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Pacche sulle spalle, Vodka-tonic e Moskow-mule

In san Gottardo ad aspettare un tram che non arriva mai. E trapestio di passi sotto le insegne dei locali. Abbasso il cappuccio sulla fronte e cammino veloce, evito le mandrie e incrocio gli occhi di chi cerca fuori dall’ordinario l’occasione di un incontro nuovo. Tra pacche sulle spalle, Vodka-tonic e Moskow-mule, urla sguaiate e patatine fritte, pastasciutte stracotte e pizza fredda, scivolano le dita sui cellulari, scivolano e accarezzano immagini d’altrove, e richiami agli sconosciuti in messaggi brevi. Nei ristoranti le luci basse per non distinguere i volti, così impegnati a parlare di noi ci scordiamo i nomi degli altri mentre ci facciamo venire in mente un’idea per posticipare il ritorno a casa. C’è un bambino che gioca sui sedili posteriori di un’auto in sosta, il finestrino è abbassato, papà e mamma chissà dove se ne sono andati. Gioca col lego, poi si stufa, sfoglia un libro e fa della bocca una “o”. E intorno i curiosi, prima uno, poi l’altro, circondano la Bmw e salutano l’infante, attirano la sua attenzione battendo l’indice sul vetro. Una ragazza bionda, labbra rosse e scarpe in velluto, dice all’amico chiamiamo qualcuno, la polizia. L’amico sorride, il bambino saluta. Lei insiste, che gli diciamo alla polizia? Lo lasceresti tu un bambino da solo? Quello chiude il libro, fa ciao ciao con la manina e si sdraia sulla schiena, le mani sotto la nuca, poi chiude gli occhi, sembra che dorma. Chiamala la polizia, su forza. Arrivano la madre e il padre, arrivano col cane al guinzaglio, si chiedono cosa è successo, i giovani si spostano, qualcuno succhia da una cannuccia, qualcuno instagramma una fotografia. Si aprono le portiere, la mamma accarezza il bambino e appoggia la piccola testa bionda sulle sue gambe, il padre mette in moto, il cane non abbaia. La Bmw parte, parte e non saluta. I giovani parlano, la responsabilità degli altri valgono discorsi, ancora una scusa per nobilitare un sabato sera. La foto del bimbo riceve molti like, è così tenero, così carino. Io qui, il copriletto color pastello, i piedi nudi e la barba fatta, mani sotto la nuca guardo il soffitto e poi chiudo gli occhi, la mandria è fuori, silenzio tra i muri. A cosa pensava il bimbo? Dov’è quella quiete che dimentica il pubblico e ha la certezza che i propri cari prima o poi torneranno? Strizzo forte gli occhi, milioni di stelle e poi il bagliore, ci sei ancora tu e non saluti, le tue gambe magre e canzoni. Così non dormo, faccio mattina. E più voglio scrivere di te, più scrivo d’altri.

