ballavano intorno. E i nostri pensieri di fumo su e su a evaporare nelle cantina dei nostri amori idealizzati in quel nord del mondo che è tutto un rimpianto. E tiravamo di scicià e bevevamo tè nero nelle tazzine senza manico a farci disegni di zucchero sui nostri ritorni e poi sono salito sul tetto e ti ho scritto una lettera che alla mezzanotte si è trasformata in un segnalibro e via tra le pagine di Kerouac. Quando i muezzin ci facevano la conta dei nomi ti ho letto a voce alta dei miei viaggi in bilico sulla spina dorsale e poi siamo usciti a vedere il deserto che era già tutto buio e non c’erano stelle. Ci siamo fatti dei pizzicotti sulla pancia che disegnavamo percorsi intergalattici e sognavamo vecchiaie mentre scoppiavano le rivolte in tutto il mondo pensavo soltanto al brufolo sulla mia guancia destra e a farti fare la mappatura dei nei.

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Attori impiegati buffoni

E poi siamo andati al parco Sempione a leggerci David Foster Wallace e non ci abbiamo capito niente. Poi ti ho detto che aveva i capelli lunghi, che è morto suicida e tu hai pensato a una rock star e che andava bene così che certe cose non è necessario capirle. E per me non andava bene per niente. Che basta così poco. Che scema. Che palle. Ci giudichiamo per momenti. Avrei voluto dirti che mi piaceva Roberto Roversi quando scriveva i testi per Lucio Dalla e poi c’erano i maledetti francesi Rimbaud e Baudelaire e dell’amore con Verlaine preferisco tacere che per quella fissazione con le donne puoi dare la colpa a Truffaut che ci siamo negati troppo di quando giocavamo alle macchinine e al pallone e poi ci siamo ritrovati in fabbrica col contrabbando di alcolici dei nonni e le battaglie per i diritti lunghe otto mesi. E ci danno degli ignavi e fannulloni e perdigiorno e dai loro palchi attori impiegati buffoni sussurrano che non stiamo facendo politica che il lavoro rende liberi e cose così. Sarà perché noi non abbiamo nulla da perdere e nulla da guadagnare come Pasolini sulla spiaggia di Ostia e quel vento che ci scompiglia i capelli che non siamo fatti per le copertine che l’intellettuale non è colui che fa mi hai detto tu che è tutta una questione di sguardo e di prospettive. E io ti ho detto di prendere la boccia di vetro con la neve che cade che bisogna ribaltare per far nevicare. Questo ti ho detto altro che new wave e post punk che tanto i dischi non si comprano più.

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Alla nostra amicizia di oggi

C’è ancora nebbia sulle montagne. Le prime ore del giorno per i lavori in corso della digestione della nostre notti. Quando ci ritroviamo intorno al tavolo per condividere le nostre debolezze, e ridere a dirotto e tirare in ballo le nostre figure ridicole quando avevamo perso di vista la strada con le ruote che affondavano nel deserto del sud del Marocco, quando eravamo giovani, quando sembrava ieri. Ti ricordi io e te e quel viaggio senza autostrade, il pullman degli indigeni boliviani con le galline e la vescica gonfia e dodici ore per pensare di morire e farla dal finestrino non era una ragazzata. Ci svegliavamo presto io e te. Quella spogliarellista di Como di quando ci siamo fatti offrire la birra che avevamo finito i soldi e con la scusa del mate ce la siamo portata in branda e ce la siamo guardata fino alla fine che non c’erano film a farci compagnia e non abbiamo fatto nemmeno quei quattro salti che non si rifiutano mai che all’indomani c’erano i geyser, i bonsai delle nostre proiezioni sul soffitto che avevo dimenticato anche di essere innamorato. Che resta di tutti quei viaggi? Soltanto ricordi e la capacità di condividere silenzi senza domandarci il perché, e poi che avrà e come starà. Non si torna indietro, ci siamo fatti largo e abbiamo bisogno di dividere in due il peso del letto che ci sono sempre piaciute le donne difficili e tu ti sei innamorato e hai sofferto e desiderato e donato e cercato e poi alla fine l’hai conquistata la tua Africa. Vivete piccole lune in miniatura voi due e l’ultima volta che vi ho guardato negli occhi eravate bellissimi. Prima o poi i compagni ritornano. E le nostre rivoluzione ce la facciamo tra i fornelli, il fuoco sempre acceso, la porta aperta per accogliere i naufraghi e progettare di liberare il cielo dai fili elettrici e dai palazzi interminabili dell’Expo. Quando mi chiederai che fine abbiamo fatto noi ti risponderò come Ulisse che è sempre tempo di ripartire e se non sarà un lago ghiacciato per i brividi di vita prenderemo l’auto e andremo dove non si sa come quelle nostre amiche e quella sera a Madrid, come quando tornati dalle isole Uros avevamo brindato alla vita e rubato le chiavi a un albergo per raggiungere le ragazze americane, coi genitori nel letto e le loro vestaglie firmate Nike. Torneremo a prendere i taxi e a pagare la corsa intera, quando casa dista soltanto una curva a destra, ma eravamo ubriachi, confusi, distratti, giovani, sciocchi, felici.

