E ora è quasi notte e mai primavera

Gli amici sono in casa e la pentola bolle. Gli avanzi del Natale non fanno per noi. Porto i maglioni lunghi dei ragazzi tristi tristissimi. Quando mi hai chiesto dello xanax per calmarti che qui vicino mi abbuffo di pensieri. E intanto in Brasile ballano i processi e per calmarti dovrei venire a prenderti con le macchine che non ho mai incontrato che non ho mai comprato e tu mi dici che dovrebbero liberarti che forse chiederemo la grazia all’hotel President dove si accoppiano le panchine che incontro il mattino mentre corro al parco Sempione. E ora è quasi notte e mai primavera.

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Basta un caffè

Le camere piccole con queste ringhiere che ci lacrimano addosso

i nostri letti a forma di astronave

spariamo i pensieri come boli nello spazio

mentre tiriamo su col naso

sputiamo catarro nei nostri water arrugginiti.

I ragazzi dello zoo di Berlino chissà dove andavano in vacanza?

Che siamo figli del targhet

con le nostre firme indossate storte

come le cavie dei laboratori

ci tatuiamo i nomi addosso

per distinguerci

le resistenze della tv

coi nostri simili nelle città invisibili.

Per evitare i doganieri

l’esercito del fuoco in saldo

per arrivarci dentro

coi nostri messaggi incodificabili

e tu non rispondi mai

metti che poi rimani incinta.

Le tue corse di 8 otto minuti

i miei accappatoi da lavare

e sotto le docce

gli appelli delle nostre radio interiori

quando gracchiando

ricattiamo la storia.

E tutti i nostri forse

come tanti Vietnam

appiccicati ai post it

come tanti morti

a consolarsi coi sughi al ragù

che sai fare tu.

E non capisco come sei

come stai

dove vai

disperata ragazza perché

basta solo un caffè

che magari sbriniamo i tuoi freezer

e nei buchi delle tue vene

nuoteremo come i gabbiani

come gli zingari

tra le stelle polari.

Basta un caffè

Annulleremo queste distanze interstellari

come gli zingari

le stelle polari.

Come gli zingari

le stelle polari.

Com’era bello

Com’era bello giocare all’amore con te.

Trip da “10. Camera sola. Confessioni di un clandestino”

E prenderei mille treni per trovarti

e perderei mille autostrade per appannarti i vetri che tanto ryan air fa ritardo.

Aspettarti mi farà bello come una volpe di un piccolo principe in francese che in marocchino non c’è e non ti aspettare niente per la tua collezione.

Siamo troppo diversi e quell’aria da signora ti sta anche male.

E i tuoi calzoni corti e le tue gambe a y e una bambina che non vuol giocare mai.

E i tuoi nomi in codice attorno ai fuochi accesi coi fazzoletti impilati sul collo,

e i tuoi capi e i tuoi scout e le giovani Marmotte erano Qua, Quo e Qui non c’è nessuno che se li ricorda.

Tu e i tuoi Erasmus andati a male che hai paura della navigazione aerospaziale.

 

Che chissà dove sarai e io non ti chiamerò se ci sarò se ci sarai.

E i locali argentini e i camerieri gay che ti guardano il culo e ti versano vino italiano ritagliando gli scarti per la chiusura.

Le feste in piazza a Barcellona inseguendo quegli insetti che pungono e poi muoiono

che un bacio è l’egoismo più grande ed è così che cadi e ti pettini le labbra,

le stendi al sole ad evaporare per perdonarle per non far piangere le tue guance a cipolla.

 

E dimentica come io ho dimenticato

e conta fino a 9 che il 10 è della fantasia dei Diego, i Maradona e così sia.

 

Come nei bagni delle discoteche

Ricopriamo d’oro i giorni dimenticandoci del legno,

di questa terra che ci chiede il conto a ogni passaggio.

Assaggiamo le baite

nei whiskey invecchiati

cerchiamo le montagne

gli sci, lo snow

il punch, il branch

l’hip hop, la dub.

E sugli ottovolanti

ci faremo le foto a tutta velocità

per farci pubblicità

e riempiremo le calzamaglie

dei nostri sbattimenti.

E per disperderti

mi hai lasciato qui

come un bagaglio in metropolitana

verranno a contarmi i battiti

dilateranno le pupille

ai miei gesti

e quando esploderò

sarai in teatro a rifarti il trucco

come nei bagni delle discoteche.

Puoi tornare a prendermi se mi hai dimenticato

Le polaroid coi tuoi contrasti.

I computer che si alimentano dei nostri sguardi.

E bruceremo le calorie dei pranzi per non far tardi agli appuntamenti.