© Bernard Faucon

© Bernard Faucon / Agence VU "le temps d'avant" La balanoire N¡ 9976

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Al rossetto rosso

Dei miei sedici anni il ricordo della paura per labbra al rossetto, l’amicizia con le poltrone delle discoteche e le quartine incomprensibili dei latini. Poi gusci di noci e autunni di castagne, inverni per liberare la morale dal ghiaccio e finalmente la città, i calici alzati per apprezzare la libertà d’aprire una bottiglia a casa d’altri. E fuori rotaie e tram in ritardo, giacche di pelle su spalle strette, cappelli da baseball di tre quarti su giovani fronti. A pancia piena e gengive viola quel che resta della notte non vuole riposo di federe bianche, è curiosità d’incontri, rum e coca e capelli neri. Divorare la strada, per meta l’alba, il piede batte sui sampietrini, il barista versa liquidi colorati e indovina i nomi degli sconosciuti. Guarda i triangoli disegnati sulle magliette puntano verso l’alto, ti dico, mentre disprezzo le camminate sgraziate e cerco sorgenti tra caviglie troppo larghe e luce artificiale di lampioni e fanali di automobili. Poi l’abbaglio del rosso al centro di un viso e pensieri di letto e lenzuola disordinate. Scivola sul mio petto la tua parola maldestra, scivolano i tuoi denti bianchi, il naso piccolo e i tuoi movimenti a scatto. Parlami di Berlino o Copenaghen che differenza fa, sui lavandini dei locali, a notte tarda, le emozioni travolgenti degli studenti e baci marci, non siamo poi così diversi noi dalle cannucce che nuotano dentro ai cocktail, sempre due e sempre nere. Poi allontanare il mattino appoggiati a transenne di ferro, fuori il mondo della responsabilità e vuoti dentro di noi, poca attenzione ai discorsi, ai quadri sulle pareti che, oh rabbia, definisci postmoderni, alla moda del nero e i sogni di ragazze yéyé coi jeans troppo alti e l’accento di Brescia, di Mestre, Catania e tutto il resto. Dovremmo prendere il treno per dividere la nostra intimità con le mani rovinate dell’operaio dell’est, e imparare a rompere anche le catene che portano al collo i sudamericani. Quando ti chiederò dove andiamo risponderai sempre al mare. E mi racconterai di New York e dei ghetti del cuore, io guarderò soltanto le tue labbra, te ne accorgerai troppo tardi, troppo presa tu con gli specchi a sistemarti i capelli. Come giraffe noi, allunghiamo il collo soltanto per cercare il profumo, e dimentichiamo troppo in fretta i nomi degli alberi.

Foto: © Giulia Bersani

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Balconi per salutarci

Gli occhi aperti per riprendere il controllo: le prime pagine dei quotidiani e la bacheca di Facebook. Sul fuoco il tè verde che il nero ti agita, i tuoi muri sono azzurri, il cielo di Milano invece no. L’autunno trascina le palpebre ai piedi di un letto ancora sfatto, sulla strada sguardi piegati accarezzano l’asfalto. Il fumo sulla tua tazza non è un incendio, ti scaldi le guance e pensi a qualcosa che poi non ti ricordi. Soltanto gli infanti, nei passeggini delle madri, pronunciano frasi sconosciute che risuonano nei tombini per il risveglio dei topi. E sui navigli andirivieni di nostalgie, i supermercati aperti con le insegne accese e le cassiere sedute di tre quarti su sgabelli troppo alti, e decine di bar, le tavole da apparecchiare e i grembiuli neri dei camerieri. Negli uffici le solite luci al neon che mai si consumano e confondono le ore. Una vecchia, all’ultimo piano di un palazzo di ringhiera, apre la finestra, si sporge e saluta i passanti, nessuno la vede, lei ferma la mano, guarda in alto e pensa chissà cosa c’è dietro le nuvole, un altro cielo, uno ancora, e sarà bianco, dove finiranno i colori e se ne andrà prima o poi la vecchiaia, torneranno quegli uomini che fischiavano al suo passaggio quando attraversava in bicicletta le campagne del sud? Rimane incantata nella sua vestaglia a fiori piccoli, le squilla il citofono, è il postino, suona sempre a lei perché è mattino e gli altri lavorano, in quello squillo c’è il mondo fuori, si chiede se è ancora vita quella di chi rimane sempre solo. Così rientra in casa, apre il cancello, la mano sul calorifero, aspetta che accendano i riscaldamenti, che si sbuccino le arance e l’umidità che tanto male fa alle ossa scompaia con la neve di gennaio. Fuori dal cemento, le opinioni degli altri rendono elettrica l’aria, ci prendiamo un panino per pranzo, stasera aperitivo, happening, facciamo un cinema così la smettiamo di parlare del nulla o dei diritti dei gay? Sentinella è gergo militare, cosa rimane dell’alba? Ibiza o Santorini, le rievocazioni storiche della Toscana e i balli di Puglia. I teatri sono così cari, i taxi così cari, che senso ha fare tardi? Al riparo dei fuochi della cucina mettiamo a cuocere le prime castagne, il vino rosso sostituisce finalmente il bianco, le gengive si fanno rosse, le guance rosse. Mi dici che c’entra tutto questo con me? Che senso ha tutto il nostro girare in tondo per cercarci e non trovarci mai? Perché non torni a Parigi? Perché non la smetti con tutto questo vagabondare? Mi guardo allo specchio: camicia, pantalone e cappello. Soltanto forma mi dici, soltanto estetica, quando la smetterai? Te lo ricordi quel garage, il materasso posato per terra e libri dappertutto e fogli dappertutto e dei computer bianchi nessuna traccia e in tasca soltanto monete e carte Sip per chiamare dalle cabine? Sei fuori tempo, ti dico, mi sono perso, l’acqua è alta, affogo un po’, poi riemergo, son così bravo che non te ne accorgi, l’acqua rimane nelle scarpe e sul risvolto dei pantaloni, il disastro è sotto gli occhi di tutti, ma il tuo sguardo è altrove, amica dell’alto tu. Sei nemico dell’ironia, mi dici, potresti salvarti e invece se noioso. Saluta la vecchia, là, sul balcone, tu che guardi in alto, tu puoi.

