Archivi categoria: Poesia

Magari i miei occhi giovani

C’erano sere in cui mi sedevo a scrivere, una candela accesa e poi la luce artificiale dello schermo. Nella tazzina del caffè la cenere di un sigaro. Un calice e una bottiglia di vino, sempre rosso io. Quelle sere scrivevo perché pensavo fosse più facile arrivare a te, o non pensarti. Poi alla fine eri dovunque.

Fino a quel giorno pensavo che affezionarsi è cosa da deboli, soprattutto affezionarsi alle idee, dicevo. Poi l’immaginazione ha fatto il resto. Mi sono aggrappato ai tuoi capelli fino a farli lunghissimi. Alle tue labbra ho sentito pronunciare parole meravigliose, tra queste ricordo precisamente i boh, poi giraffa, sedano o stasera, niente di particolare. Non hai mai detto adoro davanti a me, dici così spesso grazie che vorrei dirti di smetterla, poi ho sognato di essere il tuo cane per dormirti di fianco. Mi sto rammollendo.

C’erano i tempi da far saltare le molle ai divani, rompere le gambe dei letti, aspettare l’alba e salutare il giorno rincorrendo i mattinieri del running. Ora anche l’invadenza non mi appaga più, perché fermare la gente ai semafori quando la recita è sempre la stessa?

Passano gli autobus e costruiscono ascensori per le carrozzine. I nostri muri invecchiano. Ho già detto quello che dovevo dire, l’ho tirata anche lunga. Vorrei inventassero una parola precisa come un taglio, che fa male e fa anche bene, vorrei inventarla io, vorrei affidarla al tuo orecchio, gridarla, vorrei poi nasconderla perché nessuno la trovi più. Rimanesse dentro di te per anni, finché la puoi custodire. Magari la dirai a tua figlia, ma lei non capirà, magari quando rimarrai sola, o avrai paura – perché prima o poi avrai anche paura –, la ripeterai sottovoce, magari invece la dimenticherai. Credo di avertela detta, in qualche modo, prenderà forma, forse, o magari già ce l’ha. Magari ora ti ascolti e ti sorprendi, magari tra i colori e gli specchi, magari i miei occhi giovani.

Foto: © Nicoletta Branco.

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Come quando ti ho vista e ho fatto wow

Ho tagliato la barba e giorni e giorni senza dormire, chili persi, bicchieri vuoti e capelli lunghi.

Nulla qui sa di te, la finestra è sempre aperta, fa caldo tutto il giorno, anche la notte. Le porte a vetri, il pavimento a greche che ricorda i mosaici delle ville di Capri, non c’è il mare, i gabbiani sì e pure le palme, tutto si evoca e nulla si vive.

Certi profumi entrano nelle narici e poi scompaiono, chissà dove vanno. Mi dici che la primavera si respira, che la vita è bella, così bella che non c’è mai da star fermi. Chissà che significa, magari stare seduti in poltrona, il cane tra le gambe, un libro aperto, sottolineare una frase, immaginare un quadro e una partenza.

Decollano gli aerei e c’è sempre un bambino con lo sguardo all’insù, una troia col medio alzato e quelle borse firmate che non hanno nemmeno la tracolla. A musica spenta sembrano tutti più intelligenti, mi dici balla, lasciati andare e io rimango a guardarti.

Stretti nei vicoli a ricalcare cuori sui finestrini, la fila al bancone e lanciare la plastica nei cestini già zeppi, decidere dove andare e poi rimanere immobili. Che avete fatto ieri sera? Siamo stati là e poi là e poi siamo tornati a casa. E di cosa abbiamo parlato non ce lo chiedono mai, perché non c’è niente da chiedere e nulla che valga la pena raccontare. Per il dialogo c’è il caffè, la notte è fatta per gli occhi e il disimpegno dei passi.

Non ho motivi per chiamarti, ho un quaderno delle proposte sul comodino, sono trecento, forse di più, lo dice Holden, lo dice Guccini, lo dico anch’io, io che non sono quando non ci sei. E se ci fossi? Credi davvero che una vicinanza risolva? Non lo so, ti dico, potrei sempre accompagnarti a casa e magari salire fino alla tua porta, sentire il battito delle tue ciglia, le tue parole che si confondono. Come quando ti ho vista e ho fatto wow. Wow, Pow, Yo e Sob. Le onomatopee della strada, questo folle desiderio di relazioni e parola, perché uomo tra gli uomini cerco la voce, lascio il silenzio all’età adulta, agli alberghi con le lenzuola bianchissime e alle colazioni servite sui balconi. Non sarò morto finché avrò respiro, ti dico, non morirai finché avrò pensiero, rispondi, anche se non lo sai. Anche se te ne vai.

