In assenza di lieviti

E ancora se ci fosse Berlinguer, ancora Baudo o Pasolini. Faremmo come con Bene Carmelo, tutti a stringere la mano, molti a far domande, pochi a lasciarsi interrogare. Mentre si allestiscono i palchi e vecchi nobel scendono dagli scaffali, si ritrovano a San Lorenzo cuccioli appena svezzati, dispersi in verdurine e assenza di lieviti in questi stage non pagati, dove le ore sono considerate formazione e mai proprietà privata. Altro che recinzioni e belle statue a far grandi i giardini, sottrarre il tempo è toglier dignità allo sguardo. Costringere l’occhio alla terra, quando dovrebbe essere il piede a prender forza dal polpaccio, far leva sul terreno e costringere al salto. Non esistono tuffi senza vuoto ad attenderli, non c’è coraggio se non esiste paura. Ripartiremo ancora per le terre sconosciute dei fantasy, per questa Italia che ci sorprende ai crocicchi a chiedere l’erba della dimenticanza, a sfiorare le cosce delle sconosciute per affermarci. Delle tue ciglia abituate alla bellezza e di chi è stato sudore e ha imparato a deglutire l’insulto per permettere a quelli come me di vivere giorni in coscienza. Classificare le priorità e non dar retta al mondo. Sarà per questo che quando ti parlo d’amore appoggi la testa alla spalla, avvicini il bicchiere alle labbra, un sorso piccolo e poi un tiro. Non ho il coraggio di raccontarti storie, come i libri già letti aprimi dove vuoi, leggi quel che capita e poi immagina e poi ricorda. Non c’è nulla di vero nelle proiezioni, cambiano i colori, le dimensioni. Torneremo all’a tu per tu, portati una Nikon, una Canon, una Pentax, tanto è uguale, io i tuoi maglioni li riconosco lo stesso.

Foto: © Robert Mapplethorpe.

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Più nudo del secondo uomo che ha visto la terra

Come le turiste che al posto di guardare la luna ci cliccano col dito perché è più famigliare. Trascuriamo il blu, il cielo, gli arrivederci. La testa china sui pixel del cellulare.

I tuoi vestiti lunghi, le scarpe col tacco alto e il rossetto rosso alle labbra. Finisco per cercarti dove non sei e un giornalista di SkyNews dice che in questi giorni non si parla di programmi, soltanto offese, provocazioni e sgarbi.

Non la sedia, non la poltrona, non il letto, non c’è posizione che riesce a darmi tregua. Soltanto a sera, i sampietrini in terra, i gabbiani in cielo e tovaglie di carta, sedie mal ridotte e bicchieri colmi di rosso che si svuotano in fretta. Di me che ricordo il cibo più buono e associo la tavola alla quiete.

Nell’ultima pagina del mio quaderno non so mai cosa scrivere, non ho età da vate e nemmeno da fanciullo. Ora è rivolta, ricerca d’equilibrio e noia che conduce a morte certa. Dici che mi accendo soltanto quando c’è in ballo la mia inesperienza, le frustrazioni per traguardi mai raggiunti. Che sono diventato cinico e il bene agli altri lo attacco alla schiena come i pesci d’aprile che non faccio mai. Io scherzo, molto, sai, solo che non te ne accorgi.

Autostrade ci separano e binari dei treni e binari dei tram. Arriverà un giorno in cui mi stancherò di tutta questa lontananza, tu forse ci speri, io non lo so. E mentre sfogli le fotografie di instagram e mentre il tuo telefono suona, io cerco il bianco dei muri e il legno dei tavoli.

Ombrelli per deporre semi inutili, ciglia che dilatano il tempo e musica per far arrivare il giorno.

Dove sei non basta più. Tu sempre qui come la neve sul Kilimangiaro, in tua assenza sarei più nudo del secondo uomo che ha visto la terra, vergognoso e inutile. Come abiti scelti mi fai grazioso, valorizzi il corpo, e anche il passo cambia.