Foto: © Bruce Davidson

WALES. 1965. "Welsh Miners" series

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Se lo sapesse l’uva

Se lo sapesse l’uva il tempo in cui si farà vino, se lo sapesse l’ape che il suo lavoro per l’uomo è dolce. Ciechi noi ai giorni, fino allo sparo che richiama all’attenti. Le luci al neon dei corridoi bianchi come tante lune insensibili ai tramonti. Da qui, nel riposo degli occhi, vediamo l’onda che la nostra traccia cancella. Da qui, finestre aperte, indichiamo la libertà col dito, certi che le partenze annuncino felicità. Non ti ho nemmeno chiesto come stai, mi sono risposto da solo. Avrei voluto usare il punto di domanda, l’arpione per il tuo pensiero balena. Emergerai prima o poi dal mare per spezzare l’equilibrio del cielo, prenderai fiato e muoverai finalmente lo stendersi piatto dell’orizzonte. Mi chiedono ancora di te, sorrido, faccio silenzio, alzo le spalle, riempio il bicchiere. Così melanconia, nell’ovale del volto, si nasconde. Arriverà l’inverno, il cappotto, t’incontrerò ancora per caso, piangerò io questa volta, quando anche tu mi chiamerai per nome.

© Bernard Faucon

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Nella psicotropa Taipei di Tao Lin

 

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Non so se chiamarla audacia, coraggio, scelta raffinata, attenzione alla contemporaneità o chissà che altro, ma è un fatto che Isbn Edizioni ci sa fare e così nell’ultimo giovedì di agosto porta nelle librerie italiane Taipei di Tao Lin nella traduzione di Andrea Scarabelli. Son 22 euro di libro, mica poco per 265 pagine, ma son denari che si spendono volentieri perché la copertina è azzeccata, la qualità della carta è niente male e son passati tre anni da quando un libro dell’autore americano è uscito in edizione italiana. Era il 2011 e Il Saggiatore pubblicava Richard Yates, la storia di un amore virtuale nato sulla chat di Gmail, problemi alimentari e tanta solitudine. Bastava leggere poche pagine per rendersi conto che tra le righe ci fosse qualcosa di vivo e di nuovo a livello di stile, di ritmo, di punto di vista. Ricordo che era il 2011 e a un colloquio per lavorare in casa editrice mi chiesero: “Qual è uno scrittore che ti piacerebbe incontrare?” Risposi “Tao Lin.” Il direttore editoriale fece finta di non capire, si segnò quel nome su un foglietto, mi disse: “Ci risentiamo presto.” Sono passati più di due anni e non si è ancora fatto sentire.

Ora, il personaggio Tao Lin è un concentrato di narcisismo e boria, è vero, ma uno scrittore bulimico che si è fatto conoscere attraverso il self publishing porta con sé tutta quella invadenza e la faccia tosta che l’operazione chiede. Quanto al narcisismo, non fa a pugni col mondo letterario, anzi. Dunque prendiamo lo scrittore e freghiamocene del resto, perché di certo non ci capiterà presto di andarci a cena.

Taipei è considerato da molti il romanzo col quale Tao Lin è riuscito a fare il salto di qualità e a ricevere finalmente le attenzioni di tutto il mondo della letteratura, prova è anche il fatto che uno scrittore come Bret Easton Ellis – citato a più riprese da Tao Lin nei suoi romanzi – si sbilancia nel dire: “Con Taipei, Tao Lin è diventato lo scrittore più interessante e raffinato della sua generazione”.

