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Diventeremo orizzonti

Mi sono scoperto a farti dei disegni. Non sono mai stato capace di dare contorni alle cose. Mi venivano bene il cielo e il mare perché non li puoi circondare e per i contorni basta tracciare una linea dritta come quando si muore mi hai detto. Che diventeremo orizzonti io e te. Mi scrivi frasi lunghe una riga e questo è tutto e io che mi lancio in ipotesi mistiche sul linguaggio dei segni. E non lo so perché proprio te. Era notte e correvo con la lingua infilzata tra i denti, il bosco buio delle mie voglie, le spalle lussate a furia di prendere dentro la corteccia degli alberi. Appeso ai rami di un acero c’è il mio cappello. Erano scese anche le nuvole per confondermi, respiravo la nebbia dei miei desideri il fascino poetico dell’irraggiungibile. Quando ho detto no alla banalità degli incontri rapaci e mi sono ritrovato solo: la vista incrinata dai parvenu della Milano dabbene, quei cocktail annacquati, la superficie del non pensato con le cannucce per andare in profondità, per non sporcarsi le mani. Con la coscienza appesa alla M della metropolitana di via Moscova facevo luce sul mio passato. Le macchie indelebili degli schizzi sulle lenzuola. Verranno le fate a salvarmi. Una chioma bionda, lo sguardo perso tra i sampietrini di corso Garibaldi. “Prendile la mano, prendile la mano.” Il sussurro dei lampioni a tingermi il viso di rosso. Salvami, fata d’oro, salvami. E ridono i tuoi amici elfi, si fanno beffe delle mie invadenze, rimbalzano sulla schiena per intimorirmi. Non ti è servito indicare e ho voltato lo sguardo. Se il giallo illumina il nero risplende. La chioma lunga a ripararle il viso, lo zigomo schietto, le labbra strette. Quali parole scegliere ora? Come ti chiami è togliere il velo. Che basta un nome ed io lo so e per questo ne invento sempre di nuovi, che il vero viene poi, nell’intimità degli occhi, nello spazio fatato del caso. La mezzanotte col rintocco dei clacson. Poi la tua fuga, le mie rincorse. Che non disegnavo allora, che siamo mare, che siamo cielo, che basta una riga e possiamo toccarci.

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Adulescens

Per non dar tregua alle labbra tra le coperte e il caffè incidevo ricordi sulle pareti appendendo col patafix le foto d’annata, gli amici di sempre e le montagne lombarde. Per le passeggiate nei boschi, i funghi mai trovati. Quando affilavo il coltello e facevo la punta ai bastoni per infilzare farfalle, i retini sterili e la prima bestemmia mi scappò allora la farfalla bianca. Addio purezza addio. Abbandonavo l’infanzia, le pareti intasate dai poster della Juve dei Vialli, Ravanelli e Zidane, gli apostrofi rosa del Giro d’Italia per quella volta del 1999 che avevano squalificato Pantani dopo la tappa di Madonna di Campiglio e anche noi vergini c’eravamo messi a piangere il volto tra la mani per la vergogna e quella birra in tre l’avevamo comprata per festeggiare ce la siamo scordata nel frigo, Fabio mi ha detto che se l’è bevuta suo padre che eravamo ancora piccoli per l’euforia. Erano gli anni della scuola superiore e allargavo le ossa del bacino per sostenere il peso dei chili in eccesso. Novantatre erano troppi per le mie ossa deboli, per il mio viso pulito e la barba che tardava a crescere. Che passavo i pomeriggi sdraiato sul divano provando combinazioni impossibili sui tasti colorati del telecomando a guardarmi le televendite quando i culi sodi non erano ancora in offerta. Con la masturbazione gratuita per i miei disequilibri temporali quando mi alzavo il mattino alle quattro per imparare la lezione. Per le interrogazioni stupide, la mia memoria che fa acqua da tutte le parti e i ragionamenti contorti. L’adolescenza un brulicare di spinte e quante botte dio quante botte che volevo amare, volevo scopare, volevo partire, volevo fumare, volevo arrivare, volevo morire. Col tappo infilzato la bocca tappata tenevo tutto dentro è per questo che sono ingrassato è per questo che poi sono esploso i miei brandelli tra le chat di C6. Quando mamma voleva mettere il lucchetto sul frigo che rubavo le caramelle e mi riempivo le tasche di patatine. E poi che fare? Scoppiare. Alzare i tacchi e andare. Hai mai provato a vestirti da donna? Mai.