Foto: © Nicoletta Branco.

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Le mille solitudini

Alle prime attenzioni cedono, le mille solitudini. Cedono all’attrattiva di un corteggiamento. Cedono alle labbra, alla paura del rimanere soli per sempre. Perché non fai la valigia e non distendi i pensieri sul letto, riempi gli armadi di vorrei e poi li chiudi, pieghi la schiena al caso, chiudi la porta alle invadenze. Qualcuno la chiama strategia, altri bisogno di farsi arrestare. Lasciamo tracce ovunque con la leggerezza dei daini, le sei del mattino e una casa tra gli alberi. Tutti quei risvegli con la tazza del caffè tra le mani giunte. Pregheremo il sonno di farsi da parte, il sole di scendere ad abbagliarci gli occhi. Pensare che al nostro fianco c’è il meglio possibile, la consolazione all’eterno girotondo.

Mi dici chiudi gli occhi e immaginami, mi vestirò come vuoi, camminerò come vuoi ed io sarò come tu mi vuoi. Non sarai capace, ma ci abitueremo. Tu guiderai e io starò seduta alla tua destra. Deciderò dove andare e quando fermarci. Noi sempre al mare. Rinuncerai alle cene con gli amici, ti farò mangiare sano, berrai di meno e non fumerai più quando rimarrò incinta. Compreremo una casa, una casa grande, la mostreremo agli amici e arrederemo il vuoto col design. Lasceremo fuori dalla porta mendicanti, politici, preti. Ci circonderemo degli artisti del momento, appenderemo ai muri ristampe bellissime, frequenteremo le gallerie d’arte in occasione dei cocktail, adotteremo una figlia a Bombay e un cane ad Ottawa.

Ci dimenticheremo presto dei genitori, delle rughe dei nostri padri, delle vene varicose delle nostre madri. Occhiali neri sul bordo della strada e cortesia ai crocicchi. Noi due, soltanto noi due, che non bastiamo nemmeno alla sala da pranzo. La lista nozze non serve a nulla, mangi la pizza seduta sul divano, tu e le tue serie americane, io e il mio lavoro.

Diventeremo i più belli, i più bravi, sempre vestiti a festa e poi… riempiremo di risate le notti, ci accompagneremo ai prossimi per condividere i problemi, i luoghi comuni. La proprietà privata è necessaria dici, io mi guardo intorno. L’alfabeto degli adolescenti finirò per capirlo. Nostro figlio va alle elementari, la maestra ha chiesto di parlarmi, ho da fare, vacci tu. Io sono in palestra, chiama tuo padre, chiamo mia madre. Ho sonno, io dormo. Hai sonno. Lasciami solo. Anche tu. Così festeggiamo gli anniversari e ringraziamo la televisione, il calcio, la moda.

Ti amo, anch’io. Ma non ti vergogni?

Foto: Makoto Fujimura

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Come insegnare il piacere?

Il turista ha fretta e non respira mentre il mirino della macchina fotografica sostituisce lo sguardo, fuoco sulla città, sui ristoranti, sui monumenti. E code dietro a ombrelli innalzati a bandiera, code dietro alle croci, il capo chino e i pantaloni corti dei boy scout.

Poi il pomeriggio, le chiese aperte, le voci sole e la solitudine nera dei preti. Comincia l’attesa, dicono qui, e via dietro alle ascensori dei condomini, tra i bicchieri alzati dei pub e le voci acute delle piazze.

Le sigarette guardano dalle finestre e i pensieri cadono sulla strada già consumati. Nessuno li raccoglie, soltanto i folli o gli ubriachi che non contano il tempo in ritardi e cambiano direzione lasciando la barra agli avvenimenti.

Quella ragazza col cappellino rosa fluo leggeva I demoni di Dostoevskij, l’ha detto la professoressa, belle vacanze ci fa passare. La parola è lenta, il suono è antico. Leggi, dico, leggi. Ma le parole del dovere finiscono per perdere in bellezza. Come insegnare il piacere? Sei così giovane, dico, son così giovane, dici, ti guardo con gli occhi del padre che insegna al figlio l’equilibrio della bicicletta. Concedersi al vento, alla strada, darsi alla velocità per la prima volta soltanto con le proprie forze. Così è la letteratura, ha bisogno di una mano che accompagna e poi di affetto, di sguardo che domina l’orizzonte mentre il figlio è andato, libero, verso quel cielo che abita senza accorgersene.