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Il ragazzo ha 31 anni e questo è il suo terzo romanzo anche se assomiglia molto più a un’opera prima: è semi-autobiografico, è un romanzo di formazione e racconta la vita di un giovane che attraverso l’amore scopre che la sua vita è molto di più di quello che si aspettava che fosse e arriva a essere “riconoscente per il fatto di essere vivo”. Le case editrici italiane hanno i cassetti pieni di storie così. Cosa fa la differenza qui? Che la storia sia inzuppata di droga all’inverosimile, così intrisa di psilocibina, eroina, cocaina, Lsd, Mdma e chipiùnehapiùnemetta che quasi ti viene a noia? No. Che il protagonista sia uno scrittore? Che i personaggi passino il loro tempo tra reading, cuscini, e metropolitane? Che si parli volentieri di sesso orale? No, questi sono elementi comuni a molta fiction, quello che distingue Tao Lin è lo stile. La storia non è infatti granché originale: sono le scorribande di uno scrittore e della sua ragazza tra social network, passatempi fatti di droghe, festini e filmati amatoriali registrati col MacBook o l’Iphone; un matrimonio a Las Vegas, genitori figli della morale sociale, una crisi di coppia e poi ancora droghe fino alla risoluzione finale.

La lingua invece è contemporanea, non sperimentale, ma prodotto dell’uso quotidiano del web. Tra le pagine di Taipei si dice addio alle lunghe descrizioni dei luoghi o dei personaggi, ci si concentra sui gesti piccoli, sulle emozioni momentanee, sui vorrei e sulla follia di certi ragionamenti. Quello che conta è quello che succede dentro i personaggi o poco fuori da loro, fin dove la percezione e la proiezione – consapevoli o indotte – arrivano, lo sfondo è poco importante e monotono: palazzi, grattacieli con insegne che si accendono e spengono al ritmo di immagini gif.

L’adolescenza qui trattata, una questione che riguarda ormai tanto i quindicenni quanto i quaranta- cinquantenni, ripropone i temi classici della solitudine, della confusione, della non accettazione del sé, del bisogno di amore o più che altro di qualcuno che non giudichi e sia disposto ad ascoltare, ma è trattata con la consapevolezza del ferito, dello scrittore solo e col sentire grande, che tutto comprende e tutto riesce a restituire al suo lettore, provando le emozioni che descrive, facendo diventare il suo male il male di tutti, un martire della sua sensibilità e del bisogno di dire. Ecco il capolavoro di Tao Lin, scrivere come qualsiasi adolescente vorrebbe scrivere, esprimersi come qualsiasi adolescente vorrebbe esprimersi. Il lettore si sente rappresentato e capito e, camminando a notte per le strade di qualsiasi città, sorprendendosi a guardare le finestre illuminate o i marciapiedi fuori dai McDonald avrà la sensazione che sì, qualcuno a lui vicino stia parlando dell’esistenza, senza farci molto caso e senza le parole pesanti della filosofia, ma alla maniera di Tao Lin, colui che con grazia, ma senza pudore sa farci partecipi della confusione di un’età infinita, dell’immobilità a cui porta il contemporaneo, un tempo dove il parlare e l’immaginare, in una sorta di bovarismo dell’era di Apple, si sostituiscono all’esperienza concreta, così che il pensiero si rivela già azione senza doverlo per forza diventare e poco importa se il tutto avviene nella multimedialità, perché non c’è differenza tra virtuale e reale, l’importante è quel che sente il corpo, o il cuore, per Tao Lin non c’è nessuna differenza, conta l’emozione o la sua mancanza. La noia, o la sua assenza. Il vuoto e tutto quel che ci vuole per colmarlo.

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Citazioni:

Paul si era accorto che Laura, che non lo guardava, non apprezzava la sua presenza e si stava seccando, ma lui si sentì immune a questa informazione per via dell’alcol e continuò a fare domande, chiedendole quanti anni aveva e se aveva frequentato o stesse frequentando il college e se sì quale. A man mano che il fastidio di Laura si intensificava, trasformandosi in incredulità e incupimento, lei entrò in uno stato di iperallerta, focalizzandosi solo su Paul con espressione guardinga ma anche di sfida e gli chiese come mai le facesse tutte quelle domande. “Non faccio domande” Disse Paul, “sto solo cercando di parlare. “Perché questo interrogatorio?” Sto solo cercando di fare conversazione.

