Archivi categoria: indie italiano

Sui piedistalli accenni passi di danza

Camminiamo a ritmo di dub tra le righe bianche, le cicche di sigaretta e ci manca il respiro quando ci guardiamo negli occhi. Le soglie delle nostre case a prendere polvere, i peli di barba nel lavandino e le tue gambe bianche tra le fotografie. E sui piedistalli accenni passi di danza. Sfogliamo i computer per leggere sempre la stessa pagina. Quando facevamo la guerra coi cuscini, ci rubavamo le figurine. Roberto Baggio nascosto nel portafoglio e la formazione ad alta voce tra le ringhiere, le radioline e l’odore della benzina nei parchi delle periferie dei nostri sguardi. I nostri cani sempre più piccoli i bilocali e gli affitti irraggiungibili. Abbiamo piantato il basilico e tu mi hai detto che è già secco che dovrei comprarmi un bagnoschiuma idratante per ammorbidirmi un po’. Mentre attraversiamo le strade dei cinema d’elite, ci riposiamo coi Pirati, le mondine dei nostri cuori sporchi che non c’è il mare al nord, non c’è la nebbia. I manifesti elettorali per le gare d’alzata di mano delle scuole medie. Quando tornavo a casa, la tavola apparecchiata e l’odore della tovaglia che tutto era disposto per la vita.

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Che sei partita per il sud

In casa mia non c’è nulla di tuo. Che sei partita per il sud. E ti hanno vista planare sul mare tra le bottiglie di plastica e le macchie dei nostri intestini. E non è ancora estate. La primavera avanza e lo smog ci dipinge la faccia. Che siamo indiani in scooter e per vederci brillare aspettiamo la notte le tue luci al fosforo per dimenticarci. Quelle parole a scatti nei vinili delle nostre voci scadute che non ci sono i giradischi e non ti sento e dove sei e cosa fai quanto mi dai. Che sei guarita e forse non lo sai. E sui mappamondi abbiamo tracciato le vie dei nostri desideri con la matita rossa. E Berlino è sempre più lontana. Che forse dovremmo soltanto affogarci la lingua in bocca e sederci sulle panchine di piazza Vetra e dietro agli alberi a scopare. Per gonfiare le ruote delle nostre bici rubate e parlare del cielo bianco di Milano e i papaveri tra le rotaie per deragliare in ritardi. E per rincorrerti comprerò le scarpe nuove e uscirò in pigiama per avvertire la notte.

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I nostri Iphone per farci il check up

E tra i tombini di via Tortona le nostre maschere in lattice per non andare in profondità. A cercarci il cuore nei nostri letti sfatti coi cellulari sempre accesi. E tra le cosce stringiamo i cuscini per sentirci amati. I nostri Iphone per farci il check up. Il check in per viaggi in terra straniera. I parchi chiudono troppo presto. Le fontane per lavarci le ascelle quando arriva la notte, il silenzio dei senzatetto e l’invidia per le loro mattinate assolate e gli ululati nelle notti di luna piena. Ci pettiniamo le schiene ai semafori e passiamo col rosso per sfidare i taxisti. E per stare soli la notte diventiamo folla. A San Lorenzo una volta arrivavano i cavalli. E ci sistemiamo i capelli negli specchietti retrovisori per non guardarci dietro mai. Piazza del Duomo di notte è deserto quando ci scambiavamo le doppie sotto le lacrime della Madonnina. Per i navigli che hanno ancora sete.

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Per tirarci le para

Per tirarci le para e avvistare i futuri migliori nei fondi del vino. Quando rubavi il pane al tavolo di fianco. Che noi avevamo fame, ingoiavamo la vita che gli altri brindavano a piccoli sorsi.

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In metropolitana con gli sconosciuti improvvisiamo valzer per evitarci

Lasciamo i letti sfatti per tornare più tardi. Quando i tribunali si riempiranno. Colonne d’auto lungo le autostrade. In metropolitana con gli sconosciuti improvvisiamo di valzer per evitarci. I nostri intestini sono ancora sotto controllo. Aspettiamo il venerdì per abbatterci, per i buoni propositi del lunedì. Le diete e il salmì. Con questi silenzi che vengono a prenderci a botte e ci svegliamo al mattino con la faccia gonfia. I nostri denti deboli e la cortesia con le bacchette giapponesi. Per morderci attendiamo la notte come i lupi mannari. E non mi dire che farai e non mi dire che penserai. Hanno impacchettato i nostri futuri nel cellophane così che possiamo vederli da fuori e non toccarli mai. Con la paura delle infezioni. I tarli che ci divorano le narici. E respiriamo l’estate, aspettiamo il filmfestival, il fuorisalone. Le nostre centrali nucleari in ebollizione. Quando avevi paura di sfiorarmi le dita e mi sono messo in un angolo che da lontano ti vedo meglio, che da lontano tutto è più chiaro. Coi semafori verdi, le vespe nuove, e questo cielo blu di lavatrice. Ci sono speranze per i giorni a venire.