Pensiamo che sia necessario alzare la testa perché esista l’azzurro, ma invece è qui, e lo occupiamo, abitiamo il cielo, ti dico io, con piedi appoggiati alla terra. Sei ridicolo, dici, devi avere una direzione una e una sola, fai percorsi improponibili, disegni cerchi ovunque e poi ci salti dentro, sei tutto e altrove, mai qui, mai troppo a lungo, non sarai mai nessuno se non ti abitui a restare.

Rispondo lo so, so sempre quello che pensi. Siamo noiosi? Mi chiedi. Non credo, mi annoiano lo sguardo perso, chi vuole impressionarti coi ragionamenti e i bottoni delle camicie quando resistono alle dita. Il resto è curioso, ci sono giorni da vivere e attese da attraversare.

Così una donna scarta la pancetta dall’amatriciana, è il digiuno del venerdì, dice, faremo festa domenica. Intorno al tavolo, col vestito buono, il vino, arriveremo all’amaro senza fretta, così ai turisti lasciamo le città mentre noi torniamo a casa.

Foto: dalla rete.

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A disegnarci mondi sulla pancia

E con Jacques Brel mi stringi una mano, dai guardami; di oggi, di ieri, son sempre la stessa, i nostri giorni si fanno uguali, invecchiamo, hai i capelli bianchi sopra le orecchie, tu dimmi: c’è peggior insidia che amarsi con monotonia? Mi gratto la barba, rispondo nessuna. Sistemo le maniche della camicia, le dita tra i capelli: credersi superiori all’amore, dico io. E che significa? Mi chiedi ancora tu. Che amore?

Ti disegno un mondo stilizzato sulla pancia, mi dici, embè. Non lo puoi fare girare, ti dico io, dovresti girare anche tu. Capisci ora? No, rispondi, e lo cancelli alla vista abbassandoti la maglietta.

Mi piace il tuo seno, o dovrei dire i tuoi seni? Non fare il vago, riprendi, spiegami. Lo vedi la lingua come è imperfetta, quanti dubbi e quanti pensieri. Usiamo la parola amore come il sale, qui e là per dar sapore e ce ne rimane sempre un po’ tra le dita. Così quando è troppo pieghiamo il labbro e quando è poco ne desideriamo ancora. Quando non c’è, con l’abitudine, impariamo a farne a meno: contro la ritenzione idrica, per il rilascio delle dipendenze. Ma basta un morso, un assaggio, un incontro, un profumo, eccolo il sapore che torna e così ci ritroviamo mancanti. Vuoti. Perché l’amore riempie? Amore per chi? Amore per cosa?

Sai, l’amore non chiede ritorno, parte da noi per arrivare altrove, non è un boomerang l’amore, non è un cane e nemmeno un cavallo, è un figlio che deve farsi grande, una figlia che cerca la felicità. E va lasciato andare, prima o poi, con i suoi modi e i suoi tempi, ritornerà. Non ne conoscerai la forma finché non scoperchierà le tue lenzuola, non appoggerà una moka sul fuoco. E nel frattempo? Mi chiedi. Nel frattempo si muore. Rispondo io.

Certo sei sciocco, dici; mi chiudi gli occhi, mi accarezzi il petto.

La morte, lo sai, va preceduta donandosi, se ami esisti negli altri, non credi?

No, rispondi tu, per nulla. L’amore non esiste negli altri se gli altri non sono capaci di accoglierlo.

Dovremmo costruire delle scuole allora? Perché non giri su te stessa, fai girare il mondo che ti ho disegnato.

Non mi so spiegare sai, così scrivo e quando mi rileggo capisco qualcosa, non troppo. Dovremmo fare l’amore. Che c’entra? Ti contraddici, l’amore non si fa, si dà, questo vuole il tuo ragionamento.

Sei così noiosa, ora, dovresti ansimare e basta, dimenticarti chi sei, soffocare. Le tue unghie nella mia schiena, mi farai sanguinare e poi mi farai venire, ne sono certo. Bisogna pur che il corpo esulti. Girati, ora. Che me ne importa del mondo se esistono culi come il tuo?

Cominci sempre bene, poi ti perdi.

Fai domande troppo difficili tu, vuoi che ti risponda con le parole degli altri? Provo a dirti la mia, indefinita, storta, patetica idea di mondo. Guardami.

