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Infinitamente da me

Ormai magra da sentirsi pronta, Giulia si guarda un’altra volta allo specchio, sposta il peso sulle spalle perché la pelle si ritiri mostrando le costole; riesce a contarle, arriva fino a tre, poi il body verde fosforescente che le fascia due mammelle appena accennate, i capezzoli si sporgono un poco puntellando il tessuto. Ora lo specchio riflette il profilo, non ha mai avuto il culo così piccolo e sodo, i leggings in ecopelle non fanno altro che sottolinearlo. Il trucco è pesante, righe nere sopra e sotto gli occhi, raccoglie i lunghi capelli in un’unica coda. Le scarpe hanno la suola alta, completa il tutto una specie di kway col cappuccio giallo fosforescente.

Il telefono squilla, ciao ciao allo specchio, Giulia raggiunge l’amica Luna, due baci sulle guance, come stai? sei una favola, amo, anche tu. Poi un righino bianco, magari due, un po’ di Ghb: addio freni, addio inibizioni e stronzate da scolarette. Addio madre e addio padre, addio ansia e psicofarmaci, addio pensieri di domani stanchi, addio cielo bianco milanese e benvenuta notte e benvenuta dimenticanza.

Col freno di un taxi bianco, i profumi dolci, le gambe magre, labbra che risplendono e collane lunghe fino all’ombelico. Il rosso dei semafori negli occhi di Giulia proiettati fuori dal finestrino. La consoleranno due spalle nude, un petto depilato? Adrenalina sotto la sua lingua. Dai amo, siamo arrivate, ti apro la portiera, stai attenta alle pozzanghere. Luna ha una borsa piccola e fucsia, tira la cerniera, le cinquanta euro di papà possono bastare, il taxista non parla, decine d’euro di resto.

Là fuori tutti vestiti di nero, il giallo fosforescente del cappuccio illumina gli occhi dei ventenni, saltano la coda Giulia e Luna, conoscono tutti loro, il culo di Giulia poi ha un discreto successo, Luna la trascina avanti tenendola per mano, inciampa su tacchi troppo alti, sulle gambe grasse; le sue tette gonfie che si affacciano da un vestitino troppo stretto salutano i buttafuori, quelli rispondono un buonasera con accento straniero. E ancora baci sulle guance per le nuove arrivate, rituale lunghissimo. Ma quanto tempo, sei così dimagrita, amo, sei bellissima. Frasi sussurrate alle orecchie, la techno corrompe i timpani. Non ti sento, amo, parla più forte amo, bevi qualcosa amo.

Gli occhi di Giulia semichiusi per ripararsi dai neon, le braccia alzate a cercare un ritmo, il cappuccio sulla testa, sempre più fosforescente, si muove Giulia, si muove e non guarda da nessuna parte, svela le costole, tutte e tre, svela i capezzoli, tutti e due, Luna la guarda, goffa, appoggiata al bancone, col suo profumo dolce, con le sue labbra che grondano rossetto. Non più amo, né come stai, erano due e ora sono sole, la serata comincia, la musica spacca le tempie. Luna succhia dalla cannuccia un Gin Tonic, un ragazzo le si avvicina chiedendole se è italiana. Luna alza le spalle, succhia ancora dalla cannuccia cercando qualche parola per rispondere a un’ovvietà.

Giulia si muove a tempo nel mezzo del locale, le luci la cercano, lei ha gli occhi chiusi, i ragazzi la circondano, lei ha gli occhi ancora chiusi, le costole, i capezzoli sempre in mostra. Qualcuno la avvicina, le appoggia il bacino tra le cosce, lei apre gli occhi, avara d’espressioni, fa un passo indietro e ricomincia a ballare come se niente fosse successo.

Le labbra di Luna hanno perso il rossetto, contro il bancone lingue nascoste dentro a due bocche così vicine. Portami in bagno, dice, anzi portami a casa. Ci sono i miei amici, siamo appena arrivati. Portami in macchina, dice lei, ce l’hai la macchina? Lui la macchina ce l’ha e ce la accompagna.

Giulia, oh, Giulia, tenera Giulia, piccola Giulia. Le tue altalene e il parco, il cane Roostie che ti leccava le mani. Eri riserva nella squadra di pallavolo, arrivavi sempre per prima agli allenamenti, ti inventavi soprannomi per tutti, che ti è preso Giulia, che ti sei messa a leggere, Giulia? Perché non giochi più? Tua madre è preoccupata, Giulia, dice che non le parli più. E mangia, Giulia, non chiuderti in camera, non è vero che basta la musica. 

Ha i capelli rasati Ivan, avvicina Giulia, mantiene una distanza di trenta centimetri, è così magro Ivan, è così nero, due gambe come trespoli, le spalle strette, si muove così bene Ivan, dieci centimetri, Giulia ne avverte la presenza, apre gli occhi, lo fissa, regala un mezzo sorriso, Ivan fa finta di niente. Ballano vicini, giallo fosforescente e nero, cinque centimetri, due, ora si sfiorano Ivan e Giulia.

Una fotografia incornicia i loro vent’anni, tutto in un flash, li pubblicheranno domani su Facebook, questi anni bellissimi.

Luna ha terminato il su e già sopra un sedile poco profumato, si fa portare a casa, chi se ne importa di Giulia, il suo l’ha avuto, anche troppo in fretta, ma a che serve aspettare, a che serve annoiarsi, un’altra puntata di Fargo la aspetta, a casa c’è tutto. Fuori fa freddo.

Giulia e Ivan raggiungono il bagno, sempre ballando, naso contro naso, polvere bianca sul lavandino. Leccami le dita, ti voglio. Non ora, non mi va, non c’è problema. I neon li aspettano, torna a brillare il cappuccio. Non riesco più a chiudere gli occhi, nemmeno io, guardami ora, domani non ti ricorderai di me. Baciami adesso, domani non ti ricorderai di me.

