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Animal liberation, anima liberation.

C’eravamo stretti tutti intorno a noi come si fa coi morti. Ci guardavamo da fuori con le parole esaurite tra le otturazioni. La ricotta di Pasolini per le nostre guance insensibili alle carezze che per combattere il qualunquismo ci siamo chiusi in casa a farci cene scaldando i nostri giudizi preconfezionati. La clandestinità delle idee antidemocratiche e i preparativi per quel nuovo show del lunedì sera. Sarà denuncia o informazione e ci sentiremo migliori col cuscino svuotato di sonno ad attendere sogni di gloria. Durerà soltanto una notte, domani è Champion’s League. Penseremo all’amore come a una salvezza mentre disimpariamo l’arte della dilazione e affrettiamo le conoscenze: hai voglia di scopare? e i mantra che non ripetiamo mai. Per i miei viaggi ho le tasche vuote e vele di libri e juke box all’idrogeno per gli orizzonti dischiusi alla luce dei semafori che lampeggiano in giallo, la vita al di là della città e tutte le partenze chiuse in confezioni da sei. L’offerta dei bed and breakfast per i nostri voli rasoterra e l’odore del camino come un ricordo. Tutte le guerre combattute soltanto sulla carta. Animal liberation, anima liberation. Nei dischi rap la nostra rabbia repressa e poi nel jazz i quel che vorrei e poi non saprei. Quando non arrivavo alla tavola e cuscini sotto la sedia, due pulcini un regalo d’estate e le sparizioni d’autunno. A chiedersi che senso ha il calore dei miei palmi se poi le stagione passa e le piume volano via come in Forrest Gump tra le notizie del mondo grande e l’indifferenza. I lungometraggi a episodi degli anni ’70, il nudo uno scandalo e la possibilità della creazione, che poi diciamolo “Amore e Rabbia” non è poi strepitoso. E mentre le ore si fanno più lente e i giorni più corti mi aggrappo alle speranze dell’adolescenza: baci lunghissimi, la maglia numero dieci e le serate con gli amici, quando la bocca era piena, l’orologio distante, quando mancavano gli argomenti e non prendevamo posizione su nulla. Quando eravamo morti, ma pensavamo di essere vivi. Non come adesso.

Foto: Alex Webb

Photo editing: Neige

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Urlo

I capelli in grappolo, il respiro oleoso dei sanpietrini.

Per ricoprirmi le carni una blusa nera.

Con gli intestini che regalano fuoco,

il fegato ad invocare piogge

la campanella suona, suona la campanella

corriamo in frotte allo spettacolo in prosa delle otto.

Falso e fasullo e malsana idea del ricopiare quel che è già morto.

Siparii sudario per quei vestiti stirati, profumati.

Fasulli.

La strada, perso il cappello in conventicole oziose.

Balzo sulle tavole dei vostri banchetti agirando la spada viva della parola,

contro il tuo vociare inetto, urlo

sporco di sugo

le camicie di lino dei tuttologi rivoltate sugli avambracci,

le sigarette oziose sull’asfalto molle fuori dagli uffici.

Le reclame ai bordi della strada,

i culi sodi,

i vestiti a fiori.

E calzature sempre fuori luogo.

Siamo in ginocchio, la fronte abbassata, i pixel dei cellulari le nostre vicinanze,

non te ne sei accorto dai palazzi gettano brioches

e banconote.

Le nostre gole a cavallo del borgo,

le bottiglie di vino scolate e ammucchiate nei balconcini sessanta per cinquanta,

dimmelo tu, filosofo, cosa sai della Svizzera, dei bordelli,

dimmelo tu cosa sai delle afriche,

la pangea risorgerà e ci terrà stretti in quell’abbraccio di carne che tu teorizzi e perdi.

Fosse comuni dei nostri liquidi, tubi, soltanto tubi per i nostri bisogni primari.

E il tabù del belpensiero, i fru fru dei buongiorno e quei grazie che ci fanno i tagli alle labbra

e al supermercato acquistiamo lucidabocche.

Meglio un fanculo.