Mi troveranno per strada intento a salutare sconosciuti, a ringraziar bambini nei parchi delle provincie, loro il pallone, io la penna, a chiamarci per gioco, quello è innamorato, per me è solo scemo. Ce ne manca uno, vuole giocare?

Foto: dalla rete.

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Non lo capiremmo

Vorrei vederti migrare o correre nel ventre delle stazioni, darti baci sul naso, tenere le tue guance sulle labbra, e decorare il tuo seno bianco in punta di lingua. Magari stringerti il collo come si fa con le anatre e lasciare che sotto la mia spalla si nasconda il tuo viso. Contare fino a venti per rispetto del silenzio, del tuo respiro leggero e di quel profumo mai invadente. Tutte le ciglia che hai dimenticato sui miei maglioni non ci sono più, le ho appoggiate al dorso della mano, con movimento dal basso verso l’alto ho dato un pugno al palmo e via, nell’aria. Le ritroverà qualche gabbiano, a sera, tra le sue zampe gialle. Non penserà ai tuoi occhi, ci guarderà sprezzante. Se anche sapesse parlare non lo capiremmo.

Foto: © Heile Gansje

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Giorni

Giorni a non pensare alle liceali nigeriane, ai campi profughi del nord dell’Eritrea, alle guerre nascoste dalle canzoni pop e dai talk. Presentano libri a Torino, quella cultura che ci salverà in un edificio immenso. Presto lo scambio degli allenatori e gli investimenti sui giovani.

Ci lanciamo sul materasso per sentire il peso del corpo, scoprirci rimbalzare. La nostra spina dorsale si concede all’orizzontalità del letto mentre chiudiamo gli occhi e i muscoli si muovono ancora. Dicono è stress, ansia da prestazione, battaglie col pensiero finite in pareggio.

Giorni al parco dei tarocchi dove tutto è possibile, tutto immaginabile. Dei suoi mille specchi, i noi frammentati tra i grandi seni delle madri sui piedistalli. Una notte a Saturnia, una notte in tenda. Sempre le stesse stelle per il nostro sguardo consumato.

Giorni col pensiero di te che deforma le labbra, scoprirci a venire nel lavandino, a desiderare le terrazze soltanto per l’amore. Non bastano più i bicchieri di vino, non gli orizzonti, dimenticare l’istante nell’ansimare smodato dell’orgasmo.

Sognavo uomini sui balconi con le mani strette al membro, trarre ispirazione dalla luce e fecondare la terra con la gioia. Una pioggia bianca che solo i più vecchi ricordano. E scandalo sulle bocche dei buoni, scandalo sui jeans skinny dei nuovi giovinetti. Allentare la briglia e perdere il controllo cosa significa?

Non dimenticare mai che l’uomo è un animale e per umanizzarsi non basta l’equilibrio, non la serenità e nemmeno il conto pagato al ristorante. Dello spirituale del corpo e dei tuoi piccoli passi, delle tue scarpe che non vedo da tempo, di te che mangi le patatine e sorridi.

Quando dimenticherò lo sguardo degli altri, quando non temerò il giudizio e lo scandalo, quando imparerò a dire no.

C’è un linguaggio tra i ghiacci delle montagne, una lingua faticosa e che costringe al sudore. Eppure quando solo ci posi il piede puoi riprendere fiato, guardarti intorno. Qualcuno la chiama consapevolezza, altri non se ne ricordano nemmeno, qualcuno ne nega l’esistenza.

Io, io sono ai piedi della montagna, faccio un inchino e inizio a camminare. Potevi darmi una tua foto prima del viaggio, di te che ridi, sembra patetico, ma chisseneimporta.

Foto: dalla rete.