Giulia, perché ora vuoi tutto dimenticare? Che te ne fai di tutto quel malessere? Sii felice, Giulia, cosa ti frena? Ho solo vent’anni, continui a rispondere.

Ivan la stringe, tornano a sfiorarsi. Tutti intorno li guardano, qualcuno li invidia.

E tu Ivan, dove l’hai lasciata la tua ragazza? Al paese, Ivan, se ti vergogni di lei non la ami. Cosa cerchi, amico? Ti sei scoperto bellissimo e ora non la sai gestire questa tua bellezza? Cosa ci trovi in Giulia, cosa manca a Caterina? 

Escono insieme dal locale Ivan e Giulia, non salutano nessuno, si abbracciano, si accarezzano, si baciano. Vieni a casa mia, non posso, voglio che ti ricordi di me, non posso. Perché? Mi farai male. Non puoi saperlo, lo so, siamo nati per farci del male, poi arriva la morte. Ci assomigliamo troppo, appunto, non ti farei mai del male, me lo farai invece, vieni a casa mia.

Giulia ci pensa. Ivan la stringe da dietro, camminano e inciampano spesso. Ci facciamo così sintetici che poi se vuoi dimentichi tutto, e se decidi di non dimenticare puoi stare da me finché vuoi, infinitamente da me. Ne hai? Ne ho. Tanta? Tantissima. Voglio suonare per te. Se tu suoni per me io ballo per te. Lo fai davvero? Tanto poi me lo dimentico. Perché vuoi suonare per me? Non suono mai per nessuno. Tutti suonano per qualcuno. Io perché sto male. Sto male anch’io. Possiamo stare male insieme. Non è la morte questa? Io dico vita. Che scemo. Chi? Tu. Io? Che discorso del cazzo. Io? Tu. Perché parli ancora? Suona. Ok. Tu balli? Sì. Per me? Per te.

Foto: © Vanessa Winship

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Per scongelare il Polo sud

Si divertiva a staccare le stalattiti di ghiaccio che si formavano sulle grondaie.

Abitavano al quinto piano ed era semplice allungare il braccio e ruotare il polso, sentire il freddo sul palmo della mano, stringere il pugno, riportare il braccio dentro alla finestra e cominciare a leccare il bastoncino trasparente come si fa coi ghiaccioli perché in fondo un ghiacciolo è solo che non sa di niente e non ha il bastoncino per cui bisogna consumarlo in fretta per evitare che sgoccioli dappertutto. A Valentina piaceva tenere in bocca quella specie di carota ghiacciata e stringerla coi denti per liberare le mani e potersi sfilare il maglione, poi la t shirt bianca di American Apparel e infine le mutandine. Era eccitata nell’accorgersi delle prime gocce d’acqua che le scendevano sul collo, sul seno, fino all’areola, per tracciare il contorno del capezzolo e poi striarle la pancia bianca, tra quei suoi tre nei sporgenti, per scomparire nell’ombelico.

“Se migliaia di uomini si dessero un appuntamento al Polo sud e si spogliassero contemporaneamente con il loro calore farebbero sciogliere l’intero continente. È figo, non credi? Il problema sarebbe che poi questi uomini nudi, prima di avere il tempo di rivestirsi e scongiurare così il congelamento finirebbero morti affogati perché il ghiaccio sul quale camminavano non esisterebbe più.”

Marco ci pensò ancora un po’, poi aggiunse: “Sarebbe un bel sacrificio, è vero, ma un modo originale di cambiare il mondo. Darebbero lavoro a un sacco di cartografi per ridisegnare la mappa del pianeta e poi, poi insomma, tutto si modificherebbe di conseguenza? Se un continente intero scomparisse all’improvviso.” Fece silenzio e guardò il corpo di Valentina bagnato da decine di gocce che facevano a gara per raggiungerle l’incavo delle cosce.

“Non migliaia, forse milioni, sì, milioni di uomini ci vorrebbero. Forse tutti gli uomini della terra, là, nudi, uno sopra l’altro, a correre, ad accoppiarsi, ad alitarsi addosso, non lo so, così, col sacrificio di milioni di uomini cambiare il mondo è possibile. Perché nessuno ci ha mai pensato, eh?” Faceva girare il mappamondo e continuava a ripetere la parola “milioni”.

Valentina mise in bocca quel che rimaneva della stalattite, la frantumò coi denti, poi succhiò il ghiaccio e infine ingoiò. “Non mi diverto più come quando mi guardavi.” Marco twittò “milioni e milioni di uomini nudi al Polo Sud”, poi la guardò e le disse: “Non siamo più dei ragazzini.” “Ti eccitava moltissimo.” Riprese lei. “Pensi sempre al sesso.” La rimproverò lui. “Forse bisognerebbe fare una gara per scegliere gli esseri più meritevoli a rimanere sulla terra e lasciarne due per continente. Dovranno essere giovani, fertili e preparati ad ogni evenienza. Dovranno…”

“Stai dicendo soltanto cazzate fasciste, elitarie, stupide stupide stupide. Queste sono gocce che si sciolgono col calore del corpo, là si parla di Iceberg. È impossibile, Marco.” Fece una pausa. “Trovi ancora belle le mie tette?” Lo disse toccandosele, lo disse sperandoci.

“Anzi, no! Una coppia giovane e una coppia vecchia, perché i giovani siano educati dai vecchi, perché possano osservare una morte per cause naturali, perché possano prendersi del tempo per loro e lasciare i figli ai nonni.” Marco sorrise compiaciuto, prese un foglio bianco e si mise seduto alla scrivania a disegnare qualcosa che assomigliava al contorno dell’Europa.

Lei gli saltò in braccio e lo baciò sulle labbra, lui la scostò, lei cadde per terra, nuda allargò le braccia e fece finta di nuotare sul pavimento. “In questi giorni partono aerei e aerei che portano tutti al caldo, perché non ci facciamo un viaggio anche noi?”