Ma…

Stai zitta. Girati ancora, ancora, ancora.

Mi annoi quando fai così.

Anche tu.

Mi ami?

Non credo.

Come lo sai?

Non lo so.

Foto: © Arthur Felling

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Dove ci porterà l’interior design?

Riduciamo tutto a un come stai, mi chiedo. Non lo so. Magari potevamo metterci a parlare di volpi, delle fughe all’estero e delle gare d’appalto del nord est senza poi chiederci che senso ha.

Alziamo il sopracciglio e facciamo girare il vino nel calice. Frequentiamo i ristoranti più eleganti, mentre desideriamo il verde delle trattorie. Chisseneimporta del cuore, ti dico, lasciamolo là e riproduciamolo in calchi, sarà elegante e avrà cessato di battere, non porterà gioie, né pianti, resterà al centro del tavolo a rilassare lo sguardo. Dove ci porterà l’interior design?

Il minimalismo dell’America degli anni ottanta mentre siedi a gambe incrociate sul divano e sfogli libri di fotografia. Tu e la tua schiena piegata al computer, io e le mie dita incapaci di stringerti.

Dovremmo prenderci e lanciarci contro al muro per vedere se rimbalziamo, se sanguiniamo, se nelle notti le vecchie escono sui balconi per guardarci e poi si fanno il segno della croce.

Accusami ancora di colorare la pagina di nero con parole che raccontano il nulla, fallo, mostrami i denti, la lingua, il rosso delle tue gengive. Se ti trasformi in cane magari col buio cercherai il mio letto.

Strimpello la chitarra, mi filmo, penso a quanto sarebbe bello tu mi ascoltassi, sono patetico, lo vedi? Come i narcisi sfiorisco presto.

E per sollevare il tuo ponte levatoio mi presenterò una notte ricoperto di luci, ti spiegherò come faccio a illuminare le ombre e com’è incastrare le anche quando piove, quando la benzina fa delle pozzanghere arcobaleni.

Ora ti spiego una cosa, quella che già sai, le verità declinate in scrittura rendono molto, quasi moltissimo. Ma lasciamole ai giornalisti, ai critici, a chi un posto nel mondo ce l’ha per dirla con Volo che è ancora in cerca e non regala definizioni perché quelle arrivano con l’età, l’errore, l’esperienza.

Noi mostriamoci finché ci va, dove ci va impariamo a spogliarci, tu dietro ai tuoi specchi e nella pulizia dell’ultimo piano, io qui sul foglio che quando si sporca, sembra quasi più bello.

Foto: Damien Hirst, New Religion, 2011.

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Vuoi che cominci a citarti De André

Immergere le mani nell’acqua bollente, tenercele a lungo fino a non sentirle più. Se io. Fossi nel centro della strada a far luce alle auto con luminarie nascoste tra i capelli lunghissimi. Se tu. Con quelle labbra che mentre parli si fanno oblique, con le tue dita lunghe, le caviglie strette. Come quei due nella foto, studenti a passi di giambo tra i sampietrini, la paura lasciata nella casa dei genitori. Sarà che qui le strade sono tutte uguali, sarà che le salite non sanno rincorrere le discese, che i nostri motorini si perdono nelle ultime ore della notte. Non si conoscevano ancora. Dalla finestra di fronte lei salutava. Non salutava lui. Se loro. Sto imparando il linguaggio dei gesti per dare un senso alle mie presenze, lo sai che mi tengo in disparte, dice è il modo migliore per guardare, per essere guardati. Se io. Fossimo noi sotto gli alberi dei parchi della città, sorseggiassimo una birra, ci crederesti tu? Noi che ci circondiamo di adulti, che pieghiamo il dorso alla curiosità, portiamo tagli dappertutto, ma ridiamo sempre così che gli altri non se ne accorgono. Sui balconi a Palermo, sulle terrazze a Catania, l’odore dei limoni, dei gelsi, l’odore delle tue mani giunte, le processioni verdi di palme e nere di vergogne. Indossiamo mantelli senza saperlo, portiamo il nome della casata scritto sulle magliette, non ci credere a chi ti dice che non guarda il vestire, non credere nemmeno a chi ti dice verrò, puoi contarci, e poi non viene. Non credere alle mie parole quando ti invito a casa, troverai la porta chiusa, abituati all’invadenza e suona, diceva il libro che ti sarà aperto. E chi uscirà? Hai ancora paura? Possiamo chiamarla così o vuoi che cominci a citarti De André?