La storia nelle piastrelle dei tuoi sughi un poco acquosi

le tisane scadute

e le gocce per sdraiarti sui letti sfatti,

sfatti come il tuo rossetto

e le tue unghie che saltano come canguri

tra i pesci rossi dei tuoi cessi bianchi,

bianchi come la tua pelle scaduta e il latte che non compri mai.

Gli amici intorno al tavolo delle solitudini

tra un mandarino e un caffè.

Il vino non lo gusti più

le canzoni su you tube.

Cucineremo le malattie delle nostre lontananze

le mangeremo sulle panchine dei parchi

coi nostri libri scritti troppo in fretta

la parodia dei tuoi gesti

e tuoi personaggi un po’ accennati.

I laboratori per il vacuo frastuono

del tempo senza fare

disfare.

Con le scarpe slacciate

e la pigrizia delle lenticchie

sistemeremo le sciarpe sugli occhi

e senza accorgercene

cercheremo tra i tombini

il popolo della notte

che lascia solo il Duomo

con la piazza tutta per noi

ti ricordi

prenderò le tue labbra e t’inviterò a ballare

coi tram che inseriranno le marce

per suonarci la buonanotte.

Ci scalderanno le grate sopra la metropolitana

che l’ultima è sempre in anticipo.

Prenderai un taxi

e imparerò la targa a memoria

la scriverò sul muro

per poterti dire

che puoi tornare a prendermi

se mi hai dimenticato.

 

 

 

 

Che siamo libri aperti

Ami, ami e noi ci perdiamo questi treni che non arrivano mai. Io te e i tuoi guai. Di quando ci siamo scritti e poi non siamo esistiti più, c’è la tv mi hai detto e io ho ascoltato, come al tempo dei primi freddi con la felpa col cappuccio e l’armadio alla naftalina. Per quando abiteremo nei container e verranno a riprenderci i cassonetti.  Che siamo libri aperti risponderemo che siamo libri aperti che non siamo ancora scaduti. Ci metteranno in sacchetti blu, sia io che tu.

Quando i cappotti lasciano i divani

Le bombe a grappoli ci esplodono negli intestini.

Gli occhiali 3d per guardarci dentro.

Che mi dici che sembro Pasolini,

che l’avevo prevista questa nevicata.

Gli elettrocardiogrammi li leggi se studi

la linea di confine

i battiti regolari

e le follie interstellari.

Affitteremo dei sommergibili

per entrarci dentro

sentirai soltanto un peso nello stomaco

e non godrai

non urlerai.

Ascolterò Tom Waits e

le tue cosce saranno più morbide.

E per sballarti

Leccherai le striature che mi porto dentro

il blu fragile delle tue palpebre

i miei no comandati e

le tue messe colorate

coi cibi da non gettare

gli argenti da lucidare.

Non ballerai.

C’è un altro Natale,

consumato in casa,

quando i cappotti lasciano i divani

quando i camini sbuffano fumo.

Le sedie indossano le camicie

e piangono per i pantaloni impiccati.

Mi chiami o non mi chiami

s’accende o non s’accende

il lumino è consumato

il cellulare scarico

com’è andata

sei felice

bel natale

andiamo al cinema?

Coi letti che si restringono

guardiamo all’insù

le granate dei nostri colon

per lanciare i nostri pensieri sui muri

per guardarli cadere

e poi ci aggrapperemo alle mongolfiere

delle nostre pance pallide

e sopravviveremo,

sopravviveremo.

Valentina

Fatta!

Fregata!

Sradicò il telefono infilzato tra la spalla e la mandibola.

Le mani erano impegnate nell’ impresa di dipingere un tramonto tra le unghie.

Quando il telefonò squillò Valentina dovette rassegnarsi e decise per un più adatto ed immediato rosso Coop.

La stanza odorava di mastice, lei lo inalava a pieni polmoni.

Le piaceva, sperava che le sue unghie non si asciugassero più.

Come l’odore della benzina, come l’incenso, come il letame dei campi appena concimati: quegli odori che ti penetrano nella pelle, ti scuotono, ti fanno sentire vivo o morto per un istante almeno, chissàpoiperché, poi scompaiono e ti lasciano quella sensazione di sonno, quell’abbiocco tipico dei post pranzi domenicali.

Fatta!

Fregata!

Pensò mentre prendeva a schiaffi l’aria sopra alle dita. Uccideva mosche fantasma.

Il telefono appoggiato sul letto sembrava guardarla, le diceva: “Che hai fatto?”.

Valentina prese la crema idratante, la sparpagliò tra le mani e cominciò ad accarezzarsi il corpo nudo. Lo faceva ogni giorno, due volte al giorno. I suoi movimenti erano quotidiani, sembrava che lavasse i piatti ma in realtà si accarezzava le gambe, si percorreva il contorno del seno.