Marco twittò: “La mia ragazza è sul pavimento e muove le braccia come un gabbiano. La mia ragazza è un gabbiano.” “Sei un gabbiano tu.” Le disse.

Lei annuì e continuò il suo volo. “Dovremmo drogarci di meno, io sono stufa dell’odore del tuo sangue. Dei tuoi discorsi mistici del cazzo. Non mi piace più! Mi piace volare, sì, così, volare.” Continuava a muovere quelle braccia su e giù e a ogni movimento piccoli ammassi di polvere si sollevavano nell’aria. “Come Bastian, il fortunadrago. Lo sai perché penso al sesso? Perché sono Bastian e se mi cavalchi ti porto nel mondo che non c’è!” Scoppiò a ridere, rise forte, così forte che lui smise di guardare i messaggi dei suoi amici sul gruppo di Whatsupp e disse: “Che cazzo ridi?”

Lei continuava, lui batté sui tasti del cellulare: “Sto pensando all’estinzione del genere umano, non credo di uscire. La mia ragazza ride.”

Lei smise all’improvviso di volare, portò le ginocchia al petto e le strinse forte, si fece seria, poi iniziò ad ansimare, a singhiozzare. Le lacrime le bagnavano le guance, la bocca, le ginocchia, correvano fino alle dita dei piedi, erano calde.

Marco si alzò dalla sedia: “Piangere dovrebbero! Piangere! Brava cazzo, brava! Piangere, piangere, piangere! Immaginateli là al Polo, tutti nudi, e tristi. Prendiamo gli ultimi, i depressi, le persone sole, i carcerati, tutti quelli che non hanno motivi di felicità e portiamoli là, tutti insieme! Brava, cazzo, brava!” Si avvicinò a Valentina, la strinse forte, lei si ribellò, poi lasciò che lui la stingesse, pianse ancora più forte, poi smise, si aggrappò ai capelli di lui.

“No! Ho detto una cazzata!” Sussurrò sulla spalla di lei, lasciò l’abbraccio. Si sedette per terra. “Se mettiamo insieme tutti i tristi del mondo va a finire che si consoleranno, che si abbracceranno, che si sentiranno meno soli e quindi più felici! No, prendiamo i più felici, separiamo le madri dai neonati, gli innamorati dal loro amore, gli uomini in carriera dal loro lavoro, i cinofili dai loro cani… così, piangeranno per tutti, per quelli già disgraziati, per noi che ce ne stiamo qui al riparo delle nostre mura a inventare il mondo nuovo, che nascerà dalla felicità, dal sacrificio della fe-li-ci-tà! Vieni qui.”

Valentina lo guardò, lui aveva gli occhi rossi e gonfi. Non riuscì a dire nulla, non riuscì ad avvicinarsi, lui si piegò sul lato e si addormentò. Fu allora che lei fece forza sui polpacci e si mise in piedi, raccolse la maglietta, il maglione, li indossò, si infilò anche le mutandine. Salì sul letto, guardò fuori dalla finestra. Grandi gocce cadevano dalle stalattiti e sbattevano contro l’asfalto. Faceva freddo fuori.

Valentina fissò lui, il suo naso rosso, i capelli sporchi. Sul pavimento i cartoni di sei pizze sei, erano in quella camera da due giorni, la Coca-Cola era rimasta aperta, lui l’avrebbe trovata sgasata al risveglio, si sarebbe arrabbiato. Valentina cercò il tappo, la chiuse con forza. “Dovrei andarmene da qui, dovrei lasciarlo solo.” Ma aveva la passione per i ghiacciai, provò a piangergli addosso, provò a scaldarlo. Al risveglio lui trovò soltanto una Coca-Cola sgasata e il profumo di lei sul petto. Del Polo Sud sembrò non importargli più nulla.

Foto: dalla rete.

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I pressapoco della mia lontananza

E poi il vino e pensieri deformi, i tuoi vent’anni e i pressapoco della mia lontananza. Tra studi classici e maledizioni col dito medio in fotografia, poi bluse a fiori, caratteri sparsi sul tavolo del nostro ieri. Tensione verso l’alto e bacino orizzontale sempre in movimento, al riparo dei cuori candidi, delle tende nomadi dei raccoglitori di gioventù. Con gli ideali per cappello, i pantaloni che si arrendono alla presunzione del passo. Andremo avanti fin quando ci fermeranno, faremo fatica a distinguere tra il noi e il loro, concentrati come siamo al presente. Tutto intorno movimenti visibili e invisibili, tettonica zolle e la velocità supersonica delle navicelle spaziali, cantieri interminabili intorno a piazza ventiquattro maggio. Ci addestriamo alla guerra e diventiamo capaci di lanciare soltanto lo sguardo, le nostre visioni mistiche sui canali di stato, quei trecentossessanta gradi di speranze che fanno i tuoi piedi il sabato sera. Faranno fatica a comprenderci, noi fuori dai televisiori, fuori dai bar e lontano dalle piazze, a cercare gli angoli, gli sguardi nascosti e privilegiati sull’oggi. Lingue su lingue penderanno sui nostri soffitti, avremo spalle forti, guance trasparenti. Saremo belli, finalmente belli e sconfitti, diventeremo invincibili soltanto quando sarà tardi, troppo tardi. Impareremo ad amare, terremo in tasca il desiderio irrinunciabile del ricevere attenzioni. E carezze e abbracci, quelli che arrivano troppo tardi, quelli che arrivano il giorno che non te l’aspetti. Tu, creatrice di rane di carta, di barchette da far galleggiare nella vasca da bagno, tu, donna nuda con la sciarpa lunghissima, orchidea blu, tu passo incerto, neo nero, tu, mia simile, amica.

