chisseneimporta

quando l’ultimo tram è partito e io sono rimasto là a guardarlo e tu avevi gli occhiali neri e ancora non era notte. Dovrei pensare alla radio. Le tue guance rosse. Mi rimbocco le gambe e corro un po’ che nessuno si è ricordato di spegnere il sole e le bollette saranno salate chisseneimporta tanto i dollari si accumulano nelle banche e a toccarli ci cadono addosso cascate di microbi.

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Per Sonia

Ci manca da ridere. Regalarti la nebbia per nasconderci. Per proteggerti dai pali della luce. Di quella volta che abbiamo salutato l’alba sdraiati sul naviglio. Le lavandaie non stendono più il bucato e scolano bottiglie. E nei vicoli puoi trovarci chi fa il ricambio al fegato e torna con la faccia sollevata per guardare tutti negli occhi. Quando rompo gli specchi per non scivolarmi dentro. Che quando fumi sul balconcino alla francese mi sembri un quadro e vorrei metterti all’asta. E la chitarra dovresti suonarla nuda perché è più coreografico. E mentre lavavo i piatti ci hanno detto che lei aveva la nostra età e saliva le scale impervie dei palchi. Che stava incollando volantini che questo lavoro te lo cuci addosso e ti rimane per sempre. Che avrebbe debuttato e ricevuto gli applausi. E le strisce pedonali ci salutano sempre dal basso. E non ci aspettano. Quelle auto stanche per le malattie del nostro tempo. Coi nostri cuori che si sono rivoltati dentro e i pesci rossi hanno smesso di respirare. E non avevamo la forza di urlare. Che quella passione pesa dentro come un’incudine. Coi piedi per terra. Col piombo del potere attaccato alle caviglie e le manette dell’utile per non scrivere i nostri progetti. La bella gioventù la bella gioventù la bella gioventù. E non parlateci dei vecchi tempi. Che non vogliamo dimenticare e il vostro vuoto non ci spaventa. Che lo faremo per noi, che lo faremo per lei. Ci incateneremo ai semafori con gli occhi rossi e piangeremo lacrime che inonderanno Milano e tutta l’Italia si mobiliterà. E passeranno quaranta giorni e poi arriverà l’arca e scenderanno a coppie le nostre utopie. E prima o poi ci rincontreremo e abiteremo di nuovo la terra. Coltiveremo gli orti della passione col sangue innocente. E non aspetteremo le colombe al petrolio e i ramoscelli in plexiglass. La bella gioventù la bella gioventù la bella gioventù. E non parlateci dei vecchi tempi. Che guarderemo il cielo, che guarderemo il cielo.

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Quelli di Beverly Hills

Tutto il calcio minuto per minuto e le parole che ti ho già detto. Le nostre case provvisorie e gli amici storici che non ci riconoscono più, che siamo quelli di Beverly Hills con le televisioni spente e i Jeans. Quella mattina ho fatto il funerale alla barba con delle fototessere, le ho appese al muro per non dimenticarmi che l’erba cresce e campa Milano coi parcheggi coperti. E mi parlavi dei contanti dei portafogli dei cinesi esplosi e nei tribunali c’è di più tra facebook e le auto blu, le donne in piazza con i cartelli, con i gemelli, con le chiazze rosse delle notti all’estero. Di quando io non so fare niente e tu mi hai detto che i cappuccini potrei farli anche a New York o ad Hong Kong. Perché non partiamo? Perché non balliamo? Per tutte le notti che ti sono venuto dentro e tu non l’hai mai saputo. Le mie estati a camminare coi moon boot e quando avrei voluto rapirti per lanciarti sulla luna così mi guardi dall’alto, e i tuoi tessuti aerei, la tua gonna che non si solleva mai, lui, tu e i tuoi guai. E negli slam costruiscono i carri del carnevale, la quaresima dei nostri sguardi per quei biglietti del treno a rimborso. E poi mi dici che al Cairo saremmo bruciati anche noi, che l’estate è troppo calda e il 14 febbraio Parigi è fuori moda. E avrei voluto suonarti una canzone, ma non so suonare e avrei voluto portarti al mare, ma ci sei nata. E ancora il calcio minuto per minuto e i fumetti di Andrea Pazienza e gli spettacoli brutti e quello che avrei voluto dirti, ma non ti ho detto. Che poi lo sai che anche i ghiaccioli al sole si sciolgono.