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Ieri

Ai tetti di Parigi e agli spazzacamini delle nostre serate a guardarci le stelle su Google. E immaginarci quei viaggi improbabili nella giungla del Sud America e le spiagge di Goa per raccontarlo agli amici. Con le ricerche ossessive dei freak sulle corde delle nostre prospettive in bilico tra gli alberi del nostro parco preferito quando consumavamo il cavallo dei jeans a forza di strusciarci addosso i nostri desideri. La bocca aperta per prendere aria e sussurrarci all’orecchio i nostri nomi che se ci pensi detti piano sono belli un casino. E non faremo la fine delle star del rock che si trascinano sui palchi della provincia, ci pensi mai ai Deep Purple nella piazza di Rho, di Bollate o di Buccinasco, alla mostra della bellezza di turno con le cosce abbronzate e ai motociclisti che vestono sempre di nero, i pizzetti curati e le chitarre appese per accordarci sul colore della tua borsa nuova. E saranno vent’anni che non ci ascoltiamo un vinile. Che non sappiamo prenderci il fruscio della puntina e combattere a forza di sguardi per poi farci spazio sul letto e raccontarci del colore dei templi greci e di quanto suona male la parola amore. Che certe frasi io e te dovremmo cancellarle che non sappiamo più come usarle, che è per quello che ci inventiamo i nomignoli e ci divertono le figure retoriche. E così facciamo robe e costruiamo alfabeti di segni e versi spiazzanti che quando sei tornata a chiamarmi per nome io sono scappato che sembravi mia madre ti ho detto. Eravamo appena tornati dalle vacanze e avevi smesso di rincorrermi che dovevamo fermarci dicevi, che eravamo diventati troppo grandi e non avevi più tempo per i sinonimi che il futuro è importante e cerchi sicurezze. E ti ho risposto che di sicuro ho soltanto il passato e che anche su quello non ci scommetterei neanche un deca.

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Storpierò ancora il tuo nome

La città di notte sognando i playboy e tutti gli altri Iran. Prendevamo in mano i nostri fucili per punirci o solo per fraintenderci. E allungavamo la dita per cercare la spiaggia, affondavamo nei nostri corpi imperfetti e poi ancora la notte e poi ancora il mattino, questi giorni tutti uguali i nostri primi capelli bianchi. Stiamo invecchiando, stiamo marcendo, ma mi hai detto che è vita e io ti ho creduto. E non è vero che fidarsi non costa niente. Per le  campagne toscane, i barconi della Senna che non ho mai abitato. Il cappotto rassicurante dell’inverno. Verrà primavera. E quando tornerai dall’estero storpierò ancora il tuo nome.