Foto: © Anthony Goicolea

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Ti ho scritto ti bacio, mi hai risposto ti bacio

Lui le aveva comprato un biglietto per quel concerto, gliel’aveva infilato in una busta chiusa nella cassetta delle lettere. Lei aveva ventitré anni, viveva in affitto e la cassetta della lettere non l’apriva mai. Passarono tre mesi, venne il padrone di casa a ritirare la posta, prese la busta, lesse il suo nome e gliela mise sotto la porta. Lei strappò la carta, vide il biglietto, si chiede il perché di un invito a un evento ormai passato da tempo. Lesse la dedica col nome di lui, si ricordò di una sera, fuori da un bar in Ticinese, quel ragazzo bello e ubriaco, quello vestito male, col trench blu e le scarpe rosse. Si ricordò perché non gli aveva più risposto: un esame a breve in università, il pensiero a un uomo che la scopava per bene ma non l’amava e poi il futuro così incerto. Decise di contattarlo su Whatsupp, gli scrisse: “Ehi, la prossima volta se mi avvisi prima magari ci penso.” Lui ricevette il messaggio mentre era sul cesso e ascoltava I Cani che urlavano dei pariolini di diciott’anni che comprano e vendono cocaina, lo lesse e si ricordò di quella busta, si chiese perché proprio ora che stava uscendo con una ragazza carina che non lo faceva impazzire, ma sì, gli piaceva e non gliene importava nulla se l’aveva trovata su Tinder. Lesse il messaggio ancora, e ancora, poi appoggiò il telefono sul pavimento, l’applicazione si chiuse e anche la musica cessò. Si pulì il culo per bene e non dimenticò di lavarsi le mani. Poi riprese il telefono e le rispose: “Dopo tre mesi ti fai sentire così? Al concerto sono andato da solo.” Sotto al messaggio si accesero due virgole blu, lei aveva letto. Non rispose subito, lui chiamò, così impulsivo. Lei rispose, lui non sapeva che dirle, lei rideva, lui azzardò un “Perché non ci vediamo stasera?” Lei rispose “Perché no?” Lui disse ancora: “Vengo a prenderti alle nove” Lei rispose ancora: “Ci vediamo alle colonne di san Lorenzo.”  Lui: “Meglio sul Naviglio allora.” “Colonne o niente.” disse lei. “Ok.” Terminò lui. “A dopo.” terminò lei. Si fecero una doccia, si vestirono, si profumarono, uscirono ciascuno dalla propria casa, lei in ritardo, lui in anticipo, dopo pochi passi si chiese se avesse chiuso per bene la porta, tornò indietro a controllare, quella era chiusa, lui era agitato. Quando si incontrarono si strinsero la mano, lei rise, lui trovò il coraggio per baciarle le guance, qualche secondo per decidere dove andare, le mani in tasca. Finirono al bar Cuore, c’era un concerto, lei conosceva tutti, lui no, presero da bere, pagò lui, lei si intrattenne con la barista, glielo presentò, incespicò sul suo nome, poi se lo ricordò. Si sistemarono a un tavolo, lei sorseggiava, lui tracannava. Il bicchiere di lui ormai vuoto, un po’ di domande sul frattempo, svelato l’arcano della busta. “Dovevo pensarci prima.” Lei gli chiese a cosa, lui disse: “Al fatto che chi è in affitto non sempre controlla la posta.” Lei disse soltanto: “Era un bel concerto, sarei venuta, forse.” Poi gli raccontò del passato, fece ipotesi sul futuro, gli propose di fumare fuori. Lei uscì, lui le guardò il culo, poi i capelli lunghi, avrebbe voluto si scoprisse le spalle, lei indossò il cappotto. Lei fumava, lui no, molto silenzio. “Ma non ti piacevo proprio?” “Be’ sì. Certo che un po’ mi piacevi, non ti avrei dato il mio numero altrimenti.” “Ma perché poi non mi hai più risposto?” “Non lo so.” “Posso baciarti?” “C’è anche da chiederlo?” Lei lo baciò, lui ne fu sorpreso. Le labbra si cercarono, le lingue si affacciarono timide, poi presero coraggio, labbra su labbra, lingua su lingua, via a mulinello, una mano scendeva sulla schiena, l’altra cercava il muro, lei si staccò, gli disse: “Mi sembra sufficiente.” Il respiro di lui ci mise un poco a ritornare normale. Un gruppo di ragazzi si avvicinava, uno di loro indossava un cappello, uno di loro alzava una mano, uno di loro, sempre lo stesso, le andava incontro, la abbracciava forte, la prendeva in braccio la faceva girare tutto intorno, lei era felice. Quando sei tornato? Oggi, proprio oggi, rispose quel ragazzo. Lei si avvicinò alle labbra di lui che erano più rosse del solito, gli disse soltanto: “È un mio amico, non lo vedo da tanto, vuoi scusarci un secondo?” Lui annuì e si appoggiò al muro, sulle prime li guardò, poi fissò la strada, controllò nervosamente il telefono, poi ritornò a guardarli, lei si divertiva, non smettevano di abbracciarsi, di toccarsi, lei lo prese per mano, entrarono nel bar, ordinarono da bere, si abbracciarono ancora, li osservava dal vetro. Appoggiò una sigaretta alle labbra, la accese, due tiri e la gettò per terra, fece per entrare, il ragazzo col cappello la stringeva, lui decide di andarsene, poi se ne andò. Tornò alle colonne, si guardava intorno e si grattava le dita, e i discorsi superficiali, e bottiglie di birra vuote che rotolavano per terra e rossetti rossi tutt’intorno. Vide una coda, capelli biondi, abito nero, le disse: “Ehi.” Lo ripeté due volte, poi pronunciò il suo nome. Lei gli chiese se si conoscevano, lui fu capace di spiegarle che si scrivevano su Facebook, si ricordò anche di tutto quello che si erano scritti, anche lei ricordò, lui la aveva abbordata con una scusa, lei lo trovava carino, si strinsero la mano. “Sto andando a casa.” Disse lei. “Se vuoi ti accompagno.” Propose lui. Lei fece sì con la testa, camminavano vicini. “Sembri triste.” Ruppe il silenzio. “Ho avuto una serata di merda, scusa.” “Ma hai incontrato me.” “Anche questo è vero.” “Ricordi che ci siamo baciati su Facebook?” Domandò lui. “Non ricordo, l’abbiamo fatto davvero?” “Sì.” “E come è stato?” “Bello credo. E per te?” “Se è stato bello per te lo sarà stato anche per me.” “Ma come abbiamo fatto?” Lui spiegò: “Io ti ho scritto ‘ti bacio’ e tu mi hai risposto ‘ti bacio’, e così ci siamo baciati.” Lei era dubbiosa. “E come lo sai che era un bacio vero?” “Lo so, lo sentivo,” disse lui convinto, “e lo sentivi anche tu.” “Dovremmo riprovarci.” “Magari riproveremo.” “Perché non adesso?” “Perché non siamo in chat.” “Se lo facessimo davvero?” “Non credo funzionerebbe.” Lui domandò il perché. “Quel che succede in rete resta sulla rete.” “Ne sei convinta?” “Certo.” “A me sembra tutto vero, anche tra i pixel.” “Non ti ammalare.” “No.” Disse lui.