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Il tuo tavolo apparecchiato per la felicità

L’allegria nei risvolti dei miei jeans indistruttibili. Le scarpe colorate e le leggende alle casse dei supermercati. I nostri palati fini e la birra a un euro. Gli spettacoli brutti di quando non ci capiamo, quei particolari che non dimentichi, come quella sera che siamo usciti senza ombrello e poi non è piovuto e abbiamo affondato le dita nella cioccolata. Gli arcobaleni nelle pozzanghere. La benzina verde e i gasdotti Ceceni. I giornali stesi sul pavimento e le cartine Riza gettate là, Iran Costa d’Avorio Libia e Sudan, è primavera e sulle pareti schizziamo i nostri desideri informi. Mi hai portato sulla luna una notte, i cavalli alati per riprendermi il senno. La terra piccola laggiù in preda alle pazzie dei neon. Il tuo tavolo era apparecchiato per la felicità, ma io non ero pronto e mi sono ubriacato. Questi tempi che non si incontrano mai, il quattro quarti e i bonsai. Come quella notte che giocavamo a guardarci e ti sei dimenticata gli occhi sul mio letto. E la mattina la polvere mi ha ricoperto e tu sei tornata e hai soffiato forte. Tra le nuvole poi siamo tornati a ballare. E ci siamo finiti il sacchetto giallo degli M&M’s poi io ci ho soffiato dentro e tu ci sei saltata sopra e siamo scoppiati a ridere per la prima volta e anche i miei jeans si sono rilassati.

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Poi siamo diventati grandi

Quando finivi per essere come ti desideravano. Le stesse smorfie, le labbra in fuori, il rock and roll, la birra bionda, il jack e cola, il Montenegro e le corse in bici il sabato pomeriggio. L’aperitivo per salutarsi e i compleanni mai scaduti. E tu che volevi scappare ma non sapevi da cosa non sapevi da chi. La gabbia della provincia, gli amici d’infanzia. I messaggi d’arrivederci e le cartoline dei porti, i tuoi problemi con l’acqua per non prendere il largo. L’odore del mare, riverniciare le pareti della tua stanza e far volare gli aquiloni in fiat uno. La solitudine insopportabile delle rinunce. Quando mi hai detto mi sposo e io ti ho detto lo sapevo. Che quelli come me si accorgono e rimangono soli a guardare da fuori come i reporter di guerra. Immobili e tormentati. Sulle spiagge degli anni ’90 i nostri ragionamenti sono missili Tomahwk, quando mi chiedevi di raccogliere stelle per le tue collane. Poi siamo diventati grandi e abbiamo cominciato a sparare.

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Con le giostre che se ne vanno (a primavera)

Le giostre che se ne vanno. Pablo del Sudamerica che smonta l’ultimo bullone e il ferro cede con le bestemmie in tutte le lingue del mondo. Queste vite che non si fermano mai Europa Africa o Hawaii. I piedi nudi delle turiste del nord Europa e i mozziconi di sigaretta a prendere il sole Paolina Bonaparte con la felpa degli Yankees. Gli orgasmi alti della fontana di piazza Castello e questi schizzi per la sveglia dei passanti. Le nostre madri e le bici coi seggiolini vuoti. I cellulari che si illuminano quando viene la sera e tu che non lanci i tuoi missili per illuminare le mie notti. La coca light e le diete per i tagliandi d’agosto coi tapis roulant occupati ci rincorriamo nei parchi. Le nostre pause studio e i computer bollenti con le solitudini dei tasti XY. Sei tornata e ho ricominciato a scrivere. Ho tagliato i capelli per non proteggermi più. La barba per non pensare. E per non sentirci soli gli amici in America e i fratelli di Spagna, gli analfabeti e i preti. Questi soffitti alti, i missionari del Nord Africa e gli aerei di carta. Quando legavo la bici ad un albero coi carabinieri a cavallo schierati per la foto di gruppo. I figli dei loro figli, il sangue sotto lo stivale, balla la Puglia balla con la caviglia che scrolla il piede sugli sbarchi dei mille. Tu e le tue sciarpe lunghe. Ci scopriremo la notte e porteremo le coperte sui tetti. Per sdraiarci e guardare il nero e i cieli fosforescenti, i temporali senza luna che se ti alzi in piedi e non ci arrivi, se allunghi le dita e non senti nulla sali su questa giostra che non si cade che non si paga che lo tocchi il cielo che tanto da sola non serve a niente.

Gli sguardi in metropolitana

Gli sguardi in metropolitana per gli orizzonti che ci siamo persi. Partono ancora gli aerei e nelle sale d’aspetto la gente abbronzata. I fanghi di Guam e queste creme per la nostra pelle scaduta. Che siamo come i serpenti inghiottiamo i giorni senza masticare e digeriamo le notti.

Questo cielo che scivola sull’asfalto. Le mie corse per non pensarti. I marosi rancorosi e le parole che si fermano in gola.

Nei cinema il film dei puffi e l’aumento dei biglietti. Le nostre corse per non perderci. Che se non vedi l’inizio non capisci la fine. 2001 odissea nello spazio e i viaggi verso il sole con gli occhiali neri. Le campagne antifumo e le cartine di sigarette per respirare in pace. Le mie parole a doccia e le tue bracciate per non affogare.

Suonerà prima o poi la campana, si illuminerà il display, e non sarà un’altra stupida promozione.

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Come i tramonti e le notti

Col che mare si alza per nasconderci. Pesci sulla luna e nel parcheggio una fiat cinquecento. Il gallo canta il mattino. Le nostre emozioni interrotte e gli ultimi freddi. Le mani screpolate con le bollette scadute. I nasi congelati per annusarci. Il profumo di colla delle tue unghie. Il lattice dei miei guanti per toccarti e non farti male. Che siamo come i tramonti e le notti. Ci confondiamo quando cala la luce.

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