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I film di Lucarelli non ci fanno paura

I film di Lucarelli non ci fanno paura. Ho trascorso la notte aggrappato alla bottiglia, la birra mi gonfia lo sai e il vino mi va tutto sui fianchi. Sull’orlo del bicchiere i segni delle mie labbra belle gli aloni fradici della mia immaginazione che l’attesa di un incontro non porta a nulla e hai voglia a picchiettare il tavolo fare a brandelli i tovaglioli ridicoli la carta velina per i nostri sguardi trasparenti. Noi che sappiamo guardarci le spalle e consumiamo gli occhi nei particolari che poi la notte grondano di congiuntivite con le tue lacrime il mio collirio il nostro liquido di contrasto vengono a galla i malanni gli aloni sfumati dei nostri cuscini sudati. Dovremmo lasciare tutto sul letto e chiuderci la porta alle spalle e sulla soglia urlare le canzoni di Mina oilì oilà e pisciare quando ne abbiamo voglia benzina sui muri bruciare così gli animali che siamo stati i baci donati i peli scarsi delle tue gambe depilate. Io non lo so cosa ci spinge a tirar fili sulla muraglia cinese a cercar l’equilibrio sfidare il vuoto per appoggiare le scarpe alla corda per stendere le mani aperte e un passo e un altro per non cadere per non guardare in basso concentrati come siamo su noi stessi e quando ci chiamano non rispondiamo ascoltiamo l’aria e se cambia il vento noi fermiamo il piede. E non ci sono gonfiabili per le cadute, non ci sono laghi per affrontare gli abissi, cadremo soltanto quando sarà il momento che sentiremo il richiamo dell’erba e affideremo i pesci rossi al vicino e dormiremo la notte e metteremo merende nelle cartelle dei nostri discendenti. E poi mi chiederai come è stato mi sveglierò sudato e prima o poi tu ci sarai per dirmi dormi che ancora c’è tempo che è tutto silenzio e incroceremo le dita per farci forza che se ti guardo dal basso mi vengono ancora le vertigini.

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I primi venti secondi dei film

Con la valigia pronta i tuffi inspiegabili sul mio letto grande. Quella modella bionda ci saltava a più non posso con le tettine acerbe che facevano su e giù e la polvere che si lanciava in nuvole che ci avvolgevano nebbie psichedeliche le luci al neon dei bar che non chiudono mai. Poi mi sono rimboccato le maniche e ho dormito due giorni in fila per aspettare di cambiare pelle come i serpenti e con la lingua a forca ho infilzato gli ieri per dirti che i ricordi dormono nelle scatole e prendono luce nelle foto che non abbiamo mai sviluppato. Ci vorrebbe un calo della corrente lo sai? Dovremmo produrre elettricità coi contatti e gli sfregamenti sia benedetto lo struscio del sabato sera e maledizioni ai computer agli incontri che iniziano dai titoli di coda. Se perdi i primi venti secondi del film il resto è buio e i tuoi ritardi non mi preoccupano che tanto sei impenetrabile come la prosa di Joyce, ma se ti prendo la mano devi alzare lo sguardo le spalle dritte e poi guardami negli occhi i primi secondi sono importanti i primi secondi sono importanti come 2001 Odissea nello spazio dal buio alla luce è tutto lì c’è tutto il film e allora ascoltiamo la pelle, inginocchiamoci davanti agli occhi che non serve tutto il tempo del mondo. Moriremo anche noi prima o poi e non avremo fatto in tempo a dirci ti chiamo a dirci ti amo. Tutta questa precarietà è vomito sulle pareti dei nostri padroni di casa che dovremmo sapere usare google translator e scriverla scriverla scriverla questa parola accentata per tradurla in libertà che la dinamica è tutto che chi si ferma è perduto. E ci tireremo addosso i sassi della provincia dei nostri trent’anni senza figli dei nostri viaggi intorno al mondo con la curiosità che non bussa ai negozi di scarpe ma beve dai libri per dirci che non siamo anormali che non abbiamo altra scelta che il piano inclinato ma sappiamo sciare prendiamo aria e respiriamo forte e congeliamo le nostre estremità noi che viviamo d’inverno togli quel guanto guarda la mano muovila piano alita lento mettila in tasca che dopo il ghiaccio diventa fuoco, poi tutto torna com’era una volta. Ieri.

