Archivi categoria: Poesia

Questo tramonto nell’occidente ha il sapore della resurrezione

Con le cartoline appese alle guance tracciamo mete per i nostri sguardi. Che volevamo emigrare nelle periferie del sud per riscoprirci le vene e rimboccarci le maniche. Tra i fondi del caffè proprio quando hai finito di mangiare col vino che si appiccica alle gengive scoppia una corsa in piazza del Duomo e non è il giro e non è rosa e non ci sono secondi né terzi, né coppe, né sponsor. Milano arancione con le luci del castello e le auto che non si fermano ai semafori. L’amaro zucca del centro ci addolcisce le bocche. Questo tramonto nell’occidente ha il sapore della resurrezione. Con gli abbracci che ci piovono addosso e questa pioggia di flash per illuminarci gli sguardi. Le biciclette ancorate ai pali della luce e queste nuvole bianche. Bianche come le tue mutande contro la guerra. E
tra le foto intrecciamo ricordi per nipoti che non avremo. M’hai detto che siamo diventati grandi grandi come gli oceani così grandi che si toccano e si dimenticano che si stanno toccando. Che per i tuoi occhi ero del colore dell’acqua. Quanti discorsi per scoprire che il vino non ha una forma. Che si adatta ad ogni contenitore. E poi abbiamo brindato e c’è qualcosa di erotico nelle tue parole quando le pronunci dall’alto. E sotto i sedili nascondi le canzonette degli 883, i sessant’enni di ieri e le loro utopie salgono i gradini della felicità e ci soffiano addosso il vento di Maggio. Le nostre danze fosforescenti. E per non vergognarti mi hai parlato del 25 aprile con le bandiere rosse e la vernice fresca sulle pareti della statale. E per farti ridere i miei progetti per la rigenerazione dei nerd. Degli intonaci delle case popolari e dell’inutilità dei colori. Ci pensi mai ai templi dei greci? Ci pensi mai che erano tutti colorati? Che siamo così eleganti quando passa l’inverno.

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Sui piedistalli accenni passi di danza

Camminiamo a ritmo di dub tra le righe bianche, le cicche di sigaretta e ci manca il respiro quando ci guardiamo negli occhi. Le soglie delle nostre case a prendere polvere, i peli di barba nel lavandino e le tue gambe bianche tra le fotografie. E sui piedistalli accenni passi di danza. Sfogliamo i computer per leggere sempre la stessa pagina. Quando facevamo la guerra coi cuscini, ci rubavamo le figurine. Roberto Baggio nascosto nel portafoglio e la formazione ad alta voce tra le ringhiere, le radioline e l’odore della benzina nei parchi delle periferie dei nostri sguardi. I nostri cani sempre più piccoli i bilocali e gli affitti irraggiungibili. Abbiamo piantato il basilico e tu mi hai detto che è già secco che dovrei comprarmi un bagnoschiuma idratante per ammorbidirmi un po’. Mentre attraversiamo le strade dei cinema d’elite, ci riposiamo coi Pirati, le mondine dei nostri cuori sporchi che non c’è il mare al nord, non c’è la nebbia. I manifesti elettorali per le gare d’alzata di mano delle scuole medie. Quando tornavo a casa, la tavola apparecchiata e l’odore della tovaglia che tutto era disposto per la vita.

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Che sei partita per il sud

In casa mia non c’è nulla di tuo. Che sei partita per il sud. E ti hanno vista planare sul mare tra le bottiglie di plastica e le macchie dei nostri intestini. E non è ancora estate. La primavera avanza e lo smog ci dipinge la faccia. Che siamo indiani in scooter e per vederci brillare aspettiamo la notte le tue luci al fosforo per dimenticarci. Quelle parole a scatti nei vinili delle nostre voci scadute che non ci sono i giradischi e non ti sento e dove sei e cosa fai quanto mi dai. Che sei guarita e forse non lo sai. E sui mappamondi abbiamo tracciato le vie dei nostri desideri con la matita rossa. E Berlino è sempre più lontana. Che forse dovremmo soltanto affogarci la lingua in bocca e sederci sulle panchine di piazza Vetra e dietro agli alberi a scopare. Per gonfiare le ruote delle nostre bici rubate e parlare del cielo bianco di Milano e i papaveri tra le rotaie per deragliare in ritardi. E per rincorrerti comprerò le scarpe nuove e uscirò in pigiama per avvertire la notte.