 

“Scusa, non voglio rompere” disse qualche minuto più tardi “ma non riesco a dormire senza neanche un rumore, per esempio un ventilatore.” Paul accese la ventola del bagno. Caroline la spense poco dopo. Paul la riaccese e mandò un messaggio a Caroline per spiegarle la situazione, aggiungendo che le avrebbe dato cinque dollari per poterla fare andare tutta la notte.

 

“Abbracciamoci il più stretto possibile” Disse Paul, poi si alzò e lo fecero, “Penso che stringersi davvero forte sia quello che le persone che si tagliano arrivino a… provare.”

“Ti sei mai tagliato?”

“No” rispose Paul “e tu?”

“No” disse Erin, portando il MacBook verso l’ingresso.

“Perché stringersi dà una bella sensazione?” si interrogò Paul in modo distratto.

 

Nell’ufficio, che era luminoso, tranquillo e ricordava un ufficio postale, mentre riempivano dei moduli Paul disse che sposarsi era come fare un tatuaggio, una situazione in cui voleva solo pagare dei soldi e ricevere un servizio, non prendere degli appuntamenti e andare in diversi posti, parlare con degli sconosciuti e confermare di essere sicuro della propria scelta.

 

“Noi come facciamo sesso?”

“Mi sembra vada bene”

“Hai qualche critica? Di qualsiasi tipo.”

“Critiche” considerò Paul. “Uhm, no.”

“Davvero? Puoi dirmelo.”

“Critiche” ripeté Paul.

“O qualsiasi cosa. Dei pensieri.”

“Uhm, no” disse Paul, “Non penso che per me il sesso sia poi così importante.”

“Sì” disse Erin in modo vago.

“E tu che cos’hai da dire… riguardo a me?”

“Non ho niente da dirti” rispose Erin.

“Sei sicura? Puoi farlo.”

“No, sei davvero bravo in tutto…”

“Sul serio?”

“… e tieni sempre vivo l’interesse” proseguì Erin.

“Sicura?”

“E ho degli orgasmi, tipo, regolarmente” disse Erin.

Paul fece un suono tranquillo a indicare di aver capito.

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Taipei, Tao Lin, Isbn Edizioni, 2014, 265 pagine, 22 euro.

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Vorrei, in tutti gli altrove del mondo vorrei

C’è stato un tempo in cui indossavo scarpe da calcetto per attraversare le strade, con la masturbazione andavo forte e frasi come “Vorrei, in tutti gli altrove del mondo vorrei” mi sembravano adatte ai tramonti e degne di essere chiamate poesia. Ora di quel mio pensare soltanto ricordi e nostalgie, quella più grande è il battito del cuore prima di leggere l’sms della ragazza più carina della compagnia e l’ansia prima delle partite di calcio della domenica quando entravo nell’undici titolare perché coi piedi ci sapevo fare e l’allenatore faceva finta di non vedere la pancetta o le borse sotto gli occhi dopo i sabati sera trascorsi sui balconi a guardare le luci dei centri commerciali e ammassare bottiglie di vetro vuote come si ci fosse qualche record da raggiungere o una reputazione presso gli amici da mantenere. Ora indosso magliette nere, occhiali neri, pantaloni neri e scarpe, anche quelle nere, porto i capelli lunghi e chiedo agli sconosciuti di tagliarmeli perché lo so che nessuno ha il coraggio, ma è un bel modo per farsi ricordare.

