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Le domande del cazzo che ci permettono di tirare avanti

Poi quelle sere a scriverci che non potevamo bastarci. Non mi piaceva la musica e nemmeno quelle facce pitturate di nero. Sul palco, ai lati del palco, le minigonne delle ex studentesse e i rossetti a scivolo per le labbra piccole di voi affamate di differenza. Ho immaginato l’erba in fili crescere sotto ai nostri piedi, affondano i vostri tacchi a punta per i passi di danza sui ventri affamati dei maschi al sapore del gin. C’era il sudore appiccicato alle pareti che si dondolava senza cura tra i nostri capelli pettinati a sbalzo, nessuna scrima per le notti insonni. Gli sguardi si fanno obliqui e gli occhi sono squali pronti a mordere e portare a casa, ingoiare e non assaporare. La notte ti combina vuoti e per riempirli raschi il fondo del portafogli e il mondo è quartiere, la luce ostacolo per quei voli in picchiata nella vacuità dei cocktail mentre è la planata, il cerchio concentrico dell’unità per proiettare lo sguardo fuori di noi e dai nostri egoismi, dai tuoi specchi grandi di quando ti guardi il culo e poi ti copri un poco come a dirti nascondi e mostra perché non ti guarderanno mai per quello che sei. Mi hanno telefonato per dirmi di dimagrire te ne rendi conto? Ti ho scritto due righe e poi le ho cancellate. Le domande del cazzo sono quelle che ci permettono di tirare avanti. Le nostre case sanno di chiuso, lo sai? La luce è fioca e i nostri panni riposano nelle lavatrici pronti a chiederci conto delle nostre azioni diurne. E poi perché, perché, perché proprio te? Che mi manca la provincia, le reti verdi con le galline e le chiese piccole con le panche strette. Il silenzio delle sei del mattino quando sulla strada non attraversano i gatti troppo viziati delle casalinghe ubriache di saggezza sui ferri da stiro già caldi, il caffè ci sveglia ancora per quelle sigarette che non mi va di fumare. E ora spogliati e fatti guardare, siediti accanto al mio letto che ho bisogno ancora di soprammobili, che non leggo un libro da un mese e per i miei occhi ho bisogno di umanità e calore e forme belle e non c’è spazio per i trucchi neri e le occhiaia lunghe che te la credi, ma a cosa credi o meglio a chi?

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Tutte quelle cose belle che finiscono sempre in amo.

E prima o poi ti fermerai a pensare di quel che è stato del tuo andare: il puntino rosso tra le rughe delle espressioni stanche per le meditazioni notturne e le finestre degli occhi per la pulizia di primavera. Poi affannarsi nel togliere ragnatele al soffitto nel godere delle vertigini dei pensieri nascosti. Siamo minatori io e te, scaviamo a fondo le viscere della terra per tornare in superficie sporchi come gli aborigeni prima dei riti d’iniziazione. Noi esseri albini in questa terra nera che non c’è verso di parlarti se chiudi il cerchio delle tue conoscenze e rimani là coi soprammobili della vita facile. Le lavatrici dei nostri incontri mai asciugati all’aperto, e guardare la tua porta chiusa per domandarmi chissà, chi sarà e cominciare a suonare le canzoni di Battisti con le mie labbra morbide le bionde trecce gli occhi azzurri e poi? Dimmi che poi faremo di tutto questo girovagare una casa e scenderemo sul fiume per lavare i panni sporchi delle nostre dipendenze, mi darai la caccia come si fa con donnole, mi lascerai dormire al caldo delle tue mani piccole e avrò dieci segni sul viso per ricordarmi dei comandamenti vivi del nostro incontro, quando la strada è un letto e un aereo che ansima e romba per poi planare fuori da noi nell’incanto debole della notte. Nelle mie orecchie il suono lungo del tuo respiro, sotto le unghie la tua pelle consumata. Che siamo pellicani reali io e te, il becco lungo per le frasi che non mi hai detto, la pancia vuota per le parole che ti ho vomitato addosso e le distese infinite per i nostri voli al raso dell’acqua, che quando guardi il mare non c’è più spazio per i vuoti a perdere, ci carichiamo sotto la lingua le nostre malinconie per poi ingoiarle con la focaccia salata sulle spiagge della Liguria, per dirci andiamo, corriamo, mangiamo… e tutte quelle cose belle che finiscono sempre in amo.