Lo ripeté più volte quel no, non sembrava convinto. Erano arrivati sotto casa di lei. “Sono arrivata.” “Lo so. Ci siamo fermati.” “Domani mi sveglio presto, scusa.” “Non c’è problema.” Lui provò ad avvicinarsi per baciarla, lei offrì la guancia. “Devi avere pazienza.” Disse. “Chiamami domani, se vuoi, ci beviamo una birra. Sai dove abito.” “Va bene, buonanotte.” “Buonanotte.” Rispose lei, corse sulle scale, sparì dalla sua vista. Lui accese un’altra sigarette e rimase là, immobile, a mischiare il passato e il futuro.

Il telefono squillò, era la ragazza del Cuore. “Dove sei finito? Ti ho cercato ovunque.” “Me ne sono andato.” “E perché?” “Così.” Disse lui, lo ripeté e gli venne da ridere. “E ti sembra il modo?” Lui rispose di sì, che gli sembrava il modo e che era stato un errore rivedersi, che erano passati tre mesi, che erano diversi, che lui l’aveva immaginata diversa. Lei gli continuava a ripetere: “Ti sei ingelosito?” Lui disse: “Avrei dovuto?” Lo disse ironico. Lei gli urlò VAFFANCULO e lui rispose grazie, poi terminò la conversazione e si avviò verso casa.

Si domandò più volte cosa significasse essere gelosi, si rispose soltanto che lui era di troppo e niente lo faceva felice. I baci, quelli sì, con quelli si dimenticava delle insicurezze, delle domande sul senso di tutto il mondo e di quella vita che non gli dava né soddisfazione né stimoli né voglia di alcun domani. Si specchiò a una vetrina e si trovò bello, poi pensò a quel no detto alla ragazza di Facebook, decise che non l’avrebbe mai più richiamata. Poi tornò a casa e si addormentò molto tardi. Il giorno dopo le scrisse che sì, era geloso, lei non rispose. Due spunte blu, aveva letto, ma non rispose.

Foto: dalla rete, Chez Jeannette, Paris.

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Dopo quella sera

Dopo quella sera, seduti al tavolo di un bar, un fungo alimentato a butano per riscaldarci. Un bicchiere di vino e un’altro ancora, gli stessi sigari, goffo io fino a scomparire nel fumo. Dopo quella sera, tra i sampietrini fino a casa tua, le scarpe che illuminavano i miei occhi e la camminata ciondolante e finalmente i tuoi numeri sul mio cellulare. Tornare a casa a piedi, sempre a piedi, a ricordarmi le frasi dette e i momenti di vuoto, a sorridere senza sapere il perché e ritrovarsi appiccicato addosso lo sguardo di uno sconosciuto, poi proseguire fino al divano, non prendere sonno fino a mattina, chiedersi se tutto è vero, se l’emozione è in grado di cancellare ogni accesso ai ricordi.

Dopo quella sera, pochi giorni al tuo compleanno, cercare un giradischi, cercarlo di legno, perché lo chiedeva il bianco delle tue pareti, perché lo chiedeva il tuo sguardo, il ritmo delle tue parole no, la sola piccola contraddizione che trova spiegazione nelle spinte opposte che t’abitano. In contraddizioni sanabili soltanto in tempo e cura.

Il giradischi costava un sacco, ho scelto il più bello, mi sono fatto spiegare il funzionamento, ho detto soltanto: “Metto insieme i soldi e torno, lo tenga via, lo allontani allo sguardo, lo tenga al riparo.” Le labbra nascoste dai baffi disegnarono un sì, tornai a casa canticchiando una canzone di De Gregori che si chiama Anna e Marco, anche se tu non ti chiami Anna e ogni volta che pronuncio il tuo nome poi me ne pento.

I dischi, mi dicevo, i dischi, odio il silenzio soprattutto quando è imposto. Dalle situazioni, dalle lontananze, dalla paura, dall’assenza di un supporto in questo caso. La scelta era semplice, avrei aspettato la domenica e al mercatino dell’antiquariato avrei acquistato del jazz, magari Vian. Ero felice, stavo diventando povero, ma non mi importava, nulla. Mi ripetevo che è necessario mettersi in situazioni di non ritorno, avere in testa la meta e non trovare scuse né strade alternative.

