Per tirarci le para

Per tirarci le para e avvistare i futuri migliori nei fondi del vino. Quando rubavi il pane al tavolo di fianco. Che noi avevamo fame, ingoiavamo la vita che gli altri brindavano a piccoli sorsi.

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In metropolitana con gli sconosciuti improvvisiamo valzer per evitarci

Lasciamo i letti sfatti per tornare più tardi. Quando i tribunali si riempiranno. Colonne d’auto lungo le autostrade. In metropolitana con gli sconosciuti improvvisiamo di valzer per evitarci. I nostri intestini sono ancora sotto controllo. Aspettiamo il venerdì per abbatterci, per i buoni propositi del lunedì. Le diete e il salmì. Con questi silenzi che vengono a prenderci a botte e ci svegliamo al mattino con la faccia gonfia. I nostri denti deboli e la cortesia con le bacchette giapponesi. Per morderci attendiamo la notte come i lupi mannari. E non mi dire che farai e non mi dire che penserai. Hanno impacchettato i nostri futuri nel cellophane così che possiamo vederli da fuori e non toccarli mai. Con la paura delle infezioni. I tarli che ci divorano le narici. E respiriamo l’estate, aspettiamo il filmfestival, il fuorisalone. Le nostre centrali nucleari in ebollizione. Quando avevi paura di sfiorarmi le dita e mi sono messo in un angolo che da lontano ti vedo meglio, che da lontano tutto è più chiaro. Coi semafori verdi, le vespe nuove, e questo cielo blu di lavatrice. Ci sono speranze per i giorni a venire.

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Il tuo tavolo apparecchiato per la felicità

L’allegria nei risvolti dei miei jeans indistruttibili. Le scarpe colorate e le leggende alle casse dei supermercati. I nostri palati fini e la birra a un euro. Gli spettacoli brutti di quando non ci capiamo, quei particolari che non dimentichi, come quella sera che siamo usciti senza ombrello e poi non è piovuto e abbiamo affondato le dita nella cioccolata. Gli arcobaleni nelle pozzanghere. La benzina verde e i gasdotti Ceceni. I giornali stesi sul pavimento e le cartine Riza gettate là, Iran Costa d’Avorio Libia e Sudan, è primavera e sulle pareti schizziamo i nostri desideri informi. Mi hai portato sulla luna una notte, i cavalli alati per riprendermi il senno. La terra piccola laggiù in preda alle pazzie dei neon. Il tuo tavolo era apparecchiato per la felicità, ma io non ero pronto e mi sono ubriacato. Questi tempi che non si incontrano mai, il quattro quarti e i bonsai. Come quella notte che giocavamo a guardarci e ti sei dimenticata gli occhi sul mio letto. E la mattina la polvere mi ha ricoperto e tu sei tornata e hai soffiato forte. Tra le nuvole poi siamo tornati a ballare. E ci siamo finiti il sacchetto giallo degli M&M’s poi io ci ho soffiato dentro e tu ci sei saltata sopra e siamo scoppiati a ridere per la prima volta e anche i miei jeans si sono rilassati.

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Poi siamo diventati grandi

Quando finivi per essere come ti desideravano. Le stesse smorfie, le labbra in fuori, il rock and roll, la birra bionda, il jack e cola, il Montenegro e le corse in bici il sabato pomeriggio. L’aperitivo per salutarsi e i compleanni mai scaduti. E tu che volevi scappare ma non sapevi da cosa non sapevi da chi. La gabbia della provincia, gli amici d’infanzia. I messaggi d’arrivederci e le cartoline dei porti, i tuoi problemi con l’acqua per non prendere il largo. L’odore del mare, riverniciare le pareti della tua stanza e far volare gli aquiloni in fiat uno. La solitudine insopportabile delle rinunce. Quando mi hai detto mi sposo e io ti ho detto lo sapevo. Che quelli come me si accorgono e rimangono soli a guardare da fuori come i reporter di guerra. Immobili e tormentati. Sulle spiagge degli anni ’90 i nostri ragionamenti sono missili Tomahwk, quando mi chiedevi di raccogliere stelle per le tue collane. Poi siamo diventati grandi e abbiamo cominciato a sparare.

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Con le giostre che se ne vanno (a primavera)

Le giostre che se ne vanno. Pablo del Sudamerica che smonta l’ultimo bullone e il ferro cede con le bestemmie in tutte le lingue del mondo. Queste vite che non si fermano mai Europa Africa o Hawaii. I piedi nudi delle turiste del nord Europa e i mozziconi di sigaretta a prendere il sole Paolina Bonaparte con la felpa degli Yankees. Gli orgasmi alti della fontana di piazza Castello e questi schizzi per la sveglia dei passanti. Le nostre madri e le bici coi seggiolini vuoti. I cellulari che si illuminano quando viene la sera e tu che non lanci i tuoi missili per illuminare le mie notti. La coca light e le diete per i tagliandi d’agosto coi tapis roulant occupati ci rincorriamo nei parchi. Le nostre pause studio e i computer bollenti con le solitudini dei tasti XY. Sei tornata e ho ricominciato a scrivere. Ho tagliato i capelli per non proteggermi più. La barba per non pensare. E per non sentirci soli gli amici in America e i fratelli di Spagna, gli analfabeti e i preti. Questi soffitti alti, i missionari del Nord Africa e gli aerei di carta. Quando legavo la bici ad un albero coi carabinieri a cavallo schierati per la foto di gruppo. I figli dei loro figli, il sangue sotto lo stivale, balla la Puglia balla con la caviglia che scrolla il piede sugli sbarchi dei mille. Tu e le tue sciarpe lunghe. Ci scopriremo la notte e porteremo le coperte sui tetti. Per sdraiarci e guardare il nero e i cieli fosforescenti, i temporali senza luna che se ti alzi in piedi e non ci arrivi, se allunghi le dita e non senti nulla sali su questa giostra che non si cade che non si paga che lo tocchi il cielo che tanto da sola non serve a niente.

