Di quando avrei voluto rincorrerti e tu non scappavi.
Di quando avrei voluto rincorrerti e tu non scappavi.
Il mattino del doposbronza coi pensieri ricamati addosso a bottone coi nostri pigiami invernali sfiliamo per le strade del centro. E per non svegliarci chiamiamo i sogni col loro nome. Ed è sempre un nome di donna.
Queste memorie lucide come cartoline. Ci spediamo nel mondo e leggiamo i giornali di seconda mano. Teniamo fede ai fioretti e ci sporchiamo le mani per lavarci nelle fontane. Se solo quel treno non fosse stato inventato avremmo rimandato le partenze e dato un senso alle ore libere. I campi da coltivare, le pastasciutte coi pomodori transgenici, le nostre vacche magre e i libri per scaldarci. E non trasmette più radio caos che chiudono presto i bar delle rivolte e i caffè per svegliarci li prendiamo la notte con le palestre che ci tagliano i capelli per farci stare all’ordine e l’happy hour tra i tavolini bianchi e lucidi con le scritte grandi per non farci fare fatica. Ci leveremo come tanti golem per difenderci con Mazinga Zeta e la bandiera dell’universo per ripararci dal freddo sotto l’arco della pace. E per sporcarci ci guarderemo allo specchio. E quanta fatica abbiamo fatto poi a riprenderci. Quando tagliavamo le pagine dei libri per appiccicarci i bigliettini dei compiti in classe. E copiare era la rivoluzione con la prosa a mescolarsi alla coca cola per darci lo sballo le focacce unte e la poesia della bidella sbattuta fuori dall’aula.
La bomba inesplosa di corso Sempione e le mie parole spente come le luminarie. Le nostre aspettative interrotte se non ora quando. Se non ora quando. E siamo tornati sui balconi a fumarci le sigarette per la buonanotte. Lo smog sopra i livelli di guardia e le volanti che viaggiano sempre in coppia. Quest’autunno di Bengasi e le palme che cadono apiùnonposso. Le nostre gemme mangiate dalle falene. Di quando arriverà prima o poi la primavera e andremo a far la guerra a Tripoli e tutto questo attendere non fa che allontanarci e tutto questo attendere non fa che avvicinarci. Ancora i tram non si stancano di passare quando tu sei salita e tu sei partita e mi hai detto è solo per poco è tutto un gioco. Ed eri alta, alta come il Pirellone che avrei preso un aereo per entrarti dentro. Mi hanno trovato appoggiato al muro come gli ombrelli che dimentichi quando non piove più. E ho guardato lassù che per arrivare ai tuoi occhi ho affittato le gru. Queste rotaie chissà dove ci porteranno. Quando mi hai detto che volevi chiamarmi e poi avevi un altro impegno.
Come quella volta che diceva Bud e quella volta io dicevo Cla e lui diceva Rik coi giornali della provincia per rimboccarci le gambe. Coi discorsi sugli amici storici emigrati all’estero senza avvisare. Ed io me ne stavo zitto a ciucciarmi il terzo rosso della serata in una latteria di provincia che consegna il latte a casa alle vecchie e munge i cani prima di investirli.
E ottobre che corre a più non posso col freddo che lo insegue per rubargli le foglie.
E i pezzi di pane col salame , il lardo andato a male e i colonnati bianco sporco e i bagni senza chiave e noi a parlare di Berlino, Dublino e del cibo di Honk Hong che chissàpoicomesiscrive e pagare dieci euro in resti mancia, un caffè nero Balotelli e un amaro dolce chissapoiperché.
E non avere sonno mai.
Non diventare grandi mai.
E io devo lavorare addio non crescerete più.
E io c’ho da fare e intanto vai a scopare e noi soli e senza tetto e noi soli e senza un letto.
Facciamo i matti usciti dai manicomi, ci accompagniamo a negri, prostitute e preti e padri e figli cheerleaders con madri ponpon.
E la macchina la prendi tu che tanto non bevi più.
E tu non ce l’hai mai che tuo padre lavora per Sky.
E Milano da bene e Milano da bere e i nostri autostop vestiti male.
E in discoteca non ci fanno ballare e all’Hollywood non ci vogliamo entrare meglio sarebbe un centro sociale.
Se è chiuso o aperto non lo so. Caricati la macchina addosso e accendi, andremo e vedremo. E dammi da fumare come non ho fatto mai e fammi tossire o sputare.
Parcheggia là tra un barbone e una sigaretta per intossicarci le dita.
Che la pioggia si è fermata un poco a riposare tra le braccia delle gru.
E un cinque euro arrotolato per entrare, cascina Torchiera senz’acqua, che i comuni tagliano mentre le madri invecchiano. E gli slogan di sinistra e i murales visti in troppi posti e Milano dabbene andata a farsi benedire tra le rotaie dei treni.
E i poster del teatro, gli Artaud e il festival condominiale coi clown in divisa.
Vivisezioniamo i volantini che gli animali non nasceranno più.
Cosa resterà di questi anni zero.
C’è un palchetto poco lontano. Ci appollaiamo sotto come tante galline siamesi.