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Achille, da Oggi, domani o dopodomani

(…)

Achille desiderava andarsene il più presto possibile.

Non la capiva quella ragazza. Era bella, come piaceva a lui.

Era spontanea e diretta, come piaceva a lui.

Era propositiva e sexy, proprio come piaceva a lui.

Ma aveva spostato troppo gli equilibri, non l’aveva fatto giocare e con quel suo mostrarsi completamente nuda aveva rotto l’equilibrio. Qualcuno doveva pur farlo, certo.

Bisogna anche ammettere che Achille non aveva avuto un’idea brillante con la storia del vino e del girotondo e, insomma, avrebbe fatto bene ad evitare di pulire il tappeto e a concentrarsi su Valentina evitando quell’ossessione nei confronti dell’autorità che lo spingeva a rimediare ad ogni errore commesso. Così il nostro eroe pensò che la situazione era diventata ormai ingestibile e lui s’era fregato con le sue stesse mani come sempre gli capitava e che prima di andarsene avrebbe potuto fare l’ultimo tentativo per sembrare simpatico o almeno educato.

Valentina era uscita dalla stanza, sembrava non tornare più e Achille non aveva il coraggio di andarla a cercare.

Si lasciò cadere sul letto e guardò il soffitto per un bel po’ di tempo, alzò le braccia e con le dita disegnò strani segni nell’aria, chissàpoiperché.

Si è sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato o nel posto giusto nel tempo sbagliato o nel tempo giusto ma nel posto sbagliato, ma quando le due variabili coincidono? Le dita si intrecciavano nell’aria. Quando? E dov’era Valentina?

Si accorse che sul comodino c’era un involucro di plastica. Di fianco al sacchetto una serie di biglietti della metropolitana, un accendino Bic verde e un pacchetto di sigarette aperto.

Prese l’involucro di plastica e lo aprì. Ci trovò dentro un moccolo scuro: il Nero. Lo tenne tra le mani, lo soppesò e lo rigirò tra le dita. Prese l’accendino e cominciò a scaldarlo. Più lo scaldava più il moccolo diventava duttile sotto le unghie. Sembrava una pasta tipo pongo o das di quando lui era piccolo.

Scaldava e poi lavorava tra i polpastrelli. Scaldava e modellava con l’unghia dell’indice.

L’odore lisergico invadeva le narici e Achille sorrideva tra i baffi accennati.

Modellò una rosa senza spine, col gambo lungo e decise di portarla a Valentina.

Aprì piano la porta per non fare rumore e si incamminò lungo il corridoio.

Guardò in cucina, poi nel bagno. Valentina non c’era.

Spezzò la rosa tra le dita, tornò in camera e la fece in mille pezzi, poi li mischiò al tabacco, arrotolò a fatica il tutto in una cartina bianca, la accese e fumò.

Era la prima volta che fumava una canna da solo. Era la prima volta che fumava una rosa.

Con la canna accesa, la rosa in bocca, e lo sguardo da duro uscì sul balcone.

Valentina stava seduta a gambe aperte su una sedia col seno appoggiato allo schienale. Imbracciava una macchina fotografica e appena lo vide gli scattò in faccia un flash incendiario.

Era buio. Le automobili suonavano i clacson e le radio davano notizie sul traffico.

La luna non si vedeva e il cielo non era capace di diventare nero, troppe le luci al neon che provavano a illuminarlo.

Il flash scheggiò la vista di Achille.

Splendida. Vieni a vedere, drogato. Sei fumo e paura. Magnifica. Ottima per il mio lavoro sul disagio.”

Gli stampò un baciò sulla bocca.

Il gingillo ricominciò a funzionare e pulsava nei pantaloni, il nostro chiese un altro bacio e si allungò su di lei. La ragazza si divincolò e gli rubò la canna. Fece un tiro lungo e profondo mentre lui riuscì solo a stare fermo e guardarla.