Foto: Trent Parke

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Io dappertutto

Ho bevuto il caffè, non riesco a dormire, ma bisogna riposare, e poi svegliarsi, essere pronti. Chiusi in doccia a guardarci le imperfezioni, poi davanti allo specchio a strapparci i peli con le pinzette. Guardati il culo, piegati ancora, dietro allo specchio ci sono io. Dietro la porta ci sono io. Io dappertutto. Ma ho perso gli occhi. Non vedo nulla. Ho soltanto orecchi per ascoltarti, piedi per prenderti a calci, mani per abbracciarti, labbra per nominarti. Ma gli occhi no. Non è importante, sai? Sei memoria come i Super Tele e i calci al pallone in mezzo alla strada, come i pomeriggi nei prati, dopo la pioggia, a cercar chiocciole, quando piegare la schiena non era uno sforzo, obbedire, sì, invece, lo è sempre stato. Mentre le nuvole bianche che sanno di panna non ci sono più e non giochiamo a dar forma al cielo tu fai disegni su fogli bianchi, il tratto nero, i tuoi capelli neri e quelle parole che suonano grandi. Faranno una mostra di quadri sui quali si è pianto, foto sulle quali si è camminato, magliette sudate e scarpe consumate, ti diranno che non ha più senso quel che a nulla è servito, tu tirerai ancora fuori la storia della bellezza, quella che cambia lo sguardo, fa eleganti i modi, dà il senso del grande e sorvola sulle piccolezze. C’è nel sorriso leggero dei vecchi quel compatimento, il sopracciglio narciso del giovane? Io qui mi fermo, nell’ignoranza di questo attimo sospeso, mentre c’è chi beve, chi dorme, chi pensa a farla finita, chi invece vuol ricominciare, chi le domande non se le fa più e vive e vive e vive, un giorno dopo l’altro, la vita se ne va. Ho preso il motorino per andare a salutare gli amici, che ci fai qui? Sono venuto per salutarti. E poi? E poi basta. A che serve il mondo se gira da una parte sola? A che servono le tue labbra se le tieni sempre al riparo del bianco dei muri? A che serve la tua schiena se nessuno la stringe, a cosa le tue anche se nessuno le sfiora? La tua conchiglia se nessuno l’assaggia? Mi sto rammollendo, ti dico, tutto questo lirismo da dove arriva? Me ne andrò nei campi come quegli arricchiti a cercare la libertà nella domanda degli altri, quello è un artista, quello ha talento, quello è un diverso. Dimmelo ora che te ne fai? Quando prima del buio ti lavi le guance, quando togli il nero dagli occhi e pieghi i vestiti al lato del letto. Che te ne fai? Impariamo la sincerità, che cosa desideri ora? Io te, te soltanto. Ecco tutto. Ora l’effetto del caffè è passato, il letto è sfatto, il sonno arriva.

Foto: Nicoletta Branco

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Non baciarmi, non ora

Cambiarsi magliette quattro o cinque volte al giorno. Evitare di guardarsi allo specchio o guardarsi tantissimo. I suggerimenti degli altri e le cravatte troppo strette; non respiro, davvero, devo andarmene, se puoi aspettami, se non puoi tornerò io, non saranno certo i treni a farmi tardare.

Infilavo in tasca il compromesso come si fa coi preservativi prima delle uscite notturne, ma quelli li dimentico, dico davvero, ci penso così tanto al dentro e fuori che alla fine è come se l’avessi già fatto, per la voglia invece è un’altra storia, quella ritorna.

Il compromesso no, quello non si dimentica, ha le radici tra le vene dei polsi, muove le dita quando tu non vuoi e non ti lascia in disparte. Così sono costretto al vino e alle traversate notturne di queste vie così lunghe. Ci sono statue ovunque e i turisti del nord hanno le guance arrossate, i vecchi i nasi gonfi mentre coppie datate camminano mano nella mano al ritmo lento della pensione. Sono un intralcio, soltanto un impiccio, ho una vita da vivere una meta da rincorrere io, che me ne importa degli altri?

E mentre intorno è frastuono sento soltanto il silenzio, lo spazio vuoto tra le tue gambe quando indossi i pantaloni stretti e le tue scarpe così… oh, le tue scarpe. Potrei scegliere una donna soltanto osservando le sue scarpe, dico davvero, se un tempo era il viso ora è un particolare. Non che io sia feticista, tutt’altro, detesto i piedi. Ma la scarpa… quella può essere gusto ed eleganza oppure esibizione sfrontata di sé, sciatteria menefreghista o magari mancanza di visione d’insieme. Così charmant diventa incomprensibile: un vezzo del naso, un evidenziatore su un foglio non ancora scritto. E poi le donne non si scelgono.