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Aggrappati alle pupille ci facciamo buchi per eccitarci

Aggrappati alle pupille ci facciamo dei buchi per eccitarci. Nei cessi improvvisati dei parchi, sotto ai cavalcavia delle autostrade i fiumi da risalire tra le tue cosce bianche. Ci stordiamo con gli ultrasuoni e ululiamo tra lenzuola usate. E tu che urli sparami ora, sparami ancora. I giornali da sfogliare per impacchettare i nostri ieri. I traslochi dei nostri umori e le telefonate inconcludenti. Portami al mare a ballare a scopare. Che ti chiamavano l’elefante. In luglio lo sai arrivano le svedesi coi capezzoli che sfondano i soffitti. E la mia passione per l’italiano. Dovremmo buttarci nel cesso con le nostre parole tirare l’aria a furia di risate. I parchi chiudono tardi in estate. I cinema rilassano e i teatri invecchiano e per sentirmi più grande ho bevuto del whisky che ti ho vomitato addosso i miei sogni. Terra mia.

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Così vicini come i c’era e gli una volta

E come i disperati la notte alle fermate degli autobus ci siamo scambiati parole come abbracci. E ci dimentichiamo i saluti tra i tuoi sandali aperti. Muoviamo le mani nel buio del cinema per dirci e tu chi sei che non ti vedo. Con queste storie finite male partite bene chissà da dove chissà perché che a noi ci annoiano i felici e contenti. E i fiocchi azzurri fuori dai palazzi la nebbia di Milano è finita nei polmoni invisibile come la Bat caverna che tossiamo la notte quando qualcuno ci guarda da fuori. In venti metri l’odore lisergico delle lontananze. Così vicini come i c’era e gli una volta. Quando non ci sei i tuoi treni a ventimila leghe sotto il centro dell’Italia nostra. Le conversazioni venute male. Le mie parole con la falsa partenza e tutti quegli errori nella preparazione fisica. Le maratone perse a rincorrere i pensieri del come sarebbe stato e mi hanno messo il coperchio al fiato che sono la candela che si consuma all’uscita delle tue vasche. E te ne vai con un altro elenco che ancora non è il mio turno che io prenderò il prossimo treno.

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I nostri Iphone per farci il check up

E tra i tombini di via Tortona le nostre maschere in lattice per non andare in profondità. A cercarci il cuore nei nostri letti sfatti coi cellulari sempre accesi. E tra le cosce stringiamo i cuscini per sentirci amati. I nostri Iphone per farci il check up. Il check in per viaggi in terra straniera. I parchi chiudono troppo presto. Le fontane per lavarci le ascelle quando arriva la notte, il silenzio dei senzatetto e l’invidia per le loro mattinate assolate e gli ululati nelle notti di luna piena. Ci pettiniamo le schiene ai semafori e passiamo col rosso per sfidare i taxisti. E per stare soli la notte diventiamo folla. A San Lorenzo una volta arrivavano i cavalli. E ci sistemiamo i capelli negli specchietti retrovisori per non guardarci dietro mai. Piazza del Duomo di notte è deserto quando ci scambiavamo le doppie sotto le lacrime della Madonnina. Per i navigli che hanno ancora sete.

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Per tirarci le para

Per tirarci le para e avvistare i futuri migliori nei fondi del vino. Quando rubavi il pane al tavolo di fianco. Che noi avevamo fame, ingoiavamo la vita che gli altri brindavano a piccoli sorsi.