Cominciano a suonare gli scarichi delle auto blu, esce una tipa in tutu e i nostri cellulari si illuminano al posto delle stelle.
Birra Menabrea, lattine e testi scarsi.
I fili tesi tra gli impianti da rottamare. Le casse a palla che ti vien voglia di ballare.
Questa notte è ancora nostra diciamo noi e non andiamocene via che chi si astiene è ladro o spia.
E il batterista col capello lungo e il pettine a scandagliargli le vene e il fumo del nero, nero come i roghi degli zingari della stazione. Le stelle primitive e il Primitivo a sorsi.
E benedetta la notte che ci fa sudare e il camino che ci fa ghiacciare.
Shine on your crazy die… e il batterista nudo e i suoi compagni a urlarci negli occhi a farci ballare il fegato e a tenerci ancora in piedi.
E poi il falò per riprendersi dal sonno e le casse continuano a bruciare, le casse continuano a suonare.
E io e tu e questo cielo che non è più blu.
E sei vestita di righe che sembri in pigiama e una spalla fuori ed una sottobraccio per proteggerti.
Le tue amiche grasse. E i movimenti di bacino e la birra che ti bagna le labbra e poi ti sporca un po’.
E io al falò, a scaldarmi i guanti e a mordermi le mani, a farmi i sogni erotici con le pagine dei giornali da bruciare.
E il senegalese più magro che abbia mai visto che mi offre il nero.
E il fighetto milanese che chiede la carità.
E intanto tu muovi quel cazzo di culo e fai arrapare i pavimenti che non riescono a toccarti anche se si sforzano.
Che fine abbiamo fatto noi?
Italia-Spagna al calcetto 1 a 9, che il 10 è della fantasia, dei Diego, i Maradona e così sia.
Io e le parole che non ti ho detto mai, io, te e i miei guai.
Non fatto per farti ballare, non fatto per farti fumare.
Fatto per farti guardare. E guardami, non ti girare, non t’ arrapare.
E ancora i falò a bruciarsi i miei testi di ieri e i miei discorsi di domani.
Con l’oggi a rincorrermi e a chiederti: “Posso guardarti?” ed un tuo sì tra i denti scadenti come le birre Lidl.
E poi ancora musica, con i ministri del rock e i baroni del beat, e io che bevo birra e campo cent’anni e tu che esci sfatta dalla tua spalla nuda: “Usciamo insieme, oggi, domani o dopodomani” che giorni così non torneranno più.
E il tuo numero disegnato come un’etichetta e i tasti del mio cellulare troppo lenti e le tue parole poco chiare dammi da bere e fammi ballare.
Volti la sciarpa e te ne vai che forse non tornerai mai.
E ora caghino pure i barboni là fuori e si perdano i tram che ho la forza per correre la millemiglia.
Un tesoro in forma di numeri da chiamare mentre le coppie rovinano le sospensioni.
I capelli li porti male e il tuo naso mi fa tremare.
E buonanotte ai suonatori.
E buonanotte agli avventori.
E fuori a pisciare tra i copertoni, a prenderci i fulmini e spingerceli in gola.
Con le pizzette nei forni troppo mattinieri.
Le risate a forma di sigaretta che questa notte è ancora nostra.
Io a casa mia e tu a casa tua.
Non ho la forza per pensarti, non ho la forza per toccarmi.
E vomitare rosso come il vino. E asciugarsi le lacrime bianche e lavarsi i denti neri.
E poi la notte, il sonno e l’erezione mattutina come sveglia.
Svegliarsi nella ciotola del latte scaduto.
Gallette di riso e marmellata per iniziare la giornata.
Che fine abbiamo fatto noi?
Che Bud dorme di là.
Cla da mamma e papà.
Rick lontano dove non si sa.
E tu dove sarai.
Copriti la spalla che prendi freddo.
Bevi che prendi sonno.
Spegnersi in un Guccini andato a male.
Vedi cara è così facile.
E ti ho dimenticato. Era solo una notte d’un inverno passato.
Ora inseguo una casa di ringhiera. Due labbra belle. Un’incomprensibile silenzio.
E ti ho dimenticato. Era solo una notte d’un inverno passato.
Ancora piove. Noi che abbiamo l’anima leggera. Che prendiamo le ascensori per guardarci allo specchio. E tutti gli altri libertini negli uffici con gli occhiali neri. E i colloqui di lavoro. E questi nostri tempi incompatibili. Costruiremo quel puzzle prima o poi e saremo capaci di non perderci neanche un pezzo sulle strade di piazza Gramsci. Quando mi aspettavi e ancora faceva freddo e ti riparavi con la sciarpa arancio.
Come stai? Che fai?
Farai quella cosa, ti preparerai per quell’altra cosa e andrai a vedere una cosa. Cosa dico io, cosa?
Il tuo ombrello per non bagnarti. Per lasciare che le ferite si chiudano. Le porte già aperte per non farmi bussare.