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Frecce per annunciare le svolte

Poi prestami una scala che voglio toccare il soffitto cambiare le lampadine bruciate e fare luce su questa stanza che non sarà sempre giorno. Le altezze non mi spaventano più ti dicevo che ero tutta carne, che volevo raggiungere la bellezza perfetta e non ho mai trovato una donna che mi mettesse in difficoltà con le sue braccia deboli i suoi trucchi poveri, che s’addentrasse nei pozzi del mio ansimare nelle mie pause tra le respirazioni notturne e non parlo di sgambetti tra adolescenti, di porte blindate tra cosce bianche. Il mio cuore abituato alle tachicardie fatica a godersi l’ora chiara del dopotramonto. Dovremmo imparare a sederci io e te e far del silenzio un discorso. Le parole sono troppo importanti per farne cascate e lavarci i panni sporchi le macchie di vino sulle nostre coscienze. E il vuoto rivela i contorni lo sai come quella volta di prima mattina il tuo cappotto lungo il cappello giallo, che anche il Duomo si è sporto per guardarti la tua passerella con Vittorio Emanuele secondo a chiederti come stai dove vai. E poi non eri tu, ma avevo raccolto le briciole riempito i miei occhi per la colazione dei passeri e il loro voli a saltello. Coi frecciarossa che fanno ancora ritardo mi ha chiamato un amico passo da Roma per raggiungere il mare e non ti puoi immaginare quanto è bella. Non abbiamo parabole per descrivere meraviglie. E avrei voluto spedirgli quei bastoni a Y per la ricerca dell’acqua per trovare ristoro tra le tue guance e passare la notte avvolti nella tua lingua lunga. Gli incendi dei miei condomini, i piani alti dei miei farò tornerò i miei sguardi profondi per illuminare la notte. Il faro rotto del mio motorino e le frecce per annunciare le svolte. Ma ho dormito poco stanotte e mi perdono queste incoerenze. Pensa di meno suda di più. E non voltarti al primo rumore tanto lo sai che Milano è un cantiere come quando avevano messo i ponteggi sulle spalle del Duomo e li avevano coperti di foto per darci un’idea del rosa dei marmi. E poi una mattina non c’erano più.

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Come gli autunni sfioriamo di giorno

Col peperoncino che invecchia tra i denti le nostre ansie notturne i balconi per gettare i nostri vestiti usati l’arco disteso della tua schiena e i fili invisibili dell’alta tensione con le parole piccanti che ci tatuiamo addosso mentre i cinesi sputano ancora per terra. Noi che siamo esseri del sud, figli del Titicaca, mastichiamo foglie per tenerci svegli versiamo frustrazioni sul palmo delle nostre mani e ci mettiamo in ginocchio per donarle alla terra. Come gli autunni sfioriamo di giorno e per la notte conserviamo scheletri sotto le stelle. Le ragnatele dei nostri film interiori gli schermi accesi per gli sms e i flipper dei nostri condizionali per l’ansimare dei passanti e i semafori con la febbre gialla. Che dalle mensole ti cadono addosso i libri dei morti dei premi nobel che abbiamo appeso alle pareti per consolarci per dirci che abbiamo le conoscenze. Mi hanno detto che ha fatto tempesta che a Roma è sbarcata la Cornovaglia e ti scaldavi sfregandoti il tè verde addosso coi bisogni dei cani per farti prendere aria per i tuoi parchi giochi le medicine alternative dei miei pensieri di oggi che non mi guardo le scarpe e con gli sbuffi sistemo i capelli. Sono le undici che fai dormirai? Dovrei prendere la bicicletta e cercarti al lago che ti sarai tolta le scarpe e sarai bianca come la via lattea che splendi solo col buio e per l’inquinamento luminoso i grattacieli le antenne periferiche delle tivù Milano è troppo piccola per tutti e due. Faremo come i satelliti destinati alla ricerca scivoleremo tra i corpi celesti le nostre orbite circolari per la necessità della specie per i bisogni fisiologici dei fratelli come i meridiani che non si toccano mai noi senza accorgercene saremo costellazioni. E ci daranno finalmente un nome e brilleremo per sempre che dalla terra tutto è una stella che dalla terra tutto è una stella.

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Che prendi freddo se non ti copri mai

Il giapponese. Il pesce crudo dei nostri mari e la memoria dei pesci rossi. Tre secondi di impura follia quando ti ho scritto sei donna e poi ci ho aggiunto la meraviglia. Tra le nostre vite sciape l’acqua di mare coi lividi dei nostri passati inenarrabili le ferite aperte che ancora bruciano che siamo pire per le cassette della frutta. E tra gli oceani il petrolio dei tuoi occhi le fragole rosse di quando sono annegato col giubbotto di salvataggio e ventimila ore sotto sale per la maturità per il sapore dei nostri okkey e sulle tue dita cascate di lamponi e sul tuo seno il bianco latte di queste albe i colpi di clacson dei primi taxi. Le nostre colazioni a distanza le tue calze magre. E io che ancora ti osservo dalle finestre le luci al neon i cristalli liquidi non sporgerti no chiudi gli occhi questi chilometri che ci confondono che non lo vedi che non lo sai che prendi freddo se non ti copri mai.