Stavo scrivendo tutto questo sul mioMacBook pensando potesse rivelarsi materiale utile per il mio blog quando lei si sveglia, dice buongiorno e si stringe le ginocchia al petto, forse si vergogna per l’invadenza dei suoi capezzoli. Fa così caldo che non servono lenzuola, e le finestre sono tutte aperte. Non c’è vento e polvere sul comodino e polvere sui libri appoggiati al pavimento, lasciati là come le costruzioni del Lego, in attesa di essere terminati o di tornare in biblioteca. Macbeth qui non c’entra, lo getto lontano. Lei apre le gambe. Poso il MacBook sul pavimento. Labbra su labbra, petto su petto, lingua su lingua. Ci strusciamo senza prendere fuoco. I nostri baci si fanno molli e stanchi, accarezzo le sue guance per farla sentire desiderata, stringo il suo sedere così che mi riconosca virile. “Non mi va.” Lei mi bacia il collo, cerca il mio sesso, la allontano. “Che c’è?”. “Sei un’egoista,” dico io “vuoi farmi sentire in colpa?”. Lei si sistema i capelli, poi trova il pacchetto di sigarette sul comodino. Le dita impolverate, porta il filtro alla bocca, accende, fuma. Si alza e raggiunge la finestra a culo nudo. Io glielo guardo, è tondo, uno di quelli che non ha bisogno dei tacchi per farsi notare. Lei continua a fumare, il suo viso di tre quarti. “Pensavo di piacerti.” “Mi piaci, solo che non ho bisogno di te.” Faccio una pausa.  Lei aspira. “Tu non rispetti i miei tempi, i miei silenzi, le mie pause. Io ho bisogno dell’amore, del desiderio, non di te, se potessi vorrei il tuo sedere lì, sempre lì, come è adesso, vorrei spegnerti e riaccenderti, sapere che ci sei, ma non troppo presente, capisci cosa voglio dire?”. Lei lancia la sigaretta dalla finestra, si volta, ha perso la vergogna e posso guardarle l’intero corpo illuminato dalla luce del giorno. Ha gli occhi umidi, ma non piange. “Perché scrivi?” “Sei la centesima persona che me lo chiede, credi di essere interessante?” “Scrivi perché hai bisogno di consenso, del mio applauso, poi non ti basta e vai a cercare altre mani pronte a far chiasso e lingue morbide che incontrino la tua che, povera, è sempre sola, e sempre più amara.” Apro il Macbook, lo sistemo sulle ginocchia e faccio partire la voce di Gainsbourg. “Sei prevedibile.” Dice lei. “Credo dovresti andartene.” Dico io. “Lo avrei fatto comunque.” Dice lei. “Fatti una doccia, prima.” “Non ne ho voglia.” Le porto un accappatoio, lei non fa resistenza e lo indossa, stringe le mani intorno al petto e si chiude nel bagno. Abbasso la voce di Gainsbourg, ascolto l’acqua che cade, non c’è nulla di poetico, spero faccia presto e se ne vada. Ancora in mutande mi siedo al tavolo della cucina e dietro a un biglietto nuovo della metropolitana scrivo: “Sei così bella, perdona il mio fare, ci sono uomini più degni di te. Ti cercherò ancora, magari non risponderai. È l’immanenza che fa grande il desiderio. Poi viene la nostalgia. Ti bacio, questa volta sul naso, con simpatia. M.” Lei esce dal bagno, è profumata, ha i capelli bagnati, è già vestita. Si avvia verso la porta, la sento e le urlo “Aspetta.”, lei rallenta, io la raggiungo, la prendo per i fianchi e le appoggio il biglietto della metropolitana sulla mano. Non la lascio parlare, la bacio senza interesse. Lei mi bacia. Mi stacco, le accarezzo il viso. Profumo di docciaschiuma sotto le narici. Apro la porta, lei scende tre scalini, poi si volta, le sorrido, chiudo la porta. Mi sento sporco, apro il MacBook e controllo la chat, scelgo a chi scrivere ora, scrivo così: “Sei così bella, perdona il mio fare, ci sono uomini più degni di te. Ti cercherò ancora, magari non risponderai. È l’immanenza che fa grande il desiderio. Poi viene la nostalgia. Ti bacio, questa volta sul naso, con simpatia. M.” Lei entra in metropolitana, timbra il biglietto che le ho regalato, il cancello si apre e la lascia passare.

Foto: © Giulia Bersani

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Le rose te le ho disegnate per sbaglio

