A disegnarci mondi sulla pancia

E con Jacques Brel mi stringi una mano, dai guardami; di oggi, di ieri, son sempre la stessa, i nostri giorni si fanno uguali, invecchiamo, hai i capelli bianchi sopra le orecchie, tu dimmi: c’è peggior insidia che amarsi con monotonia? Mi gratto la barba, rispondo nessuna. Sistemo le maniche della camicia, le dita tra i capelli: credersi superiori all’amore, dico io. E che significa? Mi chiedi ancora tu. Che amore?

Ti disegno un mondo stilizzato sulla pancia, mi dici, embè. Non lo puoi fare girare, ti dico io, dovresti girare anche tu. Capisci ora? No, rispondi, e lo cancelli alla vista abbassandoti la maglietta.

Mi piace il tuo seno, o dovrei dire i tuoi seni? Non fare il vago, riprendi, spiegami. Lo vedi la lingua come è imperfetta, quanti dubbi e quanti pensieri. Usiamo la parola amore come il sale, qui e là per dar sapore e ce ne rimane sempre un po’ tra le dita. Così quando è troppo pieghiamo il labbro e quando è poco ne desideriamo ancora. Quando non c’è, con l’abitudine, impariamo a farne a meno: contro la ritenzione idrica, per il rilascio delle dipendenze. Ma basta un morso, un assaggio, un incontro, un profumo, eccolo il sapore che torna e così ci ritroviamo mancanti. Vuoti. Perché l’amore riempie? Amore per chi? Amore per cosa?

Sai, l’amore non chiede ritorno, parte da noi per arrivare altrove, non è un boomerang l’amore, non è un cane e nemmeno un cavallo, è un figlio che deve farsi grande, una figlia che cerca la felicità. E va lasciato andare, prima o poi, con i suoi modi e i suoi tempi, ritornerà. Non ne conoscerai la forma finché non scoperchierà le tue lenzuola, non appoggerà una moka sul fuoco. E nel frattempo? Mi chiedi. Nel frattempo si muore. Rispondo io.

Certo sei sciocco, dici; mi chiudi gli occhi, mi accarezzi il petto.

La morte, lo sai, va preceduta donandosi, se ami esisti negli altri, non credi?

No, rispondi tu, per nulla. L’amore non esiste negli altri se gli altri non sono capaci di accoglierlo.

Dovremmo costruire delle scuole allora? Perché non giri su te stessa, fai girare il mondo che ti ho disegnato.

Non mi so spiegare sai, così scrivo e quando mi rileggo capisco qualcosa, non troppo. Dovremmo fare l’amore. Che c’entra? Ti contraddici, l’amore non si fa, si dà, questo vuole il tuo ragionamento.

Sei così noiosa, ora, dovresti ansimare e basta, dimenticarti chi sei, soffocare. Le tue unghie nella mia schiena, mi farai sanguinare e poi mi farai venire, ne sono certo. Bisogna pur che il corpo esulti. Girati, ora. Che me ne importa del mondo se esistono culi come il tuo?

Cominci sempre bene, poi ti perdi.

Fai domande troppo difficili tu, vuoi che ti risponda con le parole degli altri? Provo a dirti la mia, indefinita, storta, patetica idea di mondo. Guardami.

Ma…

Stai zitta. Girati ancora, ancora, ancora.

Mi annoi quando fai così.

Anche tu.

Mi ami?

Non credo.

Come lo sai?

Non lo so.

Foto: © Arthur Felling

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