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Il volo delle farfalle

Ti sei mai chiesta il perché delle mie insistenze? C’era cresciuto il muschio sulla pelle e le nostre radure s’erano perse tra il lavori della nuova metropolitana con tutti questi clacson che ostacolano le tue parole rare. Che prendi treni e aerei e scambi i biglietti come se fossero jolly per la nuova partita che andremo a giocare, per questo grigio che ci ricama sulla testa piccole piogge per spegnere gli incendi che ci infiammano sempre meno. Quand’ero fuoco mi si è avvicinato soltanto un nano, l’invadenza dei suoi modi così simili ai miei, seduto sul bordo delle mie labbra a cantarmi gli amori della piccola città e tutti i difetti nella fabbricazione del tempo libero. Mi sono ritrovato supino, le catene del pensiero dominante che mi trascinavano al centro della terra, lo sguardo al cielo ad aspettare che qualcosa venga giù, c’eravamo detti che non importa se sole, pioggia, nuvole o grandine, c’eravamo detti che l’importante è un segno, come le pieghe tra le tue labbra, per riprenderci in mano lo spazio dei nostri sguardi e quei pensieri piccoli che ci vergogniamo di confidarci. Sono arrivate le farfalle mi hai detto, ci pensi mai a quanto tempo passiamo senza sentirne la mancanza? E ti ho disegnato un’ala sulla schiena per ricordarti le tue adolescenze di quando sei stanca e socchiudi gli occhi, di quando ricordi e non ti fai quelle menate da adulta che prendi tutti i tuoi difetti allo specchio e non ti concedi il volo dell’imprevisto. Che tanto lo sai, non ci conosceremo mai fino in fondo che ci hanno dato torce per guardarci dentro, ma sono deboli e illuminano a scatti. E non c’è bisogno che te lo spieghi perché ormai lo sai, siamo Guernica per gli occhi stolti degli adolescenti, ghirigori e contorni e facce da toro e bombe inesplose, e dentro i tagli e le fontane dei desideri. Berremo acqua dalle nostre guance per dirci che sono i contatti che sanno dissetarci.

Foto: © Alessandra Tecla Gerevini

www.alessandragerevini.com

 

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Poi chiedere il nome ai tuoi capelli

Chiedere il nome ai tuoi capelli per interrompere i silenzi del tempo che fa. Gli elastici delle nostre dita lunghe una riga che per le questioni irrisolte rimandiamo al domani come le pensioni irraggiungibili dei nostri genitori. Lo sguardo perso a immaginare futuri tra le lentiggini e i tuoi occhi celesti in disaccordo col cielo. Che fare ora e che dire? Troppe le parole spese sui marciapiedi, la macchia d’olio della tua presenza sullo stivale e i numeri delle nostre dipendenze per ricordare i giorni indecifrabili del mese di marzo con lo scolapasta dei soprannomi ad annullare distanze. L’acqua scotta dei nostri ieri, gli spaghetti al dente dell’oggi e la domanda del condimento. E tra le linee sconnesse delle mie giacche antimoderne tutti i tuoi sondaggi, di quando mi sono ricordato di quel capello addormentato sulle mie spalle e avrei voluto riportartelo con un fiocco rosso, ma poi s’era fatto tardi, che mi sono messo a correre per farlo volare nella direzione opposta ai miei passi. Per lo smarrimento dei tuoi viaggi intorno al mondo, per le fotografie appiccicate ai pixel ingannevoli di questi rettangoli con la mela e i commenti allo zucchero, i lecca lecca tascabili come antidoto alle malinconie. E i nostri conti li facciamo con le tasche dei jeans strappati sul fondo, per tutte quelle volte che non ci facevamo problemi a sederci per terra, a raccontarci delle sbronze nei porti interrotti degli amori pensati. Poi quelle favole sul volontariato, gli anni migliori delle nostre esistenze a interrogarci sulla povertà degli altri per poi scoprire di non bastarci, le ansie planetarie per il salvataggio delle banche stitiche e quella storia immortale che dare il superfluo non è un guadagno, ma è il necessario che porta i segni dell’ascensione, non al denaro, all’amore e al cielo lanciavamo i nostri M&M’s dai tetti per disegnare ancora arcobaleni invisibili, e crederci e farci lenti mentre tutto il mondo ci suda intorno.