Decisi di scriverti, magari eri senza alternative anche tu. Il mio primo messaggio fu una foto che mi ritraeva da piccolo, la pancia piena, il viso gonfio, mossa sbagliata, ogni tanto le relazioni vivono di strategia, tu rispondesti fredda, io capii subito. Mi avevi promesso non sparirò, non questa volta. L’hai fatto.

Non ho comprato il giradischi, i dischi invece, per quelli era troppo tardi, li ho lasciati in quattro bar diversi: uno in Porta Venezia, uno in via Vigevano, uno in Garibaldi e l’altro in Brera. Su tutti una citazione di un libro, una scritta poi cancellata, perché si capisse che c’era, ma che non voleva essere letta, o meglio, fosse letta e poi dimenticata. Magari qualcuno ha sorriso.

Chissà che fine ha fatto quel giradischi, se il signore coi baffi mi aveva preso sul serio sistemandolo al riparo. Chissà se qualcuno l’ha poi comprato, chissà che musica ha suonato, magari è in casa tua, io voglio immaginarlo là, a decorare i tuoi giorni.

Sai, questa è soltanto una storia, una di quelle che scrivo per ricordarmi di aver vissuto dietro all’amore senza mai raggiungerlo, vissuto sì. Perché l’esistenza non è cerchi in lega e nemmeno frontiera. La mia trova vita in un aggeggio di legno, in sogni e vorrei. La tua, beh, la tua è felice, perché il tuo campanello suona, la tua tavola è ricca, i tuoi occhi sempre più belli.

Ho raccontato questo a un daino, ieri notte, in un bosco, lui ha capito, è scappato al galoppo e ha pianto per me prima di addormentarsi sul ventre gonfio di una madre preoccupata che gli chiedeva che c’è. La sensibilità è animale, ho scritto su un post it, gli umani dimenticano.

Foto: dalla rete.

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In tutto questo tu e io

Tra i denti aria cheta e caffè. Poche automobili, lontano il suono di una campana. Il bambino, pigiama azzurro, raggiunge il letto dei genitori, urla sveglia. Nella finestra di fronte lavori in corso, aspirapolvere accesa e capelli appena lavati. È festa sugli alberi di palline colorate e pizzi bianchi, le iniziali ricamate sulle camicie del capofamiglia e una cane da accompagnare sulla strada. Altri caffè dentro ai bar e palazzi grigi, coppie dagli aliti lisergici gettano al cuscino il bacio del buongiorno, chi è ospite si guarda intorno e si riveste in fretta, la sciarpa sollevata fino alla fronte e l’ultima fila sull’autobus a guardare fuori i negozi aperti a pensare al perché di occhiaia nere e capelli sporchi. Sul ciglio di tutte le strade uomini e donne stesi a cercare il calore in guanti consumati, i nostri occhi troppo impegnati a cercarci il riflesso sulle vetrine, ci hanno costruito preoccupazioni e bisogni, così consapevoli e ormai sconfitti che quando tutto è apparecchiato per il nostro benessere ci tormentiamo con la felicità e l’opinione degli altri. In tutto questo tu e io. Non bastano i passi a misurare le nostre distanze. Sei uscita sul balcone a fumare la prima sigaretta e già pensi a che fare, a dove andare. Io ti accarezzerei il sedere, lo sai, e ti stringerei forte da dietro, del tuo sguardo uno sguardo, delle tue mani le nostre mani. Lo senti il cuore pompare sangue in tutto il corpo, non servono ora le canzoni dei cantautori tutti nervi e chimica mentre sussurri che mi abbrutisco e tutta la mia sensibilità non serve a nulla. Bovarismo si chiama. Inventarsi realtà e comporle, l’apoteosi del virtuale. Ora il rasoio, io torno in provincia, sedie e amicizie, vino rosso per non pensare, il gioco delle carte, la pancia piena, la sigaretta al balcone, tu come stai, torna la domanda, tu come stai, gira tutto intorno.

Foto: © Miraruido

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Una frase molto stupida da dirti stasera

Non rimane che la notte è una frase molto stupida da dirti stasera. Tanto non puoi sentirmi e già dormi, tanto non puoi raggiungermi, e già sogni. Mi hai detto ho incontrato i miei amici, mi sono trattenuta solo un poco, la strada era trafficata, ho bevuto quattro sbagliati per poco affogo. Io intanto mi sento come a nove anni alle prese con le divisioni, e troppe dita per contare il tempo che spreco a battere sui tasti, a rincorrere le parole prima che scappino. Un vecchio mi guarda, mi sussurra è una posa la tua, sei così finto, si aggrappa alla sedia, la tiene più forte, poi sale sulla scrivania e mi scruta dall’alto, non è colpa mia se sei così sciocco, che ti dice tuo padre? Che lavoro fa tuo padre? Ti vuol bene tua madre? Torna tra vent’anni e lega l’ultimo bottone della camicia, mi dice, sarai morto gli dico, prende la maledizione e la lascia alla sua segretaria. La rabbia tra i denti e un bicchiere di vino, poi un altro, che colpa ne ho se tutto intorno invecchia e nessuno fa caso alle foglie gialle, alle foglie rosse, mentre in foto vengono così bene le orchidee. Mi sono comprato una canoa per galleggiare meglio sull’inconsistenza dei vostri ragionamenti, dimagrite tutti e non mangiate più, la vostra bocca è già piena, non resta che vomitare parole d’odio, parole d’amore, parole di stima, parole di plastica verso i cieli dell’inconsistenza, parole così leggere che non cadono mai. Io non ascolto, non più, io guardo soltanto, gli occhi, le labbra, le spalle. Non m’ingannate, sapete? Non faccio l’inchino, non chiedo permesso, non dico sì, grazie. Voi confraternite, famigliole, borghesucci di zucchero a velo e sigarette, di cortesia e generosità, di grappoli d’uva al tramonto e cashmere, gioielli, profumo di lavanda e pubblicità quotidiana e il cognac, solo quello buono. Ti chiedo la mano e mi rispondi con supponenza, ma che ti credi, ma cosa vuoi, ma tu chi sei, mi dici, e poi mi spieghi la vita tra le mura dei teatri, le sale coi nomi altisonanti, moriamo soltanto per essere ricordati, pensi. Vorrei essere più leggero anch’io, così non mangio, non dormo, afferro il primo aquilone e parlo con il corvo, mi dice io mangio gli occhi perché chi troppo vede troppo sa, chi troppo sa troppo ignora, chi troppo ha troppo vuole. Gli chiudo il becco, gli dico basta, raggiungo l’aquila e ne imito il volo, mi dice scendi, tu presuntuoso, che cosa c’entri col cielo? Così la terra mi dice vieni, io scendo piano, mi faccio terra, che terra sono, che terra ero, nasco di nuovo, un po’ più curato, più scemo, più furbo, camicia bianca, tribuna, che bello, dalla prima fila è tutto un incanto. Ma quel ragazzo che ci fa così indietro, che guarda, che vuole? La sciarpa, il cappotto, vede il contorni, le contraddizioni, vede lo scuro, ma qui è tutto bianco, chiamatelo ora, portatelo avanti, salutatelo, avanti, per bene, correte, chiamate il corvo, cavategli l’occhio. Ti ho scritto un biglietto di carta, ci ho scritto ti amo, manco ci credo, una carezza al tuo maglione bianco, un pugno sul muso, poi terra, la terra, soltanto la terra. Nasciamo sconfitti e poi la scelta, se il raccolto non c’è, puoi venderti tu. Io invece no.

