Archivi categoria: Poesia

Sex and the city

Quando dimentichi di chiudere il bar

con le gengive fragili ci laviamo i denti di fretta

per mordere i nostri taxi a pedali

e scivolare sui binari di porta Genova

perché hai aperto il vino senza aspettarmi.

E poi confondere le strade

pensare che a Milano non ci sono salite

sul cavalcavia di fronte alla triennale

avrei dovuto comprarti dei fiori

ma è notte

vendono soltanto hamburger.

Le brioche abbracciate

per i tuoi risvegli

la tua stanza da letto in Australia

che dovrei circumnavigarti

per dormire con te.

E poi guardi in alto per fraintendermi

che i miei occhi sono gonfi di vino

con le staffette al bagno

per scambiarci le vesciche.

E i miei discorsi alla Tarantino

quando dovrei parlarti dei puffi

di Gargamella e del gatto Birba

che sono uno di quelli che ti fanno ridere

e non ti spaventano.

E non ti spaventano.

E non ti spaventano.

Perderò ancora treni

per colpa dei ritardi

e guarderò negli occhi i pendolari

e per sentirmi meglio

dovrò aspettare sulla banchina.

Tu e la tua generazione sex and the city

con le tv generaliste

a moltiplicarsi come i conigli

non trovi posto per le fiction.

Quando ti ho invitato a pranzo.

E avevi impegni per il week end.

E poi mi hai scritto

per dirmi che sei maleducata.

 

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Definizioni

Poesia è pornografia.

Suono libero

Quando non rispondi, quando non ci sei o quando il telefono suona tre volte e non sento la tua voce e vuol dire che non hai voglia di sentirmi, beh, io lascio squillare finché parte la segreteria telefonica. Non credere mi aspetti che tu schiacci il tasto verde all’ultimo per sorprendermi, no, non credere che voglia bussare alla tua porta con insistenza. Quel TU TU fatto per accordarci le chitarre, quel TU TU dal ritmo sempre uguale, nel gergo nostro viene chiamato suono “libero” e tu lo sai che io inseguo la libertà.

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I piumoni sono sempre troppo corti

Mi ha svegliato il pensiero di te. Che poi mi sei scivolata addosso e ti sei sbucciata le guance. Come la spieghiamo questa? Hai voglia a dirmi che esistiamo solo nei racconti degli altri. E queste solitudini? Le chiamate perse dietro ai distributori automatici del latte delle nostre mucche bianche venute dallo spazio. Quei messaggi subliminali che ci lanciamo addosso come palle di neve e si sciolgono negli intestini per il ricambio dell’acqua appena svegli. I piumoni sono sempre troppo corti lo sai. E ci svegliamo ancora con l’ansia per i compiti non fatti. Copieremo i graffiti alle fermate dei tram che rimpiangiamo il futuro d’un tempo. L’odissea del 2011 inizia qui, con quei jeans che ci siamo tatuati addosso. Con l’inchiostro che usiamo per firmare gli assegni, per pagare questi affitti che ci salutano sempre per primi anche se facciamo finta di non vederli. E domani anche i sogni saranno tranquilli e avremo risolto il problema della lunghezza dei piumoni.

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Solo per questa notte

Le mie gengive al tabacco per la tua pasta di mezzanotte. Con quei cappelli che portiamo storti per guardarci attraverso. Raccogliamo da terra le parole per giocarci un po’, per non diventare grandi in fretta. E ascoltiamo le storie dei vecchi mettendoci le dita nel naso. La lingua infilzata nei condom per parlare della mia Africa, di quel sud America che hai visto in cartolina mentre i mariachi cantano i nostri addii e le auto frenano appena in tempo. E poi ti spiegherò e poi mi spiegherai. E i campanili suonano, le messe cominciano e tu non ci sei mai, dormirai. E per questa notte i tuoi capelli appoggiali al cuscino.

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Darling da “10. Camera sola. Confessioni di un clandestino.”

E per non essere in ritardo mi sono svegliato tre volte

che nemmeno l’erezione mattutina rispetta i tempi prestabiliti.

E ho acceso la luce per controllare gli argini

e i desideri affogano le pantofole.

Che ancora la vista atomica ce l’hanno solo gli occhiali dei multisala 3D.