 

 

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Prima o poi

Di quella volta che somigliavo a Garrel che non ho i suoi fianchi stretti il naso lungo per farti salire sui miei balconcini alla francese, fumarci l’ultima sigaretta nell’inquadratura della mia finestra. Come in quella foto di Ray Man saremmo albero e sole e non sarà un supereroe a prenderci in braccio per i voli rasoterra dei nostri mozziconi stanchi. E consumiamo la vita con la rotella dell’accendino che traccia solchi sui nostri pollici opponibili. Le nostre impronte digitali perché qualcosa sta cambiando mi hai detto con le stagioni che si confondono le piazze in fiamme le camionette come tanti trenini elettrici e piff puff paff coi sassi dei nostri incidenti le vernici rosse pop e per le nostre provincie i tubi colorati del Boburg. Che giocavamo alle carte, i segni silenziosi per non comprenderci e non si è mai visto che un due di picche batta un cavallo. Il potente vince il potente diceva mio nonno il resto è contorno, il resto è di mazzo, per i processi sfiorati le morti scontate i mancati imbarazzi santi imbarazzi! Quando ci si insultava sei un pirla, due sberle, un rosso e questo era tutto. Poi sulle piazze con le panchine accoglienti, il vento freddo e quelle sciarpe di feltro a raccontarsi dei c’era una volta la laurea dei nipoti e quella volta. Come è raro il presente in vecchiaia, è ricordo e futuro per gli skateboard senza ruote di mr. McFly e il ballo liscio delle orchestrine come son bravi come son belli che se guardi da lontano ti sembra un film, le carrellate infinite di Tarkovskij per i nostri sogni ad occhi aperti. Ti hanno messo delle gocce tra le pupille che non ci vedi più. Per quello sguardo che mi è rimasto aggrappato alla sciarpa. Per la caccia al tesoro le librerie di Milano le commesse incompetenti leggerò a bocca aperta come si fa coi poeti. Guarderò a lungo come con i quadri 3D mille e mille contorni e poi più guardi più vedi più leggi più sai. Per gli orizzonti vicini, le linee oblique le colonne vertebrali dei palazzi e la tua schiena mentre ti allontani. Per la nostalgia dei lillà, le favole che dovremmo raccontarci più spesso che prima o poi si avverano i tuoi prima o poi, prima o poi.

Foto: Ray Man

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Amore salvami

Amore salvami sembra una canzone di Dente. In quella fase della nostra storia eravamo belli che eravamo entusiasti mi hai detto ma non lo sapevamo ho detto io lo sapevamo eccome hai detto tu. Che volevamo cambiare tutto e nei libri di Melville le citazioni: i luoghi veri non sono segnati su nessuna carta geografica. E non è poi così vero, sai? Che io me li ricordo; le carte d’identità i nomi e cognomi e le fotografie che ci siamo dimenticati di sviluppare. E non sapevamo dove stavamo andando e abbiamo circumnavigato le nostre ansie da prestazione l’Africa e poi il Sud America che cercavamo fortuna e trovavamo noi. Come quella sera che ho preferito il latte caldo alla birra e tu mi hai detto sei pazzo, ma eravamo a 4000 metri e bastano le altezze a darci alla testa. I viaggi interstellari sui bus notturni sulla strada che separa Milano e la Libia mettiamo gli occhi nel liquido delle lenti a contatto e al mattino cambiamo traguardi. E poi con te i silenzi non sono mai un problema ce lo siamo detti appena svegli sulle guance i segni di quella notte vissuta di sorsi la spogliarellista del nord Italia aveva rotto la bicicletta e l’avevamo portata in spalla il tragitto poetico del deserto con la luce della luna che non è mai abbastanza poi si è abbassata le mutandine ha detto guardate avanti e ha tirato fuori una torcia e sulla strada abbiamo proiettato i nostri contorni e sulle amache parlavamo del viaggio che senso ha se tu solo ti salvi? Amore salvami. Dovremmo menarlo di meno e schizzare vita di fuori e smettercela di tirarci per le magliette lise che poi si rompono. Se non ti piace il colore dei miei occhi non posso cambiarlo non è colpa mia. E poi su ebay ho ordinato due bacchette da rabdomante e un Tom Tom per perderci e poi tornare indietro e se chiudi gli occhi e ti fidi e se ci credi scaveremo fino in fondo le mani sporche e troveremo l’acqua e allora sì che mi permetterai di schizzarti in faccia vita e faremo docce all’aperto che nudi siamo più belli che siamo due e non siamo altro che questi.

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