Che c’era il sole e passeggiavi per le osterie del Trastevere. Quei fiori alle bancarelle che non compro mai. Tulipani gialli per lacrime azzurre. E sono qui sotto le casse del rave dei miei pensieri. Ogni messaggio una pasticca. Per ballare con gli sconosciuti e lasciar prendere il ritmo alle ossa. E quei DpiùTV per le tristezze che ci tocca ingoiare. Quando ti ho vista in tele e mi sembravi un fantasma. Che non ti ho mai toccato che non ti sei svelata come le donne dei campi nomadi. E sotto casa le pattuglie e i vigili del fuoco per spegnere i miei incendi. Hanno sgombrato la stamperia. La tua occupazione abusiva dei miei discorsi. I telecomandi che non funzionano. I cortei per non voltarti. Per consumarti le sigarette tra le dita e poi annusarti e sentirti randagia. Sui terrazzi tornano i panni colorati. La primavera delle mie scarpe nuove per inseguirti. Perché ancora non mi stanco, di quella volta al giro d’Italia con la bandana e il Pordoi. Quando i settanta all’ora non facevano paura. Quella buca e un volo di 50 metri. Con le ruote fragili finiamo in mezzo alla strada. Le auto non si fermano. Come stai? Come stai? Arriveranno presto i sindacati. I discorsi delle femministe cadono dalle tasche e si aprono come ombrelli col manico all’insù. Tornano a colorarsi le piazze e si spezzeranno i fili delle nostre marionette che cominceremo a scambiarci gli occhi. La storia si ripete. Ci rincorriamo come le nuvole per evaporare la notte. E i pali di piazzale Loreto non aspettano altro.
Si risvegliano ancora i cinesi dell’arco della pace. E sotto le fontane laviamo i panni smessi dai parenti. Le bocce sono un gioco in bianco e nero tra i terroni del nord, le sciarpe in cashmere dei milanesi e i desaparecidos senza permesso di soggiorno. Sulle panchine calde per la notte dei senzatetto si consumano i tradimenti. L’aria aperta del giudizio sospeso. Le scale dei tribunali e le bancarelle dei libri di piazza Missori appendono Hannah Arendt al chiodo. Guardiamo per terra per evitare i missili degli occhi e dietro le edicole le copertine dei settimanali illustrati. Coi seni nudi e i capezzoli tondi sui banchi dei panettieri. E tu sei così lontana che anche il mio telefono non riesce a prenderti. Mentre intercettano gli sms ti scrivo per dirti che ti ho desiderata. E poi hai preso quel tram. E Roma è ancora la capitale per i tuoi viaggi per il compleanno dello stivale.
Gli avvisi per il ritiro della spazzatura in tutte le lingue del mondo. Ci confondiamo dietro agli occhiali scuri. E tra i vicoli di porta Genova la nostra Camden Town. Come i pipistrelli ci cerchiamo di notte, col mondo a testa in giù e le case sugli alberi. E non abbiamo ancora imparato a intrecciare le ali. L’attesa per i tuoi ritorni e pomelli rosa per spalancarti le guance guardarci dentro come i pozzi senza fondo l’arcobaleno nel secchio. Tra le pagine dei libri sui ballatoi delle case di ringhiera sbocciano germogli. Il sole di mezzanotte che non t’aspetti. I manifesti elettorali ci annunciano una nuova stagione. E nelle tasche ho ancora quello scontrino. Il caffè freddo di metà mattina. S’era alzato il vento del sospetto e tutti quei forse ci finivano addosso. Sulle strade del centro si riunivano le bandiere e non era una partita di calcio.
Ok, vengo.
Non adesso perfavore.
E quando?
Se aspetti ancora un po’ vengo anche io.
E’ impossibile venire insieme.
Allora facciamo che prima vengo io e poi vieni tu?
Che problema è?
Non so, vuoi venire prima tu e poi vengo io?
Credo non sia il caso, ma sei gentile.
Allora facciamo che io non vengo.
Perché?
Troppo intimo.
Allora non vengo neanch’io.
Perché?
O veniamo insieme o niente.
Non sono cose che si decidono queste.
Quando ti ho visto non sapevo se saresti venuto.
E’ naturale.
Voglio dire, che saremmo arrivati fino a questo punto.
E’ nell’ordine delle cose.
Allora perché vuoi mettere ordine al nostro venire.
Non voglio mettere ordine dico soltanto che venire insieme è impossibile.
Non mi è mai successo infatti.
Si dice andare “Andiamo insieme. Non veniamo insieme.”
Non è vero. “Veniamo insieme si dice.” Proprio l’altra sera parlavamo con Giulio e se ricordi bene gli abbiamo detto: “Certo, non c’è problema, veniamo insieme.” Era a proposito del suo compleanno, ricordi?
Ma ora, diremmo: “Andiamo insieme al compleanno di Giulio.” e non “Veniamo insieme al compleanno di Giulio” Serve una terza persona presente perché si possa dirgli “Noi veniamo insieme.”
E’ per questo che mi tradisci?
Credo di sì.
Ah.
Ma ti amo.
Ah.
Lo faccio per noi.
Ah.
Andiamo da Giulio?
Sì.
Lo chiamo per digli che veniamo insieme?
Sì.
Sì?
Sì.
O magari viene qui lui?
Troppo tardi.