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Chewingum

Continuiamo a chiamarlo riposo, ma non c’è tregua per noi che dilapidiamo il sonno in risvegli. Le falene sui vetri rotti per gli sguardi deviati del nostro respiro notturno. Col fegato in supplica tra le labbra. I tiri alla fune tra le nostre tende, la luce forte delle dieci del mattino e le ipotesi sulla tua scomparsa. Il frigorifero è così vuoto che ospita l’eco dei pasti passati, gli amici intorno al tavolo quando hai sempre la sensazione che siamo trottole che giriamo forte su noi stessi e quando veniamo a contatto perdiamo il giro, ci allontaniamo e poi ci spegniamo. Le direzioni perse, le nostre adolescenze così simili e dentro il brulicare di mille spinte, le cariche esplosive dei nostri ormoni e le emozioni pure delle infanzie imperfette. Noi fuochi d’artificio, le micce tutte uguali per suoni e colori e fontane. E una scintilla l’origine delle nostre partenze. Con l’affetto che ci rimane tra i peli superflui, che a distanza di giorni riusciamo a scriverci un come stai, un dove sei, non ci si vede mai. Che fine abbiamo fatto noi, ripetevo e pensavo che noi è una parola forte, che spaventa sulle prime e poi allontana. Noi noi noi noi a ripeterla è un lungo richiamo, quell’ “Ohi” dei sette nani e le fatiche della miniera per tornare a casa la sera e intonare i canti delle viscere della terra che non abbiamo parole per descriverci. Una goccia di sudore sul percorso insidioso del mio ventre, nata così, le mie parole al sole per brillare e poi decolorare come le polaroid del nostro tempo, come quando ci siamo visti ed era bellissimo, che poi le ore confondono i contorni e torniamo ad essere sagome e silhouette per gli sguardi disinteressati della strada che si difende coi gradini e sbuffa di notte tra i mozziconi spenti, le merde dei cani e i chewingum masticati dagli studenti per quei baci lunghissimi che non mi ricordo più.

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Cerchiamo il mare nel delta

Parlavamo d’alfabeti io e te. Che sapevamo scrivere sui muri i nostri desideri d’essenza. Le mancanze prolungate dei riconoscimenti alla nostra giovinezza, verrà un giorno verrà se esiste un tempo per maturità. Abbiamo gli stessi occhi quando osserviamo dal basso i palcoscenici atipici di questa città che ansima sulle rotaie e dimentica i suoi natali al puzzo di palude, le chiuse del Naviglio e i balconi fioriti di via Fiori Chiari. Il movimento a salire del nostro sentire, quando col dito tenevamo il tempo del cuore, tum tum tum tum bussano i nostri reni che imbarchiamo acqua per tirar tardi la sera, affogare l’assenza del sentire armonico quando non bastano i discorsi e la solitudine è così presente che ti accarezza le guance; cercare un senso al se fosse e guardarsi intorno per accorgerci delle derive dell’estetica moderna. Ti ho già detto che sogno Firenze che Ivan Graziani è morto troppo giovane e abbiamo scritto MAI sui resti di un foglio di carta, poi l’abbiamo leccato e ce lo siamo appiccicati in fronte come a dire che il mai possono dirlo gli altri e noi portarlo addosso perché la paura dell’imprevisto crea soltanto scompensi. E su quel palco c’era Battiato che non suonava, che non cantava, che mostrava il suo disegno di uno struzzo, la foto sull’I-phone per le signore imbelli e usava parole forti, che la volgarità è una cosa stanca e chiama l’applauso, così umano e poco aereo che era una meraviglia ci siamo detti e poi ci si chiudevano le palpebre pensavo ai lamenti lunghi di Carmelo Bene che la sofferenza vanga la pelle e rivolta gli sguardi, l’accesso privilegiato allo sguardo interiore viene da un taglio altro che armonie, altro che teorie. E una canzone triste triste triste e sezionarci le vene di quella volta che mi sono sbucciato il ginocchio a 16 anni per tornare a casa in orario, salutare la fidanzatina del mano nella mano e leccarmi le ferite per la scarsa invadenza delle mie labbra. Che si nascondono due fiumi dentro al mio petto e invadenza d’occidente e orizzonti d’oriente, la ricerca dell’unità nel delta che cerchiamo il mare, ma ci perdiamo nei rubinetti e il chiuso aperto e il caldo e il freddo, che cerchiamo il mare, ma ci perdiamo nei rubinetti.