Rabbia, la verga,

violenza, sussulto.

Un rombo, l’aereo, la lontananza,

distanze.

Dimmelo allora che te ne fai del tuo muso bello, della lingua capace, dei seni acerbi,

che te ne fai dei tuoi fianchi abusati,

della tua pelle

morta.

Ero pronto a intronarti nel mezzo del mio ventre,

farmi centauro supino, con la tua criniera e il vento.

Sbattono ancora le ali delle finestre e invocano i nostri voli.

Il mio no è vita,

strappo alle lenzuola quel che resta della notte,

dimmelo allora cos’è che ti trattiene immobile,

cos’è che ti aziona soltanto in sussulti,

dimmelo il perché dei tuoi balzi, accelerazioni e stop,

discese e salite le nostre lingue bianche,

non ci sono colori tra noi,

non c’è tempo,

tutto è perduto nella tua foto che smagrisce in bianco.

Tutto è perduto della tua giovane età,

perso cammino aggrappandomi alle mura,

baluardo soltanto il mio volto aguzzo,

i capelli arresi all’avidità dello smog e la fronte alta in guerra col cielo,

guarda il mio passo,

cercami per quelle vie,

trasudo

parola e piscio

e vedrai il sangue delle mie nocche

sulle porte delle vesti bianche

come un avvertimento per i boia incappucciati che suoneranno alla tua porta,

le organizzazioni del volontariato.

Lascio una scia luminosa,

le nostre belle notti,

che se m’accascio è perché sono ferito

ansimo vita, povero,

ignorante del tempo, avido in sguardi.

Il rintocco dei miei tacchi lucidi a inventare un ritmo nuovo,

la blusa nera a cancellare le impronte.

Poi la città,

i netturbini,

i sacchi neri per la morte del vespro.

Gli orologi rubati impignati sulle piazze,

bruciamo il tempo per cancellare le condotte regolari,

l’appuntamento,

il ritardo.

Dimmelo allora,

se tu fossi qui,

non avrei tempo per i discorsi. Svelerei il mio bianco, la pelle debole, preda io per i tuoi denti bianchi.

Dimmelo allora,

se tu fossi qui,

non servirebbero gabbie. Saremo eterni, nell’ansimare delle nostre piccole morti e poi ci gireremo dall’altra parte.

Prenderemo sonno, e non sarà per sempre.

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Appunti sparsi per un romanzo in divenire.

Io me ne intendo poco di economie e numeri e politica, ma capisco in fretta che la legalità non sempre si può combattere con la legalità se è la legalità stessa a essere malata. Oltre alla legge, oltre le leggi è l’uomo. E mi dicevo che anche il Cristo c’era andato oltre alle leggi del tempo, non per un valore, non per un ideale, ma perché credeva nell’uomo e nel rispetto di sé, nell’amore donato gratuitamente e questo niente ha a che fare con la legge data. Se l’uomo le leggi le ha pensate, l’uomo potrà anche migliorarle, credevo. E dar senso al vuoto non è un costruire? Un andare oltre al già dato? Certo senza un progetto e un senso è inutile e vano, ma con stile pensato e metodo e tensione al bello e all’ordine allora sì che è rivoluzione. Chissà. Troppi pensieri, è vero, ma perché non darci sotto e sfondarci cervello e cuore, perché non farlo ora alla soglia dei trent’anni che poi ci si addormenta sul già fatto e sul già realizzato, per gli insegnamenti che ci hanno dato, tradire, tradite i voi stessi di ieri per esser felici dei voi stessi di oggi avrei voluto scrivere a pennarello nero sopra ai cessi dei bar.

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Provincia

Alla fine la provincia c’ha ‘sto pregio che conosci le persone da quando son nate o giù di lì e non ti interessa che lavoro fanno e come si vestono e cose così. Sono loro per come le hai sempre conosciute e nulla più, che poi è anche un limite okay perché ci sono tutte le malelingue dei posti piccoli e gli orizzonti stretti però c’è ancora la brina e i camini hanno un senso, forse è ora di smetterla con l’avvicinare città e libertà solo perché fanno rima.

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