Saranno le luci, sarà il profumo di questi fiori bianchi che maturi si staccano dai rami e ci confondono gli occhi costringendoci allo starnuto o al respiro profondo, sarà perché sei di tre quarti o perché sai di atteggiarti. Sei così potente, io così fragile. Non diresti così se ti cavalcassi, ma quella è una questione d’intimità, tutta un’altra storia.

Ora invece mi viene da prenderti e metterti nel portafogli, portarti sempre con me come faccio con la figurina di Alessandro Del Piero. Ma il tempo confonde tutto e si dimentica presto, così anche lui, ora, esiste soltanto nei filmati di youtube, nella memoria della mia giovinezza che è così simile alla malinconia che spesso ricerco e poi allontano spingendola al muro, dietro al cuscino.

Scrivimi ancora che è il potere che domina il mondo. Se prima comando io, poi comandi tu, ti dico io. Ma non funziona così. Finiremo per toglierci la pelle e aspetteremo la notte per insultarci, e poi ci tireremo ancora i capelli pronti, ansimando, a chiedere alla vita perché ricerchiamo la morte quando un bicchiere segue il primo ed uno ancora, lontani da noi, fuori dalla coscienza. A ricercare il riposo nell’orgasmo, mentre lasciamo sul letto vita e vita soltanto. Vita che non ritorna, vissuta e dispersa. A che serve farsi domande? A che serve? Vieni, avvicinati, e poggia le labbra sopra le mie, resistiamo all’istinto, non baciarmi, non ora, parliamoci così, parliamoci a lungo, fino a dimenticarci quello che vogliamo dire. Non è importante, dico davvero, non è importante.

Foto: Nicoletta Branco

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Non farti ingannare

Verrà, un momento verrà. E’ così complicato scrivere di giorno, con la luce che infilza gli occhi e le mani che desiderano i tuoi fianchi. E ti domandi perché non di notte? Rispondo allungando la voce e trascinandola sul pavimento, suoni inconsueti e denti contro denti e lingue contro lingue e bocche dentro a bocche. Ma la scrivania è sempre la stessa, il lampadario sempre lo stesso e tazzine di caffè già consumato appoggiate dappertutto. E fogli sparsi, e capelli strappati o persi.

Vieni tu a stropicciarmi gli occhi a chiedermi di nuovo come sto, non credere non sia importante. Sotto i balconi il nostro riparo mentre le frecce delle auto ci avvisano dei cambi di rotta. Mentre i prefetti alzano la mano e indicano la via del rigore, murano case occupate dai vecchi credo populisti, chiudono le pizzerie dove la mafia non c’è e mai ci sarà, dove il pensiero è aperto, hanno il fare altezzoso dei bulli adolescenti in divise tutte uguali. I buonisti stanno lontani, il fumo denso degli spliff fa storcere il naso. E c’è chi sale ancora sui tetti per urlare al cielo libertà.

Il suono pop delle radio e la musica classica lasciata in mano a signori dall’aria noiosa che al bar sorprendono con l’ironia e la sincerità. La sincerità. Le tue scarpe nere, i tuoi pantaloni stretti e quel trucco che ti rende un’altra, quasi trasparente.

Ti preferisco con gli occhiali da sole mentre tra le strade rifuggi gli sguardi. Ti preferisco ora che non ci sei, ma non è vero. Ho imparato che bisogna dire come va il mondo e poi schierarsi: la posizione forte, il cazzo sempre duro, a volte durissimo, mentire sui propri insuccessi e dire spesso ti amo, o ti stimo.

Non confonderò i cuori ora, farei torto al rosso e ai tuoi passi mai uguali. Farò dell’immagine un punto di vista e basterà quello, chi sono io per dirti che fare, o dove andare. Chi sono io? Questo lo sai o ancora te lo stai chiedendo? Mille domande, questa è di troppo. Se solo allungassi le braccia, affondassi le mani nei miei capelli, ci troveresti un gabbiano, che se ne fanno del mare in città, che se ne fanno i gabbiani delle auto in sosta? Cagano e poi riposano, si guardano intorno, poi ricominciano a volare. Non farti ingannare dalle sostanze aeree, dalle braccia spalancate, dagli occhi altrove, dalle barba incolte, dalle labbra strette, non farti ingannare.

Foto: dalla rete.

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