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Nostalgie

La nostalgia per le urla di quando era pronto in tavola. Che lasciavi tutto e inghiottivi bocconi così caldi che non sentivi i sapori che la tivù rimaneva sempre accesa ed ignorarla era un bel gioco chissà se poi si è offesa. E mangiavi veloce che sembrava che ti rubassero la vita. Poi tornavi in camera e chiudevi la botola per non far entrare nessuno e non combinavi nulla. Ed era subito sera. Di quella volta che tornavi a casa da scuola ed era caduto il muro di Berlino. Ricordi quando correvo al parco per vederti? Non faceva così caldo allora.
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Nella memoria ci sono dei black out

Il surf in città tra le anatre e i bar. Le nostre giaccavento antipioggia per quando siamo saliti in cima alle torri e contavamo i gradini e respiravamo forte. Quando le nuvole si impigliavano tra i capelli e la città si rivelava dall’alto come i lego la mattina del Natale. Con tutto l’orgoglio che c’è ti parlavo dell’Allianz Arena e Nostra Signora della borghesia ci stringeva tra le poppe d’ottone. E per riprenderci coglievamo le margherite per infilzarci le orecchie e non sentirci stanchi. La birra ci scorreva addosso e pisciavamo tra gli alberi e a chi ci riprendeva mostravamo i denti. Englisher Garten con le pagode cinesi e i templi d’Atene che non serve prendere gli aerei e correre, la birra allarga stomaco e orizzonti ed ora è tutto qui. E tra i nudisti ci scambiavamo i battiti del cuore. Quando abbiamo intrecciato le costole ma c’era troppa gente e tu hai guardato il cellulare e mi hai detto che avevi fame come se avessi ricevuto un messaggio da lassù che gli orologi non si usano più. Ti ho affittato un braccio e ti ho portato a nord e hai voluto i wurstel ma la cucina era chiusa. Le luci al neon e la birra a un euro è più malinconica, il pop, la dub, quell’elettricità dei corpi quando si sfiorano. E ti sei ricordata delle Buffalo e dei tagli sulle tue braccia magre. Di quando aspettavamo le ascensori per nasconderci negli angoli. E la mattina raccoglievamo le occhiaia da terra. E poi sul treno quando mi hai stretto per dirmi che puzzavamo un po’ che era finito il tempo degli interrail. E mi hai messo gli occhi nella tasca dei jeans e ti ho svegliata davanti al cancello. Col lavoro che ci riempie di psoriasi e le malattie psicosomatiche della nostra precarietà. E abbiamo varcato la soglia e le labbra si sono chiuse con le cerniere. I passi lenti in quel cortile grande come un campo di calcio e noi come rette parallele non ci toccavamo mai. Ci siamo stretti nei nostri vestiti e tu hai alzato il cappuccio. Le fosse comuni, e quei forni che avevamo visto alle elementari che ci mettevano l’argilla. Quando i nostri polmoni si sono aperti come conchiglie e sentivamo le urla soffocate, quando una mosca mi si è posata sugli occhi e ho sbattuto le palpebre perché non ci credevo. Poi mi hai dato la mano e siamo usciti ricomposti. E ti ho abbassato il cappuccio, ma non riuscivo a rubarti gli occhi e siamo saliti sul treno per andare all’aereoporto. E siamo rimasti in piedi. E guardavamo fuori dai finestrini, ma non vedevamo nulla. E poi l’aereo è partito. E ci siamo fatti il segno della croce e ci siamo addormentati sul lato.

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Che il paradiso me l’immaginavo così

Le radiografie dei nostri jeans con la mappa degli spostamenti, di quando ti ho spruzzato addosso la via lattea e ti sei messa a fare il countdown e poi siamo arrivati insieme e hai lasciato che ti girassi intorno come un satellite. Quando ti ho detto che il paradiso me l’immaginavo così. E invece era solo un altro universo che basta una lavatrice per cancellare i ricordi.