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Da giovane a dio

Non sono mai andato a puttane, inutile insistere, non mi piacciono le cose consumate. Non sono per il vintage, direte voi, anche se ho la barba. Stronzate. Io le puttane le ho incontrate. Sopra e sotto i letti, per strada, nei bagni dei locali e contro ai muri di casa. Ovunque le ho incontrate. E mi piacciono. Non bisogna trovare mezze parole, basta uno sguardo e si avvicinano lente al tuo braccio, si lasciano cadere già ansimanti. Fingono ubriachezza e ti raccolgono le mani come fanno le madri, cercano violenza o protezione, la noia le ha ridotte così e il potere che inseguono e il potere che sposeranno prima o poi.

Suonano i campanili, suonano anche la mezz’ora. Perché a Milano non più? È tutta una chiesa qui e atri sempre vuoti. Silhouette che si muovono dietro alle tende e donne grasse, infradito e unghie colorate di rosso.

La cosa che più mi annoia, lo sai, è tirare le somme degli eventi pubblici. La cosa che più mi annoia, lo sai, sono quelle frasi per far felici le circostanze. Perché non si legge più? Perché non ci si incontra più? Qui ci starebbe bene qualche dialogo con gli ultimi, gli ultimi veri, quelli che hanno perso per sempre.

Un dialogo da marciapiede, di quelli diretti, esaustivi. Cinquanta bocca e scopare. Me lo dici così? Altrimenti non capisci. E il culo? Il culo no. E il culo? Il culo 100. Schietti, precisi.

Non giriamo troppo intorno ai concetti, e se tanto ci piace adoperiamo la grazia delle farfalle, la lucentezza delle ali dei calabroni, i voli rasoterra dei pipistrelli, quando si parla di volo c’è sempre il rischio della morte, lo sai? Rischiare la vita per far del bello parola. Ecco qui, nulla di più semplice, nulla di più… sono generico anch’io, come un invito a cena.

Di quella ragazzina, gli occhi blu, il coraggio come gli occhiali appoggiato al naso, nessun timore, nemmeno il tremolio di un dito: “Voi adulti tenete lontano quello che non riconoscete, non è vero? Voi adulti parlate bene dei neri, dei pellerossa, mangiate il sushi o all’eritreo con le mani. Voi adulti siete diventati moda. Noi giovani vogliamo essere sempre più diversi da voi perché se ci disprezzate vogliamo lo facciate per un motivo.”

Sempre la stessa storia, sempre lo stesso giro. Ci vorrebbe qualcosa di magnifico, come quel gol di Alessandro Del Piero alla Fiorentina, 4-3, come Pantani sul Galibier, come Mameli che scrive l’inno e muore adolescente, qualcosa che avvicini un giovane a un dio.

Oggi si ricorda Peppino, morto ammazzato, morto giovane, quasi un dio. Peppino che non strisciava per terra, che provava lo slancio e rischiava la caduta. Peppino è morto, ricordiamo Peppino, vivo, il pugno alzato, le braccia magre. La risata ce l’ha restituita un film, ricordiamo i giovani, ricordiamoli uomini.

Per tutti quelli che il gol spettacolare l’hanno fatto dopo, per quelli che hanno dato tutto negli allenamenti, per quelli che incoraggiano il compagno, per quelli, per quelli, per quelli che non ce l’hanno fatta, che il peso era troppo e la sensibilità bastarda. Per quegli uomini sofferenti e magnifici. Per chi ha la scorta, per chi è in esilio. Per il coraggio. Per chi ancora scappa e per chi non vuole tornare. Perché per una passione vale la pena esistere, il resto sono sfondi di circostanza, nuvole senza forma.

Foto: dalla rete.

Alex Del Piero goal 3-2 Fiorentina

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Non importa il colore del cielo

Tu lo sai quante cose ho da dirti, ma come si fa? S’abbassano le serrande, signore in vestaglia che si assicurano la porta sia chiusa. Televisioni accese per nessuno e giacche di pelle a pisciare nei vicoli.

