Le radiografie dei nostri jeans con la mappa degli spostamenti, di quando ti ho spruzzato addosso la via lattea e ti sei messa a fare il countdown e poi siamo arrivati insieme e hai lasciato che ti girassi intorno come un satellite. Quando ti ho detto che il paradiso me l’immaginavo così. E invece era solo un altro universo che basta una lavatrice per cancellare i ricordi.
E quella volta che l’ho detto a tutti tranne che a te. Che mi piacevi e non potevo proiettare sui muri nessun’altra. Che avrei rimboccato le pieghe delle tue ginocchia tutte le notti e ti avrei portato a sorvolare le fabbriche per proteggerti dalle truppe di terra. E ascoltavo sempre la stessa canzone. E dormivo sul pavimento e conservavo le lenzuola pulite per le tue spalle fredde. E cominciavo le frasi e non le chiudevo mai per paura della fine. E poi ho incontrato lei e tu ti sei nascosta nell’armadio insieme ai poster di Non è la Rai. Quando ti ho sentita starnutire, ma faceva troppo freddo e si stava come gli dei sotto le coperte sporche di vino e ho fatto finta di non sentire. Per tutte le volte che non mi hai aspettato. Che avresti potuto anche scendere in pigiama.
Vuole che le legga la mano? Dentro di lei ci sono due donne. (…) Pensavo non mi avrebbe mai letto la mano, la leggeva a tutte, tranne che a me. Le donne hanno uno strano modo di desiderare. Gli uomini uno strano modo di conquistare. E come sa, lei, che io la desidero? Le sto leggendo la mano.
Delle tue scarpe buffe. Di quel caffè dimenticato sul letto. Di quando ero piccolo e mi sbucciavo le ginocchia. Della cicatrice sull’occhio e del canto di Polifemo. Dell’incidente al sottopassaggio. Della mia bici distrutta. Del nostro primo giornaletto porno. Delle panchine verdi del santuario. Dei miei cento chilogrammi. Di quando mi hai detto delle mie labbra belle. Di quando hai preso il treno prima e poi ci siamo persi di vista.
Killer con le sciarpe arrotolate alle labbra per prendere a bocconi la notte. Le narici out of order, le macchine del fumo sul palcoscenico della galassia perché siamo due sconosciuti che si negano gli occhi.
Dai porti lontani della provincia per perdere l’ultimo treno coi lavori in corso. Cercare rifugio alla notte.
E con parole di bava filiamo le ragnatele dei nostri incontri formali per salutarci come i soldati: una mano sulla fronte, sui gingilli armati contro le jelle perché sappiamo ancora sparare.
Coi contadini che salutano gli inverni, col fuoco amico sulle jatture dei campi a cantare gli alpini e poi qualcuno dice che le guerre uccidono ancora.
E noi tutti intorno e luce fu con le parole normali per gente normale coi pannolini e la stella polare.
E luce fu come i farò come i falò della maturità sui libri da ardere.
E salivamo come fumo sui tetti aggrappandoci alle grondaie che d’estate non pioveva mai e ci guardavamo come le stelle
per succhiarci gli intestini, le labbra livide e i tuoi tagli per farti del male.
E per non buttarci parlavamo dei futuri improbabili, di Santorini e delle sue case bianche.
E c’era il blu ad aspettarci il mattino e cominciavano i precipizi quando scoprivi che ti avevano rubato la bici
e dovevi farti il corso a piedi e tutti a chiederti dov’eri stata
e perché
e con chi
mentre aspiravi l’ultima sigaretta e ti grattavi il pube per scrollarti di dosso i pidocchi di Londra.
E scrivi Make school not war sugli edifici dell’università statale per gli studenti nei chiostri delle aspirazioni, le esalazioni lisergiche dell’italiano della Crusca. In tasca portiamo i biglietti per l’Europa che se ti faccio paura è perché non parliamo lo stesso linguaggio. Dovremmo regalarci degli orologi fermi io e te, darci il tempo per evitarci il tempo per accarezzarci con le lancette fragili e i nostri orari rigidi. Quando mi hai detto l’hai letto l’Ecclesiaste e ho pensato a un fumetto dark. Con questi vestiti di nebbia, prima della sera, confondiamo gli orari e tu tu tu tu tu questi telefoni non suonano mai.
Non serve rimboccarsi le gambe e correre è tutto qui, che questa è la stanza più bella tra quelle che non so costruire. E io sono così bello che non mi so demolire. Depurarmi come le fabbriche inquinate bruciate dai balordi la notte del Natale. Spegnere i miei incendi quotidiani e le risacche settimanali. Ovunque proteggi questa pioggia di fumo di macchine. Che i pompieri non dormono mai.
Quando dimentichi di chiudere il bar
con le gengive fragili ci laviamo i denti di fretta
per mordere i nostri taxi a pedali
e scivolare sui binari di porta Genova
perché hai aperto il vino senza aspettarmi.
E poi confondere le strade
pensare che a Milano non ci sono salite
sul cavalcavia di fronte alla triennale
avrei dovuto comprarti dei fiori
ma è notte
vendono soltanto hamburger.
Le brioche abbracciate
per i tuoi risvegli
la tua stanza da letto in Australia
che dovrei circumnavigarti
per dormire con te.
E poi guardi in alto per fraintendermi
che i miei occhi sono gonfi di vino
con le staffette al bagno
per scambiarci le vesciche.
E i miei discorsi alla Tarantino
quando dovrei parlarti dei puffi
di Gargamella e del gatto Birba
che sono uno di quelli che ti fanno ridere
e non ti spaventano.
E non ti spaventano.
E non ti spaventano.
Perderò ancora treni
per colpa dei ritardi
e guarderò negli occhi i pendolari
e per sentirmi meglio
dovrò aspettare sulla banchina.
Tu e la tua generazione sex and the city
con le tv generaliste
a moltiplicarsi come i conigli
non trovi posto per le fiction.
Quando ti ho invitato a pranzo.
E avevi impegni per il week end.
E poi mi hai scritto
per dirmi che sei maleducata.