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Lenzuola

E quella volta che l’ho detto a tutti tranne che a te. Che mi piacevi e non potevo proiettare sui muri nessun’altra. Che avrei rimboccato le pieghe delle tue ginocchia tutte le notti e ti avrei portato a sorvolare le fabbriche per proteggerti dalle truppe di terra. E ascoltavo sempre la stessa canzone. E dormivo sul pavimento e conservavo le lenzuola pulite per le tue spalle fredde. E cominciavo le frasi e non le chiudevo mai per paura della fine. E poi ho incontrato lei e tu ti sei nascosta nell’armadio insieme ai poster di Non è la Rai. Quando ti ho sentita starnutire, ma faceva troppo freddo e si stava come gli dei sotto le coperte sporche di vino e ho fatto finta di non sentire. Per tutte le volte che non mi hai aspettato. Che avresti potuto anche scendere in pigiama.

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Achille e Valentina da “Oggi, domani o dopodomani”

(…)

Achille versò del vino rosso nei bicchieri ricavati dal contenitore di vetro della Nutella.

Non riuscì a non notarlo. Valentina si era sporta un poco sul lavandino, la maglietta azzurra elastica si era sollevata e aveva lasciato scoperto un tatuaggio rosso con la scritta: “I can fly.”.

Piuttosto banale.”

Che?”

I can fly.”

Mi guardi il culo?” Valentina mischiava la pasta al sugo etnico. L’odore di curry sfondava le narici.

Non sono solo io quello banale.”

L’ho fatto in America, a 16 anni. Non lo rifarei più ma ormai sta là e se l’hai guardato vuol dire che ti piace.”

Mi piace quello che c’è sotto ma la scritta è inguardabile.”

Arraperebbe chiunque.”

Qualsiasi sedicenne. Qualche ventenne allupato. Un trentenne stupido. Un quarantenne annoiato. Ora che ci penso… sì, arraperebbe chiunque.” Risero. Poi gli sguardi si incrociarono, un istante di silenzio, poi ci pensò Valentina a spezzare l’imbarazzo.

Lo vedi? Banalità. E’ la chiave del potere.”

La banalità arrapa, eccita, comanda e…”

Filosofo, mangiamo?” Lo interruppe lei porgendogli il piatto.

Achille affondò la forchetta tra i maccheroni. Li portava alla bocca, schioccavano sul palato e rilasciavano il gusto ai lati della lingua. Non passarono tre minuti che il piatto di Achille fu pulito mentre quello di Valentina era ancora pieno.

(…)

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Plexiglass

Che siamo cani che s’annusano e poi si rincorrono. Con le costole cariche di tecnologia i nostri squilli per fraintenderci. Con la paura di restare soli nel paese delle meraviglie. Che ti circondi di plexiglass per i tuoi riflessi non convenzionali. I miei sguardi ti scorrono addosso come titoli di coda quando mi hai chiesto la lingua e io ti ho parlato della verità. Di quella volta con Melissa Satta sull’autobus, lei e le sue calze fucsia. Di quando c’avevo l’alba dentro ma mi ubriacava la notte. Quell’isola del Titicaca coi soffitti di terra, il risveglio di soprassalto per l’odore di fumo delle mie vite precedenti e davanti il lago e le balene in cui ho abitato e il pesce crudo che mi hai fatto mangiare. E nei tuoi moon boot chissà cos’ hai nascosto e prima o poi nevicherà, chissà. Quando saprai che costruisco degli argini per le bottigliette d’acqua che porti in borsa. Che mi sfili i nervi uno a uno per muovermi a marionetta e nei teatrini di Emergency di piazza Gramsci ci sentiremo più buoni mentre Barbara D’Urso ci insegna a piangere e noi impariamo così in fretta.

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Prima dell’ultimo metrò

Vuole che le legga la mano? Dentro di lei ci sono due donne. (…) Pensavo non mi avrebbe mai letto la mano, la leggeva a tutte, tranne che a me. Le donne hanno uno strano modo di desiderare. Gli uomini uno strano modo di conquistare. E come sa, lei, che io la desidero? Le sto leggendo la mano.

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