Immagine. Antonio Malavenda, Uomo in barattolo, 2005.

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Another brick on your wall

Questi deserti dopo che ci siamo fatti tempesta. Che sapevamo di sale di rondini e primavere con le piogge tra le tue gambe e i nostri occhi lucidi per scivolarci addosso. Sui raggi del sole appendiamo lenzuola pulite e per gli appuntamenti lasciamo i fiori ai prati le scarpe bucate e i pensieri di oggi la colonna sonora per i nostri incontri alla rovescia. Che eravamo solo fumetti le nuvole basse delle nostre parole i nostri wow bau mao e poi copriti un poco che prendo freddo. I cuoricini sulle tue mensole che per la proprietà privata pisciamo dai ponti another brick on your wall e questi carillon con le cariche brevi che potevamo danzare la notte e hai preferito il silenzio. E sulle tue fotografie i baffi e la barba per allontanarti. Per questa camera sola che s’è smarrita il tempo d’un pomeriggio chiamiamo i pompieri i cimiteri il pronto soccorso dei nostri passati prossimi e le labbra rosse delle teenager i baci sulle tombe per gli amori impossibili. E quel cuscino tra le mie cosce per addormentarmi, per la morbidezza dei tuoi abbracci mancati dei tuoi occhiali griffati. Tutta questa idiozia chiamata curiosità che vorrei l’inverno il tuo maglione bianco a collo alto per arrampicarmi sulle montagne e leggere leggere leggere di quando eravamo giovani di quando eravamo sciocchi e rinunciavamo al piacere per la decenza la raccolta differenziata delle nostre emozioni. E invece siamo qui questa città proiettata sulla schiena dei palazzi le discoteche zuppe i teatri vuoti dei computer portatili i nostri viaggi nella terza dimensione e per rimboccarci le guance le sveglie giocattolo le nostre coscienze supine lo scotch di carta per gli appelli della mattina. E il traffico fragile dei pendolari le astronavi galattiche per farci guardare e poi vai a lavorare. E poi vai a lavorare.

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Non mi correggere la punteggiatura

I cazzi miei e i tuoi problemi con le nuove tecnologie. Quegli antivirus a noleggio gratuito il countdown i trenta giorni prima della fine del mese con le auto blu parcheggiate sui marciapiedi le merde dei cani e le mie scarpe coi buchi. I sette giorni della settimana le mie fatiche di Ercole. Ti seguo da lontano come quegli attori irraggiungibili degli anni novanta i vostri Leonardo Di Caprio in posa sulle pareti, le mutande fucsia di Robbie Williams i nostri onanismi collettivi sull’adolescenza quando bastavano le televendite della mattina le nausee finte per tagliare la testa alla scuola. Lo sai che gli astronauti non si guardano negli occhi? Tra le tue dune levigate la pioggia d’estate l’acqua di mare per disinfettarci. E non mi mancano sai le barche, la Senna, Parigi, i ponti a Venezia, Genova, i vicoli, il sesso dei prati e i pic nic delle turiste del nord. Le tour eiffel e i grattacieli i giochi adulti del Lego, le celebrazioni per la fine dei millenni. I nostri silenzi hanno bisogno di pause di lai. E tra i piatti da lavare ho lasciato anche gli occhi quando per cancellare una lontananza basta una canzone, per quando tornerai per i tuoi ascoltiamola insieme ascoltiamola ora. Che “Oggi non è un gran giorno il domani arriverà” lui tornerà e i millepiedi lo sai non ascoltano musica e salgono uno sull’altro per coprirsi di passi e annullare ogni distanza. E non mi correggere la punteggiatura.