Quando finì di sbuffare fumo e rilassò la bocca morbida disse soltanto: “Sei un disadattato.”

Achille avrebbe voluto prenderla per i capelli, sbatterla al muro e strapparle i vestiti. Non lo fece.

Te ne stai lì, zitto, impalato. Hai voglia di baciarmi e di chissàchealtro, ma hai paura. Paura di cosa non lo so. Peso trenta chili in meno di te e posso farti solo del bene. Ma tu sei un disadattato. E se prima non lo sapevi te lo dico ora con affetto.” Gli accarezzò i capelli come si fa con la testa dei cuccioli di cane.

Lui si lasciò accarezzare. Poi le prese il viso e la baciò con forza.

Lei fece resistenza, poi si sciolse tra le labbra di lui.

Questa volta contro al muro ci finirono davvero. Le mani di Achille la stringevano ovunque e i bacini si muovevano cercandosi. Entrambi ansimavano e non davano tregua alle labbra.

Due ambulanze e un’auto dei carabinieri passarono giù sotto, nella strada, a sirene spiegate. Cosìvalavita.

Achille e Valentina si deconcentrarono, incuriositi e messi in allarme dai suoni di sotto. Ansimavano ancora per riprendere fiato, si guardavano. Lui le accarezzava il viso e lei cercava un contatto più forte strofinando le guance tra le mani di lui.

Disadattato?” Rise lui.

Sì. Certo. Lo sono anche io. Metterò la tua foto nella mia galleria.”

La tua…?”

Galleria fotografica! L’hai visto l’uomo che c’è nella mia stanza, no?”

Achille si guardò intorno. “Vuoi dire che io sono il tuo amante?”.

Non fare lo scemo, la foto dietro alla porta. Quello sguardo è lo sguardo più intenso che io abbia mai visto: la cicatrice, lo sporco, le rughe profonde e i denti così perfetti, quegli orecchini femminili -che varranno pure un sacco di soldi- portati con una grazia unica… per esprimere il disagio è ottimo e poi anche la foto è venuta abbastanza bene, il tempo d’esposizione è da aggiustare, ma va bene anche così, era difficile eh, se sbagli i tempi sbagli tutto. Il tuo sguardo invece è uno sguardo da pesce, ma la foto è troppo bella e tu sei così disadattato che vai stimolato. Troppo per i miei gusti.”

…dove eravamo rimasti?” Achille provò a ribaciarla, ma ormai l’istante era passato e se sbagli i tempi sbagli tutto.

La canna le si era consumata tra le mani, la gettò giù dal balcone e rientrò in casa.

Achille rimase a guardare giù dal parapetto: c’era un signore che leggeva un giornale su una panchina. I giornali andrebbero letti al mattino, la sera le notizie son già passate, voglio dire, ci sono nuove notizie alla sera e quelle del mattino son già vecchie. Tra l’altro i quotidiani danno le stesse notizie che danno i Tg, forse dovrebbero fare solo quotidiani di opinione, o forse… forse non dovrebbero uscire nemmeno i quotidiani e dovrebbero esistere solo i tg, si risparmierebbe più carta e l’Amazzonia sarebbe contenta… o forse dovrebbero esistere solo i quotidiani e non le televisioni, si risparmierebbe elettricità… nel futuro conterà più la carta o l’elettricità?

Ho fame.” Lo chiamò lei. “Ci mangiamo qualcosa?”

Così prese un coltello e un pezzo di formaggio a pasta dura dal frigo.

Tu cosa pensi dei quotidiani?”

E’ buono. Ti piace il formaggio? A me troppo solo che non lo mangio tutti i giorni, sai, per l’intolleranza, le intolleranze sono la porta d’ingresso alle allergie, se non le tieni sotto controllo poi diventi allergica, io non potrei mai diventare allergica ai latticini, intollerante va bene li mangi un giorno sì e due no, ma allergica… come fai a rinunciare al latte? Voglio dire, ci pensi che la prima cosa che abbiamo inghiottito è il latte?”

