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Pidocchi di Londra

Killer con le sciarpe arrotolate alle labbra per prendere a bocconi la notte. Le narici out of order, le macchine del fumo sul palcoscenico della galassia perché siamo due sconosciuti che si negano gli occhi.

Dai porti lontani della provincia per perdere l’ultimo treno coi lavori in corso. Cercare rifugio alla notte.

E con parole di bava filiamo le ragnatele dei nostri incontri formali per salutarci come i soldati: una mano sulla fronte, sui gingilli armati contro le jelle perché sappiamo ancora sparare.

Coi contadini che salutano gli inverni, col fuoco amico sulle jatture dei campi a cantare gli alpini e poi qualcuno dice che le guerre uccidono ancora.

E noi tutti intorno e luce fu con le parole normali per gente normale coi pannolini e la stella polare.

E luce fu come i farò come i falò della maturità sui libri da ardere.

E salivamo come fumo sui tetti aggrappandoci alle grondaie che d’estate non pioveva mai e ci guardavamo come le stelle

per succhiarci gli intestini, le labbra livide e i tuoi tagli per farti del male.

E per non buttarci parlavamo dei futuri improbabili, di Santorini e delle sue case bianche.

E c’era il blu ad aspettarci il mattino e cominciavano i precipizi quando scoprivi che ti avevano rubato la bici

e dovevi farti il corso a piedi e tutti a chiederti dov’eri stata

e perché

e con chi

mentre aspiravi l’ultima sigaretta e ti grattavi il pube per scrollarti di dosso i pidocchi di Londra.

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Orari

E scrivi Make school not war sugli edifici dell’università statale per gli studenti nei chiostri delle aspirazioni, le esalazioni lisergiche dell’italiano della Crusca. In tasca portiamo i biglietti per l’Europa che se ti faccio paura è perché non parliamo lo stesso linguaggio. Dovremmo regalarci degli orologi fermi io e te, darci il tempo per evitarci il tempo per accarezzarci con le lancette fragili e i nostri orari rigidi. Quando mi hai detto l’hai letto l’Ecclesiaste e ho pensato a un fumetto dark. Con questi vestiti di nebbia, prima della sera, confondiamo gli orari e tu tu tu tu tu questi telefoni non suonano mai.

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DEMOLIRE. SPEGNERE. DEPURARE. COSTRUIRE.

Non serve rimboccarsi le gambe e correre è tutto qui, che questa è la stanza più bella tra quelle che non so costruire. E io sono così bello che non mi so demolire. Depurarmi come le fabbriche inquinate bruciate dai balordi la notte del Natale. Spegnere i miei incendi quotidiani e le risacche settimanali. Ovunque proteggi questa pioggia di fumo di macchine. Che i pompieri non dormono mai.

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Sex and the city

Quando dimentichi di chiudere il bar

con le gengive fragili ci laviamo i denti di fretta

per mordere i nostri taxi a pedali

e scivolare sui binari di porta Genova

perché hai aperto il vino senza aspettarmi.

E poi confondere le strade

pensare che a Milano non ci sono salite

sul cavalcavia di fronte alla triennale

avrei dovuto comprarti dei fiori

ma è notte

vendono soltanto hamburger.

Le brioche abbracciate

per i tuoi risvegli

la tua stanza da letto in Australia

che dovrei circumnavigarti

per dormire con te.

E poi guardi in alto per fraintendermi

che i miei occhi sono gonfi di vino

con le staffette al bagno

per scambiarci le vesciche.

E i miei discorsi alla Tarantino

quando dovrei parlarti dei puffi

di Gargamella e del gatto Birba

che sono uno di quelli che ti fanno ridere

e non ti spaventano.

E non ti spaventano.

E non ti spaventano.

Perderò ancora treni

per colpa dei ritardi

e guarderò negli occhi i pendolari

e per sentirmi meglio

dovrò aspettare sulla banchina.

Tu e la tua generazione sex and the city

con le tv generaliste

a moltiplicarsi come i conigli

non trovi posto per le fiction.

Quando ti ho invitato a pranzo.

E avevi impegni per il week end.