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Signorina lingua lunga coraggio è tardi

Signorina lingua lunga coraggio è tardi. Togliamo la parigina alle scarpe e prendiamo in ostaggio le gelaterie coi piedi nudi per proteggerci dall’afa di luglio. Le mie librerie in legno per tutte le cose che non sai, i miei dischi strafatti di pennarelli e l’originalità di Berlino musica per le tue orecchie. Finnegans Wake e quella lingua ruvida che non sappiamo leggere tra le righe. Le veglie, le due del mattino parcheggiati sui marciapiedi a salutare le turiste con gli abiti tutti neri i tacchi storti. E tra nuvole di moscerini improvvisiamo danze della pioggia per liberarci dall’ansia da prestazione. Quando sotto il balcone di casa tua scrivo le ultime righe di una storia mai cominciata. Ti divertirai anche tu alla veglia. Ci stringeremo le mani per un nuovo piacere, per tornare a guardarci negli occhi come al tempo dei primi brindisi. E aspetteremo che faccia giorno seduti sul letto senza toccarci senza provarci soltanto ascoltarci e poi mi dici che è difficile che siamo fatti di carne come gli hamburgher e diamo il meglio di noi a fuoco lento. Come in quella scena di Radiofreccia con le auto esplose, le gambe incrociate e i prati neri. Quel vuoto che ci fa guardare fuori perché non sappiamo più che fine abbiamo fatto noi che ci iniettiamo la vita con la curiosità degli incontri. Che ci battiamo sul petto il “ce l’hai” delle scuole elementari le nostre nuove vie di fuga: ce l’hai, ce l’hai, ce l’hai anche tu questa malattia. Questa rincorsa agli applausi che sul palcoscenico non ti riconosco.

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Beviamo solo birra chiara

Ci stanno marcendo le pozzanghere addosso e tu non te ne sei neanche accorta. Ho rottamato le mie Camper nella pattumiera le cipolle andate a male questi imbarazzi tropicali. Dai sacchi neri spuntano vuoti a rendere. Nascondiamo tutto negli armadi, negli stipetti delle cucine le polveri sottili ci prendono le impronte digitali. La polizia non ci sta più alle costole a noi che abbiamo smesso di fumare che per non fare tardi beviamo solo birra chiara. Il mio romanzo è quasi finito, questo quasi me lo sono tatuato addosso ormai. Erano anni che desideravo un tatuaggio e lo portavo già dietro la schiena. E per i piercing aspetterò che sia tu a bucarmi la lingua. Le lacrime di Milano per ricordare Testori, i centocinquant’anni di storia con la bandiera bianca e i negozi del centro che non vendono più la pantera rosa, i puffi che sono diventati un film e i barbapapà si comprano in edicola. Mi sono anche stufato di dipingere astratti con le parole. Questi grafemi che non raccontano che memorie per quando saremo vecchi e sogneremo di gettarci col parapendio. Quando sulle bmx impennavamo di giorno e contro al sole bastava il cappello. Le nostre felpe facevano i pali alle porte e rubavamo l’uva al vicino. Quella più verde, quella più dolce e ci tappavamo il naso quando arrivavano le coppiette difendevamo la lingua dall’altro sesso che ci faceva anche schifo bere dallo stesso bicchiere. Femminucce direte voi che siete diventate grandi in fretta e sapete cos’è una convivenza. Cresceremo anche noi, lo sai, si vede dalle tibie. Diamo pagelle alle vostre forme aperte. Voi che avete dato un nome ai vostri figli. Voi che sapete dar tregua alle labbra. Noi che giochiamo al calcetto. Noi che abbiamo scelto il quasi quando potevamo tatuarci il tutto.

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Per quando mi hai detto che siamo come i mappamondi

E chiuderei la bocca all’ippopotamo, ai tuoi giochi di bimba. Perché anche le altalene fermino il dondolio il nostro culo per terra di quando il frigo era sempre vuoto, le bollette all’inizio del mese, i saldi, le spese. Che sembri felice che sembri contenta come nelle favole che non ti racconto. Il vento ci tira i capelli per tutte le volte che non ti ho presa da dietro che non ti ho fatto cucù sono io questa sei tu. Ti dicono partirai le lacrime i guai. Gli sms scritti con le Bic cancellabili che sarebbe meglio svuotargli l’anima e soffiarci molliche di pane, colpirci le palpebre e lasciare il segno dei nostri passaggi. La camera degli specchi dell’oggi e tu che non ti riconosci che esci sempre deformata. Hanno tirato a dadi sulle nostre coscienze e si sono divisi le preferenze. E tracci le rotte per il nord est, per lasciarti indietro le terre desolate, questi rapporti da Indovina chi giochi MB. I salti della catena, le nostre biciclette proiettate su viale Monza. Quando prenderei un treno ogni mattina soltanto per vederti come i raccoglitori dei pomodori a sollevare le tue labbra e conservarle per l’inverno. Per quando fa freddo. Per le spalline delle tue canottiere. Per i tuoi cappelli corti. Per quando mi hai detto che siamo come i mappamondi, giriamo in tondo e ci puntiamo addosso il dito.

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