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A Michè (e all’Eritrea tutta)

Vent’anni e la scarsa frequentazione degli aeroporti, noi gente di provincia degli anni ottanta che per le feste di capodanno il ballo del mattone negli oratorie e all’una e mezza tutti a casa. Le feste di carnevale fino alla mezzanotte che un minuto dopo è già Quaresima e fine ai divertimenti, alle giostre per gli scontri di genere tra le nostre coetanee troppo cresciute e i loro jeans stretti, l’ombelico in mostra e no, a noi no, quelle non ci piacevano e dicevamo agli amici che erano volgari e puttane e poi la notte ce le trovavamo a schizzi tra le lenzuola. Vent’anni noi e il nostro desiderio del bene, le piccole rivoluzioni col colore della pelle diverso dal nostro che il nero lo trovavamo agli angoli della strada o nelle trasmissioni di Angela, non come adesso che tra i banchi delle elementari trovi una tavolozza e via di affreschi e slang. La povertà dei cieli stretti del nord Italia e i lavoretti saltuari dopo la maturità, fare sega all’università e la danza dei cocktail nel solito bar, i capelli bagnati dopo gli allenamenti, il telecomando in mano e i miti del calcio, i nostri stomaci ancora giovani, le pizzette di frodo alle tre di notte che potevamo mangiare, che potevamo annegare. Ci alzavamo così tardi che dopo un anno confessammo di non aver visto l’alba e che eravamo viziati, che eravamo scontati. Prendere il sacco e andare, e i voli per il corno d’Africa, l’Eritrea sconosciuta ai più e tutta la storia di Mussolini e della conquista tra i denti scarsi dei vecchi. Estate, ancora estate, estate ancora, tre volte in tre anni la curiosità delle conoscenze per scoprire la banalità della parola sorriso e perdere fiducia nella gratuità dell’andare, quando la conventicole si alzano in piedi col buonismo per le imprese degli altri. No, no, no, non c’è merito nella conoscenza, non c’è pietà, né gratuità. Viaggiamo perché siamo irrisolti, ci aggrappiamo alle labbra degli altri per quella solitudine che dopo il tramonto ci divora le guance. Il ricordo della diversità, la miseria dei nostri piedistalli, la carità della buoncostume e tutte le domande e tutte le domande e tutte le domande a divorarci gli occhi quando le palpebre mettevano fine al giorno. E anno dopo anno e casa per casa tornare, conoscere, comunicare. E confrontarci sulle nostre piccole vie, i culi stretti delle nostre ragazze bianche, l’oro dei nostri salotti e la tivù come pietra filosofale. Quante bugie quante utopie. La tradizione dei potenti che ci sovrasta quando in quell’Africa ci diciamo che ci sentiamo soli, che ci manca casa, che nel deserto impariamo a respirare. I loro denti bianchi e la nostra gioventù noi tutti rossi sotto la carne. Una dittatura che costringe alla leva in età post-scolare altro che brindisi, altro che slanci. Il desiderio di libertà nelle capanne dei canti domenicali, quelle messe partecipate per chiedere all’alto uno sguardo e sentirsi forti che da soli è impensabile. E in quel tukul e fango e bambù Michele, guance scavate e labbra grosse, scarpe targate Nake in omaggio all’America e il desiderio di una vita grande, diciassette anni e la ribellione tra le costole. Michele che si farà frate perché i frati mangiano e non fanno la guerra, Michele che mi chiede le foto della mia ragazza e dice quanto sono belle le donne, mi mima col dito l’armonia dei corpi e confessa che lui di ragazze ne ha tre. Michele che domanda della mia macchina fotografica che diventerà il fotografo del villaggio e ci farà i soldi. Ed al mio no Michele che s’arrabbia Michele che mi lancia addosso uno “sporco bianco”, Michele che il giorno dopo torna da me, mi porta una sciarpa, mi chiede scusa. Michele che un anno dopo non c’è. Michele che frate non è. Attraversa il deserto Michè. Gli sparano addosso a Miché, non muore Miché. Ha preso una barca Miché, l’hanno scoperto a Miché, mi dice il frate che sventola bandiere per lui e per chi ha preso la via dolorosa della libertà. Credo sia morto, Miché.  Mi manca Miché. La macchina fotografica non serve più che stringevo la sciarpa tra le tempie per non pensare, prendere e andare e continuare coi bambini a pancia gonfia a dividersi in venti le mie dieci dita. Dove sei Miché? Ti hanno accolto Michè? Una lettera, Michè. Che sei scappato, che sei lontano, che mi chiedi soldi che soldi non ho, Michè. Ti penso Michè, che ti ricordino i grandi come un Ulisse o un Calibano, un essere umano.

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