E i miei capelli che cadono in valanghe senza avvisare

e investono ritenzioni idriche e voglie di vino rosso.

Che investano te che non ci sei, che i tuoi capelli sono distratti e schivi e a a tirarteli ci scoperchi la pentola dei tuoi minestroni al farro.

Mi fai mettere il cappuccio per proteggermi dal freddo

che a furia di stare fuori ti prendi il mal di gola!

Per proteggermi dalle labbra dai risucchi che fai col cucchiaio

incapace come sei di un bacio morbido che lo yoga rilassa e il tantra ti fotte, mia darling.

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E ora è quasi notte e mai primavera

Gli amici sono in casa e la pentola bolle. Gli avanzi del Natale non fanno per noi. Porto i maglioni lunghi dei ragazzi tristi tristissimi. Quando mi hai chiesto dello xanax per calmarti che qui vicino mi abbuffo di pensieri. E intanto in Brasile ballano i processi e per calmarti dovrei venire a prenderti con le macchine che non ho mai incontrato che non ho mai comprato e tu mi dici che dovrebbero liberarti che forse chiederemo la grazia all’hotel President dove si accoppiano le panchine che incontro il mattino mentre corro al parco Sempione. E ora è quasi notte e mai primavera.

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Basta un caffè

Le camere piccole con queste ringhiere che ci lacrimano addosso

i nostri letti a forma di astronave

spariamo i pensieri come boli nello spazio

mentre tiriamo su col naso

sputiamo catarro nei nostri water arrugginiti.

I ragazzi dello zoo di Berlino chissà dove andavano in vacanza?

Che siamo figli del targhet

con le nostre firme indossate storte

come le cavie dei laboratori

ci tatuiamo i nomi addosso

per distinguerci

le resistenze della tv

coi nostri simili nelle città invisibili.

Per evitare i doganieri

l’esercito del fuoco in saldo

per arrivarci dentro

coi nostri messaggi incodificabili

e tu non rispondi mai

metti che poi rimani incinta.

Le tue corse di 8 otto minuti

i miei accappatoi da lavare

e sotto le docce

gli appelli delle nostre radio interiori

quando gracchiando

ricattiamo la storia.

E tutti i nostri forse

come tanti Vietnam

appiccicati ai post it

come tanti morti

a consolarsi coi sughi al ragù

che sai fare tu.

E non capisco come sei

come stai

dove vai

disperata ragazza perché

basta solo un caffè

che magari sbriniamo i tuoi freezer

e nei buchi delle tue vene

nuoteremo come i gabbiani

come gli zingari

tra le stelle polari.

Basta un caffè

Annulleremo queste distanze interstellari

come gli zingari

le stelle polari.

Come gli zingari

le stelle polari.

Com’era bello

Com’era bello giocare all’amore con te.

Trip da “10. Camera sola. Confessioni di un clandestino”

E prenderei mille treni per trovarti

e perderei mille autostrade per appannarti i vetri che tanto ryan air fa ritardo.

Aspettarti mi farà bello come una volpe di un piccolo principe in francese che in marocchino non c’è e non ti aspettare niente per la tua collezione.

Siamo troppo diversi e quell’aria da signora ti sta anche male.

E i tuoi calzoni corti e le tue gambe a y e una bambina che non vuol giocare mai.

E i tuoi nomi in codice attorno ai fuochi accesi coi fazzoletti impilati sul collo,

e i tuoi capi e i tuoi scout e le giovani Marmotte erano Qua, Quo e Qui non c’è nessuno che se li ricorda.

Tu e i tuoi Erasmus andati a male che hai paura della navigazione aerospaziale.

 

Che chissà dove sarai e io non ti chiamerò se ci sarò se ci sarai.

E i locali argentini e i camerieri gay che ti guardano il culo e ti versano vino italiano ritagliando gli scarti per la chiusura.

Le feste in piazza a Barcellona inseguendo quegli insetti che pungono e poi muoiono

che un bacio è l’egoismo più grande ed è così che cadi e ti pettini le labbra,

le stendi al sole ad evaporare per perdonarle per non far piangere le tue guance a cipolla.

 

E dimentica come io ho dimenticato

e conta fino a 9 che il 10 è della fantasia dei Diego, i Maradona e così sia.