Tutti questi torrenti, le discese in gommone, il giubbotto per salvare l’adrenalina e poi aspettare un altro week end, la domenica sera e il desiderio della quiete dei laghi.

Vorremmo arrivare dappertutto, ma il corpo chiede riposo e il fegato non si lamenta, arriverà il giorno che sarà costretto a urlare. Un’altra volta fragile. Dov’è finita la disciplina dei vent’anni? Grigi come il cielo di Berlino, come il cemento di Milano. I miei occhi sempre lontani dai tuoi, scivolati in qualche casa, in qualche mutandina.

Dal tuo tratto nero chissà quali contorni, ora. E ti circondi di bellezza, lo so, non saresti così altrimenti. Come le bimbe che giocano con l’hula hop hai cerchi colorati intorno alla vita e ti fai trottola per generare arcobaleni. Il movimento delle tue reni, gli occhi e i denti spalancati. Ridi coi tuoi.

Una panchina, dietro alle recinzioni del parco ti guardo tra le sbarre, rido anche io. Lo sai quando si vola? Sono così patetico che ho immaginato di cucirmi ali come quell’asino di quel film là e farti alzare gli occhi, distoglierti dalla realtà.

Son contro le gabbie, le reti, contro il possesso. Non farò di te come l’industria fa alle mele, nessun bollino, nessun conservante. Continueremo a girarci intorno, magari in tondo, le nostre velocità sempre diverse ci faranno incontrare, magari mi scivoli addosso. Trasformeremo in abbracci uno scontro, e sarà tutto bianco, e sarà tutto blu, non importa il colore del cielo, basta lanciare lo sguardo lontano, poi perderlo, rincorrerlo e poi.

Foto: dalla rete.

Hula hoops

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A farci male, ad annoiarci

Ho voglia di guardare un film di Moretti e non giustificarmi, le labbra bagnate di birra italiana, quella che all’estero non c’è. Non mi interessa la qualità, qui il sapore è il ricordo che porta con sé: la casa di crocetta, con gli amici belli, le finestre ordinate e un tetto da calpestare.

Far finta di soffiare il fumo contro le nuvole e allungare una mano per aver nel palmo Milano. Poi le partenze, i divani, e i traslochi alla fine del mese. Le camicie in lavanderia o stirate dalla forma dei muscoli. Le gite in due sul motorino, il casco largo o troppo stretto, i miei capelli sempre più lunghi e la nostalgia per l’età innocente, per i cuori a tremila all’ora mentre sei nuda di fianco a me. Ora è tutto diverso, strategico.

Le storie, lo sai, si costruiscono in viaggio e assedi. La tua resistenza dura da anni, ho accumulato cinquecento e più lettere, chissà quante sono scadute tra i tuoi occhi, chissà quante impegnate a lasciare quel raggio di luna fuori dalla tua casella di posta.

Non ci sei mai, dove sei? Vorrei vederti guidare, sai? Portarti in quel parco della periferia di Roma, coi piumini ovunque, gli occhi rossi, e greggi di pecore, pastori e cani, e spazio e tanto spazio e verde e tanto verde.

Prenderemmo le nostre sciarpe e le apriremmo sull’erba, diresti raccontami una storia, sei tutto fiumi e mai sentiero. Prendimi per le guance, via da qui, a farci male, ad annoiarci. Come gli adolescenti scendiamo dal motorino e per un bacio ci incorniamo coi caschi: le nostre labbra lontane e intorno la città.

E mentre dici mi sento fuori dal mondo, non leggo i giornali, non vado mai alle proteste, ti chiedo se per essere qualcuno è necessario coniugare sempre i verbi al presente, raccontare il passato e poi profetizzare. Intanto al Grande Fratello un contadino che sa di terra e di fiori dice tu una rosa, la tua pelle come i petali, che se la tocchi rimane un’impronta. I gesti leggeri che chiedono le cose fragili.