Le rose te le ho disegnate per sbaglio, perché oggi è sabato e la voglia di fare è appoggiata al muro come le chitarre che non suono da anni. La polvere entra dalle finestre ma non me ne accorgo. Ora dovrei fare una foto al foglio, poi tramite l’applicazione apposita dell’Iphone aggiungerci qualche filtro e inviarti tutto sulla chat di Facebook. Mi sembrava così originale quando l’ho pensato, ora invece mi appare scontato e me ne vergogno. Eppure lo farò, e infine premerò invio e aspetterò una tua risposta. M’avventuro in tutte queste sciocchezze perché sono malato di attese. Tu non mi rispondi e allora io ti scrivo ancora. Poi ancora. Passano i giorni, le settimane, è quasi un mese. In questo tempo ti ho immaginata spesso, prima di dormire, durante la notte, appena sveglio, cercavo qualche tua foto nuova su Instagram per sapere dove immaginarti. Tu non pubblichi mai foto di te, tranne quando vieni benissimo, e non succede spesso. Così ogni volta devo immaginarmi il tuo sguardo e penso sempre chissà se hai tagliato i capelli. Poi finisco a fare ipotesi sulla circonferenza delle tuo cosce, non è un pensiero gentile, lo so, ma non lo faccio per via dei modelli estetici delle pubblicità, ma perché quello che mi piace di te sono le tue imperfezioni. Suona retorica quest’ultima frase, non è vero? Quello che mi manca di più, invece, sono le tue parole. Così tra un caffè e l’altro improvviso dialoghi con il mio cane, ha il pelo lungo che gli nasconde gli occhi e non risponde mai, dorme quasi sempre. Così ti chiamo col suo nome perché quando lo sente almeno reagisce, muove la coda, si avvicina giusto il tempo di qualche carezza e poi torna al suo posto. Dell’individualismo dei cani scriverò un’altra volta. Per ora basta il tuo, e non è un rimprovero, sappilo. Ognuno col suo recinto fa quel che vuole, che il mio sia sempre aperto è un’altra storia e non è poi così sincera.

Foto: © Giulia Bersani

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Braccia alzate a Venezia

Laguna senza porti e approdi piccoli, vestiti lunghi e creme su pelle avvizzita e trucco su occhi bianchi e colorati intorno. Il luccichio dell’acqua quando la luna sorge e rumore di eliche, terrazze e aperitivi a base bianca. Tutto l’acido negli intestini e i farmaci sul comodino, quante sigarette arrotolate, odori d’erba, sostanze bianche sui lavandini bianchi dei bagni lussuosi degli hotel del centro. Sistema la scollatura e datti il profumo, lo vedi quello e quello e ancora quello? Lo conosci quello? Vai a presentarti. E raccogli indirizzi sull’iphone e ti chiedi chi sei e se ti basta tutto questo o preferiresti essere altrove. Quanto è lontano il tuo ragazzo, la ragazza che non hai scelto e le sue labbra rosse, le sue sigarette aspirate in posa. Così siedi coi noti e ricalchi le gesta di chi ti ha preceduto mentre un ragazzo, camicia originale, capello corto, accento gentile, alza il pugno, saluta, la giacca inappropriata e camicia bianca perché è lavoro. Poi a casa l’orto, il credo, la musica. La spontaneità ci avvicina così e ci sorprende in abbracci, quando invece il sigaro si consuma su dita avvizzite e produttori stanchi e le notti si colorano di carne. E invece tu proponi il tuo sguardo su instagram e non sei mai in primo piano, proponi il pastello dei mari in settembre, proponi mancanze e farò. Io navigo a vista, cambio case, alberghi, autostrade, auto e battelli, non sento nulla, orecchie nell’acqua, imparo a nuotare a dorso per guardare il blu. E fumo poco, troppo poco.

 

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La cosa più stupida del fare questo sono tutti quelli che criticano questo