Foto: © P. Lorca diCorcia

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Arcobaleni sul cielo di Roma

Quando mi hai detto questa sera non vengo perché sono stanca ho pensato all’assurdo. Assurda questa abitudine di svegliarci al mattino e finire tutti sotto alla luci al neon che consumano meno ma creano danni permanenti alla vista. Tra i telefoni che squillano la tua voce si confonde con quella degli altri mentre io me ne sto chiuso in casa e appendo lenzuola alle finestre perché gli operai che sistemano i lampioni imparino a farsi gli affari loro.

Barbara D’Urso continua a insegnare che è necessario lanciare inviati per conoscere le storie brevi che ci circondano e poi piangere o ridere di gusto. Mi annoia perfino sfogliare i quotidiani ormai troppo simili alle riviste, scoprire che Fabio Fazio si è fatto crescere la barba come gli hip di Milano, che te ne importa, mi dici e poi ti incazzi.

Io mi accendo una sigaretta col fuoco dei fornelli, guardando dal balcone penso che mi mancano i concerti di Francesco Guccini quando ce ne andavamo a dormire in tenda di fianco ai laghi e illuminati soltanto dalla luce delle sigarette non riuscivamo a guardarci in faccia. Poi al mattino ci lanciavamo nell’acqua senza paura, noi e le nostre felpe consumate sui gomiti, noi e tutte le confidenze che non avevamo il coraggio di farci. Tu eri così giovane che non mi avevi ancora rovinato le guance, avevi le unghie corte e nessuno ti fermava per la strada. Ora la tua auto è parcheggiata da mesi sempre nello stesso posto, sull’aereo ascolti le canzoni di quelli che sono diventati i tuoi amici mentre io cammino col cappuccio e i capelli sul viso e in libreria sfoglio le prime pagine dei libri appena pubblicati. Non voglio pensare che l’amore si meriti e non mi interessa l’eroina, no, davvero, preferisco le canzoni di Ligabue anche se non le ascolto da quindici anni.

Mi chiami dall’America per dirmi che so scrivere anche meglio di così, che me ne importa, ti dico io, è solo un blog, ma se lo legge Lagioia? Mi dici, se te lo legge qualcuno che figura ci fai. Alzo le spalle, penso non me ne importa niente e mi viene da ridere. Ti dico che mi manchi un sacco e fai finta di niente, mi prendi in giro perché a trent’anni parlo come i ventenni, poi mi proponi un saggio di Aime per dimostrarmi che tutto è relativo. Ti espongo così la mia teoria del mondo obliquo, dei fili invisibili che ci trattengono delle relazioni sante che vogliono soltanto il bene.

Tu attacchi il telefono al muro, avrei voluto parlarti ancora e ancora, cerco rifugio nel ricordo di giorni a dimenticarsi del senso in Sudamerica e occhi spalancati e sveglie che suonano presto e zero voglia di dormire, soltanto cosce da incastrare e lingue da consumare.

Bussano alla porta ed è il prete per la benedizione di dicembre, ha paura, chissà che gli dicono, chissà come lo trattano, e poi si lamentano dei cani vagabondi. Lo invito a entrare, è vestito di nero come quei ragazzini agli angoli del Naviglio il venerdì notte, arriva il Natale e tutti gli hip indosseranno maglioni con renne e stelle, magari anche lui, magari da solo. Mi benedice con l’acqua fredda, poi saluta e se ne va, mi sembra si vergogni.

Mi siedo davanti al MacBook, nessuna meraviglia, parliamo tutti di costellazioni e dello scorrere del tempo, lo facciamo dalle nostre postazioni internet, sui blog e in chat, poi ci mangiamo il sushi e diciamo, beh, alla fine è sempre buono e le coperte non pesano più, ci addormentiamo insieme sempre troppo stanchi per scopare. Al mattino il suono della sveglia; tu dici è tardi, io ti preparo il caffè a torso nudo e neanche mi guardi, cerchi il reggiseno e ti lavi la faccia, un bacio sulla guancia e nuove luci al neon.

Era meglio quando c’era Annie, tutto è finito con lei, è iniziato con lei.