Wow dico io, qualcuno s’indigna, che wow sa di fumetto, per la letteratura bisogna prendere un treno, sedersi tra la folla, ascoltare. Quando soltanto l’a tu per tu, l’a tu per tu, ecco, lui sì, mi dà gusto.

Foto: © Jeff Wall

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Metti che mi rubano il nome

In groppa a cavalli fantastici facciamo finta di cavalcare. Così la notte dai fuoco alle anche, tremano i materassi e tremi anche tu.

Perché tutta questa fretta? Cosa ne hai fatto di una carezza? Contro le mura si abbattono le nostre ribellioni, lo sperma è dappertutto e nasceranno piante selvatiche ai bordi della strada.

Tra il rumore metallico delle serrande e gli occhi aperti da poco scivola il barbiere sulla sua poltrona e si guarda allo specchio, quanta cura per gli altri e io in tutto questo mi sto consumando. Si guarda le mani il macellaio, morbide come quelle del figlio appena nato, morbide eppure inesperte nel gioco antico del cullare.

Intanto tu continui a dimagrire, le tue guance scavate e la mandibola sviluppata. Nelle prime file degli aerei fai delle palpebre un mirino e battezzi nuovi sguardi. Così un giorno da dio e quell’altro nel buio. Le coperte sul viso e una finestra che non vuole aprirsi. Chissà se ti masturbi, siamo egoisti tutti, mi dici. Rispondo di sì, poi tu non mi ascolti. Ho scritto il mio nome sulla porta di casa, ho scritto il mio nome su tutte le pagine, metti che mi rubano il nome, chi sarò io? Come mi chiamerai?

E pioggia fuori, la piscia del mattino e poi il rubinetto, lo sguardo basso e movimenti meccanici. Sotto alle cascate artificiali chiudiamo gli occhi, quel che per gli altri è mistero per noi è abitudine. E balsamo per i capelli, le mie ferite nuove e lo stress che blocca la schiena, lega le labbra.

Ancora una notte nei sorsi, ancora il pensiero alle tue albe, che sono rosa dappertutto, ai tuoi tramonti, che sono rossi dappertutto. E quel cappotto giallo che ti veste bene, arriverà l’estate, diventerai camicie leggere e abbracci inaccessibili.

Io strada e sconosciuti. Parole senza bilancia. Vicoli e promesse mancate, mille affetti, poche confidenze.

Metti che mi rubano il nome, chi sarò io? Come mi chiamerai?

Foto: © Philip-Lorca diCorcia

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E contro le bandiere del porto e contro la questura

La testa ancora sul comodino, giriamo il volante, freniamo in curva, giù i finestrini, noi tutti al mare. E via le scarpe, e via il pensiero. Cif ciaf di passi tra impronte già scomparse. E mentre l’onda si prende cura del vetro raccogliamo sassi colorati per misurarci in lunghezze. Lancia. Anche tu.

Morivano gli anarchici, Chicago era soltanto un nome, notizie sulle navi e collegamenti imperfetti. Chissà che c’entra il lavoro, chissà che c’entra con il potere. Nell’ingranaggio olio sulle nostre tasche e dignità. Scivolo tra le parole, cado in ignoranza. Morivano gli anarchici e Livorno insorgeva e contro le bandiere del porto e contro la questura, dov’è il console, dove si trova, vogliamo entrare e un sol diritto, la parola.

Ora un concerto, le reti Rai, i jeans sempre più corti, le barbe lunghe. E zainetti, colori primari e discorsi interminabili.

Fuochi sotto le griglie e pianti di grasso a far brillare le nostre labbra. Il vino, ancora un bicchiere, uno ancora, perdiamo il conto dei sorsi, dei passi, dei giorni. Le dita non bastano a tenere insieme le amicizie, così l’allegrezza si fa malinconia e pensieri seduti sugli scogli. Il sospetto dell’infinito a tirarci per la camicia, se fossi in viaggio dimenticherei la preoccupazione dell’esistere. Se fossi in viaggio penserei soltanto a dove andare, tornerei a guardami intorno. Dici rimaniamo giovani perché abbiamo perso radici, dico che lo zaino in spalla pesa e occorre fermarci.