Se io commento quello che fai tu e tu commenti quello che faccio io mentre altri commentano quello che fanno altri e poi si difendono e si accusano e hanno sempre qualcosa da dire e finiscono per tradurlo in una frase fatta che suona più o meno come la cosa più stupida del fare questo sono tutti coloro che criticano questo e la cosa peggiore del dire questo e aver soltanto pensato di dirlo questo. Ma il pensiero viene, eh, e se non lo sai allontanare quello torna e bussa alle labbra così alla prima debolezza eccolo che esce e tu pronunci le parole che non vuoi pronunciare, che è lo stesso atto libero e imbecille di quando chiami lei quando sai che non la devi chiamare e robacce di quella sorta. E va anche a finire che il direttore di un rotocalco tuffa il senno in mare e affoga così maledice chi come lui non filtra la parola col pensare. Basta andarsene in montagna, facciamo sopra i duemila metri, e stare là dove i cellulari non prendono e i giornali non escono, là dove il sole si fa sveglia e buonanotte, là, seduti sul prato senza la paura di sporcarsi una firma, là, a guardare il volo del condor e tapparsi le orecchie durante il fischio invadente della marmotta, basta allontanarsi dalla terra e far volta verso le altezze che di parole ed esibizioni resta soltanto il ricordo. Siamo tutti da prima pagina, tutti da schermo, da televisione, io, io, io e io ancora, in equilibrio tra un bivio e una foto ricordando il Moretti del mi si nota di più se, o se. E diamo alle emozioni i nomi dei sentimenti, così tutti è in vetrina e non c’è sforzo né sfarzo, è tutto pronto per le sfilate dei cuoricini e dei mi manchi. E il sentimento? Diceva il Carmelo che si dilata nel tempo, ma il tempo dov’è, che cosa resta della pazienza, dei progetti a lunga scadenza? Mordo il freno e consumo i denti tanta è la voglia di andare. Io valgo, mi dici, e sembra una pubblicità. Dimenticarsi dei semafori e non fermarsi, ti dico ora, far del lunedì un sabato, della settimana una domenica interminabile; per lavorare a sé e allontanare le battaglie dell’opinione, che bagnano in terra, e il piede scivola, l’impronta è molle.

© Benedetta Falugi, http://www.benedettafalugi.com

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Domina mundi

A Sarajevo. A Buenos Aires. A Bangkok o a Follonica entrare in un cinema vuoto, immaginare il mondo attraverso lo schermo, stringersi nelle spalle e scivolare col culo sulla poltrona. Gli occhi guardano e i pensieri scorrono. Le more, lo yogurt e le olive kalamata, i cetrioli sugli occhi al mattino, a prenderci cura del corpo per farlo brillare al sole e ritrovarsi a far luce sui giorni passati, cercare futuri col binocolo e vederli minuscoli o troppo grandi, fino a che il mezzogiorno non abbaglia gli occhi mentre le nostre mani riparano la fronte indicando la linea che separa cielo e mare. Guadagneremo così tanto da poter girare a tasche vuote, tutto in una carta, dimenticheremo gli occhi sulle lenzuola e torneremo a ridere soltanto su suggerimento dell’alcol. C’è chi sale sui monti, chi invece scende, chi pianta ombrelloni e chi fa forza sul pedale o punta il piede sulla terra per riscoprirsi corpo dopo giorni di scrivanie e aria condizionata. E noi qui, ad affannarci in parola quando invece per dirla tutta esiste soltanto la presenza. Inutile che ti racconti della mia maglietta a righe, dei capelli che non mi cadono più sugli occhi o del pelo che mi decora il petto, quando ti chiamo esplodo in complimenti e tu mi dici soltanto le mie mura non cadranno mai, io come Roma, domina mundi. Non ti capisco ora, né mai, hai voglia dirmi che il mai non esiste, ci sono alfabeti intraducibili e la condivisione mancata del frattempo. Così le nostre lontananze son meridiani che non s’incontrano e si avvicinano soltanto ai poli, dove fa troppo freddo e finiamo per guardarci il respiro e farci avvolgere dalla malinconia. Non penso alle cosce più sode, alle labbra più dolci, che me ne importa della tua pelle liscia, del pascolo dolce della tua schiena e del tuo nasconderti dietro alle spalle, lasciami il tuo odore tra le dita, il tuo pianto tra i capelli, lasciami le tue parole sul cuscino e rallegra i miei risvegli con i tuoi canti fuori moda. Di là dal muro, fuori dagli orologi e dallo schiudersi delle noci sulla tavola ci sono luci accese e ritmi incomprensibili, culetti che battono in quattro quarti e mani decorate in anelli. Dovrò preoccuparmi ora della coerenza? Quando l’unico senso che mi rimane è la vista, dimentico il cuore e aspetto l’inverno. Quando avremo meno tempo per la poesia e dovremo affannarci in ricerca. Ed ora dimmelo come è possibile sentirsi bene una stagione all’anno, e il resto maggese e occhiali da sole? Puoi immaginarmi così, ora: il trench lungo, blu, il cielo grigio e pomodori rossi in mani rovinate, perché busso alla tua porta e tu continui a temporeggiare.

Foto: © Anna Di Prospero, http://www.annadiprospero.com

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