Doveva andarsene ed è rimasta da te, vi trovavate così bene, dicevi, se ne tornerà a Parigi soltanto a gennaio. Così baciavo te e baciavo anche lei. Ascoltavamo canzoni bellissime e ballavamo soli e ci facevamo fotografare anche in doccia, tu eri tornata a drogarti e a bere, ti chiamavano ogni mattina dal lavoro per chiederti che fine avessi fatto, rispondevi che eri malata e ti travestivi da uomo e mi tagliavi i capelli e lei si accontentava di guardarti di schiena mentre ansimavo tra i tuoi capelli, mi facevi venire con soddisfazione, poi ti chiudevi in bagno per un po’, uscivi nuda a chiedere a me e a lei di indovinare il tuo profumo. Vinceva sempre Annie perché io i nomi dei profumi non li ho mai saputi. Le mie narici bruciavano, lei cucinava malissimo, faceva bruciare tutto, così ordinavamo pizze a tutte le ore e scattavamo polaroid a quei poveri giovani protetti dal casco lasciandogli il resto come ricompensa anche se i soldi stavano terminando e i bancomat erano sempre troppo lontani.

Dal lavoro non ti chiamavano più, Annie faceva il conto dei giorni che la separavano dalla partenza e si chiudeva in camera per giorni, oggi il Cristo nasce e prima o poi morirà avevi urlato quel giorno, Annie sembrò risorgere dai suoi malesseri , riaprì la porta della cameretta e ballò della dub vestita soltanto di un body verde fosforescente, aveva dei tagli sulle gambe che continuavano a sanguinare.

Tu ti eri chiusa in camera a piangere, io mi ero vestito ed ero sceso sulla strada. Mi sembrava di essere stato secoli lontano dalla terra, avevo gli occhi piccoli e i capelli sporchi. Mi ero seduto su una panchina e aspettavo che i passerotti si posassero tra le mie dita, ma non succedeva, soltanto in Bambi gli uccellini si colorano di blu, io non avevo corna e nemmeno pensieri.

Oggi qui è tutto cielo, i giorni si assomigliano soltanto quando la tua vita si sta consumando nell’ignavia, io sono ancora sulla stessa panchina, una ragazza mi chiama dice che ci fai lì, vieni a manifestare, chiedo per cosa, per le case, risponde, sono tutti dei bastardi, non è democrazia questa, non c’è libertà. Allora mi alzo e vado con lei, è bionda, è bella. Ha le unghie colorate di cinque colori diversi e non riesce a stare ferma, urla forte. Abbasso la testa, mi squilla il telefono, è Annie, ha deciso di partire e vuole salutarmi, dice che non morirà, le dico ciao, fai buon viaggio e ricordati di andare a letto presto.

Lei se ne sta ancora in camera a piangere e a soffrire per la partenza di quell’amica che amica non è mai stata e nemmeno amante e nemmeno io so che cosa è stata Annie per noi. Ora è tutto silenzio, ho voglia di mettere le mani sotto l’acqua bollente tenerle là finché bruciano perché il dolore è il mio nuovo piacere. Tu piangi e io non me ne accorgo. E fuori è pioggia. E arcobaleni sul cielo di Roma.

Foto: © Bernard Faucon

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L’habitude tue

La fronte sanguina, la pietra è rossa, ci perderò il senno ma prima o poi il muro cadrà e sarà polvere tutto intorno. I miei occhi nei tuoi occhi, il tuo profumo nelle narici, le tue mani nell’aria e le mie che le rincorrono senza farsi accorgere. La cocciutaggine prima o poi avvera il desiderio, ma il tempo, il tempo è l’avversario che inquina il respiro e invecchia la pelle. Quando ti avvicinerai per baciarmi le guance penserò è tutto assurdo. Tutto questo buio che ci siamo fatti intorno, quei lampioni spenti a calci, tutti gli aerei che ti hanno portata lontano, tutti i quadri che guardi, la natura che ti nasconde, le fotografie che ancora scatti e le cene per il benessere degli altri. E ora che una fiamma l’abbiamo accesa ti resta soltanto dire che le relazioni sono come i batteri, crescono tra le debolezze, che se fossi più forte saresti irraggiungibile. Non è ancora giorno e non mi vedi bene, per l’intero, ti dico, occorre pazienza, tu non l’hai mai avuta, mi dici, ma se sono ancora qui, ti rispondo io. La notte è troppo fredda per sostare davanti alla tua porta, aspettare ancora un tuo ritorno. Gli ospedali e i preti dicono la vita è breve, facciamolo insieme lo sforzo inutile dell’eternità. È nell’immaginazione che si consumano i miei giorni. E quando ti guardo dopo infinite lontananze, sai cosa succede? Fai così, sali sul treno che porta a Venezia S. Lucia, esci dalla stazione, prendi qualcosa di caldo da tenere tra le mani e poi fai attenzione ai turisti allontanarsi dai binari e giungere alla vetrata che dà sulla laguna, guarda i loro occhi che si aprono, le labbra che si tendono, le parole di meraviglia che non sanno pronunciare… quello sono io. Era soltanto un esempio, sai, se ci incontrassimo sarebbe così ogni giorno, alla fine ti abitueresti e faresti un disegno col tratto nero e i cuoricini, scriveresti l’abitudine uccide in un’altra lingua, che l’italiano suona volgare quando si tratta di sentimenti, pensi.

Foto: © Clarissa Bonet

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Tutto qui

Cercare partenze in questa solitudine che domanda ritorni. Un maglione, mutande, libri scelti e un quaderno, una cartina di Parigi anche se la meta è un’altra. L’immaginazione sarà sempre altrove, per il presente basta GoogleMaps. E intanto oggi vesti di nero, un fiocco, magari, a incorniciarti il volto e le tue dita che riflettono tra i fogli, il volante o il corpo macchina, non ha importanza. Ci muoviamo soltanto per ripulire lo sguardo, con le tasche piene cercare bellezza è più semplice, è in povertà invece che si impara ad apprezzare. Tutto qui.

Foto: © Franco Fontana

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