Se un maschio in pubertà l’avesse spiata da dietro la porta sarebbe potuto morire d’infarto ma per lei quelle carezze erano come il passare uno spazzolino tra i denti, come fare pipì. Questioni di prospettive.

Pronta.

S’infilò le mutandine. Si guardò allo specchio: una canottiera aderente, il solito paio di jeans.

Scese dal letto.

Il palmo dei suoi piedi nudi lasciava un leggero alone sul parquet.

Valentina si chiuse nella camera oscura fai da te. Ritirò due foto appese a un filo per stendere.

La camera oscura era uno sgabuzzino che confinava con la sua stanza. Una volta, là dentro, c’erano un armadio a muro zuppo di vestiti smessi e una lavatrice.

Ora l’armadio a muro stava in discarica, i vestiti in caritas e la lavatrice in bagno, tra la tazza e il bidet. Ora in quella stanza c’erano un lavandino, liquidi da sviluppo, vaschette in plastica, un filo per stendere lungo due metri e centimetri e centimetri di rullini srotolati e foto in bianco e nero.

Questa la regalo a lui. Com’è che si chiama? Non gliel’ho nemmeno chiesto. Non è troppo riuscita, i contorni potrebbero essere molto meglio. Posso dargliela però, così gli spiego tutto. Mica sono una maniaca, io, che fotografa per strada i ragazzi, poi gli scrive sulla mano il numero di telefono e la prima volta che li sente li invita a casa sua. Ma và, mica sono quel genere di persona, io.”

Valentina continuava a ripeterselo: “Io non sono così”.

Io sono una fotografa, fa tutto parte di un mio percorso, di un mio progetto, glielo dirò, gli offrirò un caffè e lo manderò via, con educazione.”

Si sistemava i capelli allo specchio.

La faccenda andava chiusa.”

Un ciuffo sparava a sinistra.

E poi non era un brutto ragazzo, mi sembra. Moro, le spalle larghe. Quelle cuffie infilzate tra le orecchie però… c’è da dire che il volume era basso, non tamarrone che lo sente tutto il treno, no. Magari erano spente, le indossava per vezzo. Ma se è brutto? Lo mando via.”

Un ciuffo cadeva sul volto.

Ma se è bello? Lo tengo qui… ci parlo e chissà. No?”

Prese un foulard rosso.

Che c’è di male? Ho ventidue anni.”

Trasformò in coda i lunghi capelli, il foulard la faceva sapere d’Africa del nord.

Trillo.

E’ già qui.”

Si annusò le ascelle. Corse al lavandino, alzò la gamba destra, non ci arrivava, i jeans la fasciavano troppo. Si sedette sulla tazza, mise i piedi nel bidet, prima uno e poi l’altro, e se li strofinò tra le mani.

S’infilò due Superga bianche. La porta la salutò col suo cigolio.

 

 

Potevi venirci alle Hawaii

Gli aerei staranno attenti a non scivolare

e i treni freneranno appena in tempo

Le frane delle nostre attese

si riverseranno sulle strade suonate dai clacson

e poi ci troveremo come le star

i parenti con le mani in tasca

i baci, il tar.

Il portafogli zuppo di scontrini

le nostre carte atterrano

sulle portaerei dei magazzini.

 

Che non abbiamo tempo per guardarci,

un aperitivo

una cena

un caffè

mi tocca, dai vieni, lo conosci anche tu,

il regalo, il profumo, l’iphone, la tv.

 

I nostri forni ancora accesi

le luci go go

i lampadari appesi.

 

Le nostre città ci scoppiano in mano come le bombe davanti alle ambasciate.

 

E i patè, i bignè

gli impiegati allo zoo comunale

mezza giornata e poi più

ci sei di mezzo anche tu.

 

Torneremo a casa presto

e mamma

e papà

saranno contenti.

 

Le nostri mani d’oro sui pacchetti

sui pavimenti le sigarette

andremo a comprarci dei vocabolari per scriverci i pensieri

e wikipedia ci aiuterà coi prefabbricati.

 

Penseremo ai caldi del sud

ai mari del Brasile e alle femmine calde.

 

Chiuderemo a chiave le porte

e staremo finalmente soli

coi bar che son chiusi

le candele accese

le scale trafficate

al buio delle nostre lampade

per prepararci al frastuono

ai parenti e ai serpenti

ai capitoni e agli aumenti.

E correremo le maratone coi tovaglioli sul petto

il calcio la politica e il lupetto.

 

E mari di abbracci c’affogheranno

e tu non ci sarai

tornerai, mi dirai

potevi venirci alle Hawaii.