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In metropolitana con gli sconosciuti improvvisiamo valzer per evitarci

Lasciamo i letti sfatti per tornare più tardi. Quando i tribunali si riempiranno. Colonne d’auto lungo le autostrade. In metropolitana con gli sconosciuti improvvisiamo di valzer per evitarci. I nostri intestini sono ancora sotto controllo. Aspettiamo il venerdì per abbatterci, per i buoni propositi del lunedì. Le diete e il salmì. Con questi silenzi che vengono a prenderci a botte e ci svegliamo al mattino con la faccia gonfia. I nostri denti deboli e la cortesia con le bacchette giapponesi. Per morderci attendiamo la notte come i lupi mannari. E non mi dire che farai e non mi dire che penserai. Hanno impacchettato i nostri futuri nel cellophane così che possiamo vederli da fuori e non toccarli mai. Con la paura delle infezioni. I tarli che ci divorano le narici. E respiriamo l’estate, aspettiamo il filmfestival, il fuorisalone. Le nostre centrali nucleari in ebollizione. Quando avevi paura di sfiorarmi le dita e mi sono messo in un angolo che da lontano ti vedo meglio, che da lontano tutto è più chiaro. Coi semafori verdi, le vespe nuove, e questo cielo blu di lavatrice. Ci sono speranze per i giorni a venire.

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Il tuo tavolo apparecchiato per la felicità

L’allegria nei risvolti dei miei jeans indistruttibili. Le scarpe colorate e le leggende alle casse dei supermercati. I nostri palati fini e la birra a un euro. Gli spettacoli brutti di quando non ci capiamo, quei particolari che non dimentichi, come quella sera che siamo usciti senza ombrello e poi non è piovuto e abbiamo affondato le dita nella cioccolata. Gli arcobaleni nelle pozzanghere. La benzina verde e i gasdotti Ceceni. I giornali stesi sul pavimento e le cartine Riza gettate là, Iran Costa d’Avorio Libia e Sudan, è primavera e sulle pareti schizziamo i nostri desideri informi. Mi hai portato sulla luna una notte, i cavalli alati per riprendermi il senno. La terra piccola laggiù in preda alle pazzie dei neon. Il tuo tavolo era apparecchiato per la felicità, ma io non ero pronto e mi sono ubriacato. Questi tempi che non si incontrano mai, il quattro quarti e i bonsai. Come quella notte che giocavamo a guardarci e ti sei dimenticata gli occhi sul mio letto. E la mattina la polvere mi ha ricoperto e tu sei tornata e hai soffiato forte. Tra le nuvole poi siamo tornati a ballare. E ci siamo finiti il sacchetto giallo degli M&M’s poi io ci ho soffiato dentro e tu ci sei saltata sopra e siamo scoppiati a ridere per la prima volta e anche i miei jeans si sono rilassati.

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Poi siamo diventati grandi

Quando finivi per essere come ti desideravano. Le stesse smorfie, le labbra in fuori, il rock and roll, la birra bionda, il jack e cola, il Montenegro e le corse in bici il sabato pomeriggio. L’aperitivo per salutarsi e i compleanni mai scaduti. E tu che volevi scappare ma non sapevi da cosa non sapevi da chi. La gabbia della provincia, gli amici d’infanzia. I messaggi d’arrivederci e le cartoline dei porti, i tuoi problemi con l’acqua per non prendere il largo. L’odore del mare, riverniciare le pareti della tua stanza e far volare gli aquiloni in fiat uno. La solitudine insopportabile delle rinunce. Quando mi hai detto mi sposo e io ti ho detto lo sapevo. Che quelli come me si accorgono e rimangono soli a guardare da fuori come i reporter di guerra. Immobili e tormentati. Sulle spiagge degli anni ’90 i nostri ragionamenti sono missili Tomahwk, quando mi chiedevi di raccogliere stelle per le tue collane. Poi siamo diventati grandi e abbiamo cominciato a sparare.

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