E poi mi hai scritto

per dirmi che sei maleducata.

 

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Suono libero

Quando non rispondi, quando non ci sei o quando il telefono suona tre volte e non sento la tua voce e vuol dire che non hai voglia di sentirmi, beh, io lascio squillare finché parte la segreteria telefonica. Non credere mi aspetti che tu schiacci il tasto verde all’ultimo per sorprendermi, no, non credere che voglia bussare alla tua porta con insistenza. Quel TU TU fatto per accordarci le chitarre, quel TU TU dal ritmo sempre uguale, nel gergo nostro viene chiamato suono “libero” e tu lo sai che io inseguo la libertà.

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I piumoni sono sempre troppo corti

Mi ha svegliato il pensiero di te. Che poi mi sei scivolata addosso e ti sei sbucciata le guance. Come la spieghiamo questa? Hai voglia a dirmi che esistiamo solo nei racconti degli altri. E queste solitudini? Le chiamate perse dietro ai distributori automatici del latte delle nostre mucche bianche venute dallo spazio. Quei messaggi subliminali che ci lanciamo addosso come palle di neve e si sciolgono negli intestini per il ricambio dell’acqua appena svegli. I piumoni sono sempre troppo corti lo sai. E ci svegliamo ancora con l’ansia per i compiti non fatti. Copieremo i graffiti alle fermate dei tram che rimpiangiamo il futuro d’un tempo. L’odissea del 2011 inizia qui, con quei jeans che ci siamo tatuati addosso. Con l’inchiostro che usiamo per firmare gli assegni, per pagare questi affitti che ci salutano sempre per primi anche se facciamo finta di non vederli. E domani anche i sogni saranno tranquilli e avremo risolto il problema della lunghezza dei piumoni.

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Solo per questa notte

Le mie gengive al tabacco per la tua pasta di mezzanotte. Con quei cappelli che portiamo storti per guardarci attraverso. Raccogliamo da terra le parole per giocarci un po’, per non diventare grandi in fretta. E ascoltiamo le storie dei vecchi mettendoci le dita nel naso. La lingua infilzata nei condom per parlare della mia Africa, di quel sud America che hai visto in cartolina mentre i mariachi cantano i nostri addii e le auto frenano appena in tempo. E poi ti spiegherò e poi mi spiegherai. E i campanili suonano, le messe cominciano e tu non ci sei mai, dormirai. E per questa notte i tuoi capelli appoggiali al cuscino.

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Darling da “10. Camera sola. Confessioni di un clandestino.”

E per non essere in ritardo mi sono svegliato tre volte

che nemmeno l’erezione mattutina rispetta i tempi prestabiliti.

E ho acceso la luce per controllare gli argini

e i desideri affogano le pantofole.

Che ancora la vista atomica ce l’hanno solo gli occhiali dei multisala 3D.

E i miei capelli che cadono in valanghe senza avvisare

e investono ritenzioni idriche e voglie di vino rosso.

Che investano te che non ci sei, che i tuoi capelli sono distratti e schivi e a a tirarteli ci scoperchi la pentola dei tuoi minestroni al farro.

Mi fai mettere il cappuccio per proteggermi dal freddo

che a furia di stare fuori ti prendi il mal di gola!

Per proteggermi dalle labbra dai risucchi che fai col cucchiaio

incapace come sei di un bacio morbido che lo yoga rilassa e il tantra ti fotte, mia darling.

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E ora è quasi notte e mai primavera

Gli amici sono in casa e la pentola bolle. Gli avanzi del Natale non fanno per noi. Porto i maglioni lunghi dei ragazzi tristi tristissimi. Quando mi hai chiesto dello xanax per calmarti che qui vicino mi abbuffo di pensieri. E intanto in Brasile ballano i processi e per calmarti dovrei venire a prenderti con le macchine che non ho mai incontrato che non ho mai comprato e tu mi dici che dovrebbero liberarti che forse chiederemo la grazia all’hotel President dove si accoppiano le panchine che incontro il mattino mentre corro al parco Sempione. E ora è quasi notte e mai primavera.

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