Gli sguardi in metropolitana

Gli sguardi in metropolitana per gli orizzonti che ci siamo persi. Partono ancora gli aerei e nelle sale d’aspetto la gente abbronzata. I fanghi di Guam e queste creme per la nostra pelle scaduta. Che siamo come i serpenti inghiottiamo i giorni senza masticare e digeriamo le notti.

Questo cielo che scivola sull’asfalto. Le mie corse per non pensarti. I marosi rancorosi e le parole che si fermano in gola.

Nei cinema il film dei puffi e l’aumento dei biglietti. Le nostre corse per non perderci. Che se non vedi l’inizio non capisci la fine. 2001 odissea nello spazio e i viaggi verso il sole con gli occhiali neri. Le campagne antifumo e le cartine di sigarette per respirare in pace. Le mie parole a doccia e le tue bracciate per non affogare.

Suonerà prima o poi la campana, si illuminerà il display, e non sarà un’altra stupida promozione.

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Come i tramonti e le notti

Col che mare si alza per nasconderci. Pesci sulla luna e nel parcheggio una fiat cinquecento. Il gallo canta il mattino. Le nostre emozioni interrotte e gli ultimi freddi. Le mani screpolate con le bollette scadute. I nasi congelati per annusarci. Il profumo di colla delle tue unghie. Il lattice dei miei guanti per toccarti e non farti male. Che siamo come i tramonti e le notti. Ci confondiamo quando cala la luce.

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I cantautori fragili che ci piovono addosso

A raschiare la vernice sul fondo dalle latte scadute. Le nostre cosce così diverse. L’odore di smalto delle tue unghie e i tramonti fosforescenti tra i pali della luce. Le piante morte rifugio dei mozziconi di sigaretta. Disegniamo Milano sulle cler dei negozi in affitto. Le nostre poesie appese nei chiostri della statale. Le minigonne in plexiglass. Gli scambi di coppia nei balli di gruppo. Scritte nere su un foglio bianco e una firma importante così chiudono le nostre case.  139 motivi per non chiamarti. Rimani a letto che non è successo nulla. Rimani seduto che ci si alza è perduto. Se non ora quando le scie degli aerei si consumano in fretta. Lo spazio blu. Balleremo con le autoradio e nei campi nomadi suonano ancora i violini e si fa tardi e si accendono fuochi. Lo zing zang dei nostri corpi e questo soffitto troppo basso. I cantautori fragili che ci piovono addosso. E per raccontarci le storie mescoliamo Campari e Gin. Che tanto verranno a salvarci i karaoke cinesi.

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Suona un’armonica suona Tom Waits

Era solo un mattino coi panni stesi quando fuori piove. Quando ti ho invitato al ballo come negli anni trenta. Suona un’armonica suona Tom Waits. Mi sono messo le bretelle per tenermi su il morale coi satelliti che ci girano intorno e questo sole che non ci fa dormire. Apriamo le finestre per far prendere aria di casa a questa città di ferro che anche il fuoco gli scivola addosso. I ponteggi instabili, i caschi gialli per proteggersi dal freddo e i traslochi in periferia. I nostri computer accesi per segnare il territorio e i piatti da lavare ad aspettarci nei lavandini. Quel chissà che mi accompagna come il respiro e i balconi per affacciarmi con le pantofole per sentirmi in vacanza. Quando sul ponte tibetano hai appeso una campana per accorgerti dei miei movimenti le orecchie fischiano le partenze dei treni. Nel cielo le scie dei tuoi pensieri vaghi, il dling dling in serie dei braccialetti che non indossi mai. Che vai al lavoro in calzamaglia neanche fossi Peter Pan. Coi cellulari a prenderci fuori dai tunnel. Suona un’armonica. Suona Tom Waits.

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C’era una volta

Solo le lavatrici riescono a mettersi nei nostri panni. Gli odori che confondiamo negli armadi. Le mie mattine buie e questi lampioni ancora accesi. Con i trans in Bmw e il tram che ferma sempre più in là. Coi ragazzi che fanno sega a scuola i pugni finti oltre il cortile e quelle limonate lunghe le lingue si seccano come i ghiacciai. Con le mani facciamo tende per ripararci dai gas che la pioggia pulisce l’aria e come i portieri dei condomini passiamo le giornate su scale che non portano a nulla. Sfonderemo le porte prima o poi la nostra rivoluzione d’ottobre sarà incontrarci per strada e non chiederci come va e guardarci coi binocoli per sembrare più grandi e sistemarci i capelli e rinunciare a correre per finire col c’era una volta. Che c’era una volta, tanto per cominciare.

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