E ti dimentichi sempre di scrivermi, non lo fai apposta, non sai che dire. Troppi ragionamenti tu, troppo istinto io. Finiamo per rivelarci quel che non siamo e confondiamo i toni, ma è tutta colpa dei miei punto e a capo. Tutta colpa delle tue dita lunghe, dell’eleganza del tuo guardare.

I musei son conquista inutile della borghesia, trascinavamo sentenze intorno a bottiglie vuote, le maree in testa e naufraghi fuori dalla porta. E poi il ricordo di quando mia madre mi ha insegnato a fare il caffè, le mie mani inesperte, la paura del fuoco e poi la scoperta. Quel che è nascosto prima o poi torna a galla, ci vuole qualcuno al nostro fianco che guidi il gesto, ci insegni l’attesa. E poi arriva il profumo, la tua schiena curva, le tue labbra strette. E un sol diritto, la parola.

Foto: © Nicoletta Branco

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Come l’uva passa

I nostri discorsi son come i nomi sulle barche, chissà se l’onda conosce gli alfabeti, chissà se ancora hanno senso le parole spese in ribellioni tra le piazze grandi, mentre sul trono le banche ridono. Mentre il denaro più veloce del sangue rimbalza nella virtualità delle contrattazioni chi siamo noi che mettiamo il basilico sul davanzale per guardare il verde?

Porterò questo mio scontro dentro ai palazzi di viltà tappezzati, sulle scrivanie troppo ordinate e nelle case coi soffitti alti dei centri delle città. Vorrei invecchiare, vorrei che mio figlio dicesse papà, ma tu che hai fatto? Vorrei rispondere che quel che ho raggiunto con fatica ho finito per demolirlo, che a tutto quel che ho pensato, mi son ribellato. Chissà se questo ha a che fare con la libertà. E cos’è rimasto, mi chiederà lui? Questo corpo appassito che si è donato e vuol diventare come l’uva passa, prelibato in purezza per palati rari e vino dolce per tutti gli altri.

Ma finirò per farmi troppo serio, ti vorrei al mio fianco perché tu capiresti, mi prenderesti in giro, diresti che annoio, e sarebbe il vero.

Dovremmo salire sulle nostre biciclette, pedalare tra i campi, tornare a casa rossi in viso a grattarci  via le allergie dalle gambe nude. La tua passione per i piumini e i miei occhi che piangono.

Di nave in nave, di treno in treno, trottola dai colori separati che in dinamica ti fai scostante, imprevedibile arcobaleno. Dicevi, ricordo, la responsabilità va delegata, dicevi senza rendertene conto, così la scelta è impossibile e l’andare soltanto una fuga.

Davanti al Chianti, ieri sera, poltrone molli e pensieri, il Colosseo illuminato, i portoni dei calciatori e i nostri dove, come, e poi che ne sarà del domani? Che senso ha il lavoro se la passione ti porta altrove? Se qualcuno non avesse piegato la schiena dove saremmo noi ora? Quale naso si è avvicinato al nostro culetto da bimbo e quale voce ripeteva severa “le croste, no, non le toccare, non le mangiare”. Dove saremmo noi ora senza le mani degli altri? Per le parole belle usiamo il telefono, lo schermo, è la paura che porta al largo gli incontri e non insegna a nuotare. Se non avessi il pensiero che consuma lenzuola e notti, se non avessi le dita, da dove uscirebbero queste parole confuse? Chissà. Andiamo al giardino, calpestiamo la terra, torniamo a casa e facciamo la spesa, viziamoci un poco. Che a noi interessa l’oggi, che ora e qui si consuma, tu non tardare, non è più tempo.

Foto: da Terraferma, Crialese, 2011.


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