Lei si spostò in camera e si mise a mangiare sul letto tagliando la pietanza in listelli.

Achille la seguiva da vicino e proprio quando sembrava prevedere cosa lei avrebbe fatto la ragazzina lo spiazzava. “Credo ci servirà l’elettricità nel futuro, più della carta.” Lei gli ficcò in bocca un pezzo di grana, quello che fa puzzare l’alito e si nasconde tra i denti mentre lui apriva la bocca come un bambino in attesa di ricevere il ciuccio. Lui che il grana l’aveva sempre odiato.

Finirono il formaggio.

Il nostro fece per andarsene e lei lo trattenne prendendolo per il collo.

Pensava si sarebbero ribaciati, si sarebbero amati. Pensava male.

Guardarono un film con gli spari e si addormentarono.

Clint Eastwood continuava a fumare.

Valentina nella notte si svegliò, accese una piccola luce al neon e cominciò a scattare foto a quel bel ragazzo dormiente.

È strano!

CLICK.

Però è bello.

Non ci prova o ci sta provando?

CLICK.

Non mi vuole portare a letto. Forse non gli piace il mio corpo? Bah, impossibile.

E poi mi mette in imbarazzo, sa parlare, è intelligente, colto, un po’ disadattato certo, qualche problema sul fronte sessuale probabilmente. Quante paranoie si deve fare… come me. Ma forse è colpa mia.

CLICK.

Tutto così strano. Perché io gli ho scritto il numero sulla mano? Per fare la diva. Sembrava bello, no? Una volta ho ricevuto un biglietto da un ragazzo, sul treno, non era firmato, ma io ancora mi ricordo di lui e a dirla tutta mi piaceva pure. Come potevo dirglielo? Bisogna lasciare una firma dovunque si va. Stiamo passando ragazzi, giratevi, siamo noi. Quale firma migliore del numero di telefono?

CLICK.

Non ti svegliare, una ancora. Bellissima. Bello anche tu, ragazzino…

CLICK.

Cazzo fai?”

Dormi bello, dormi…”

(…)

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E allora togliti questi vestiti da stronza

E allora togliti questi vestiti da stronza e trattami da persona, vita. Mi hai tolto gli occhiali e ci vedo doppio come le figurine della serie A, i pacchetti che mi portava papà quando tornava dal lavoro. Tutto è distorto ora come le chitarre degli adolescenti con queste casse appese al soffitto che non hanno imparato i sussurri. Non sono fatto per i silenzi, lo sai? Ti voglio nuda, vita. Coi fianchi sporgenti, le mammelle piene. Fammi succhiare il midollo il profilo lungo della tua schiena. E rimani in piedi quando ti guardo, no, non girarti, non vergognarti. Andavamo ad un compleanno ieri sera e due ragazzi tornavano da Roma coi manifesti delle nostre insoddisfazioni, le candeline per le processioni e le litanie di sinistra. Ti sei mai chiesta perché i partiti hanno le bandiere? E perché mai un nome così buffo; dove sono andati e prima o poi torneranno? Ti scrivo questo mentre stringo amicizie superficiali, che sei partita per il nord con la transiberiana nel cassetto, e parlo con tutti e cerco un maglione blu portato largo, la sciarpa in tinta ed il coraggio di andare oltre. Si sciolgono le montagne e ghiaccio nei nostri polmoni, dovremmo stare al caldo coi piumoni grandi per scioglierci. Le nostre mani che sanno ancora intrecciarsi. Che non ho scelte, ma soltanto gesti, contorni: il modo in cui ti siedi, la tua prima parola, i tuoi occhi umidi. Anche la pioggia si è messa a disegnare cornici ai miei umori. Verrà un tempo in cui studieremo il futuro mentre i fiumi esplodono e ci diamo le colpe quando dovremmo stringerci e farci argini. Le tempeste ormonali delle nostre rinunce. L’inverno è così severo con i lillà.

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