“Viviamo per desiderare, e così farò anch’io, e balzerò giù da questa montagna sapendo tutto alla perfezione o non sapendo tutto alla perfezione pieno di splendida ignoranza in cerca di una scintilla altrove.”

Jack Kerouac

Viviamo per desiderare, un’espressione che il caro Jack contorna di grazia e scintille e che in bocca, sola, muore presto. Desiderare cosa e chi e perché. Quando riusciremo a bastarci moriremo ignoranti, ti ho detto, hai sollevato le spalle, le tue spalle magre, le tue spalle, oh, una meraviglia. Ci siamo ritrovati a far su e giù, la schiena al muro, i tuoi capelli che a tirarli non finiscono mai, le nostre bocche deformi. Forse così sono i mostri, soltanto animali che al riparo del bosco si lanciano in versi e rincorse. Non fanno più paura, non siamo più bambini, ti dico, mentre gioco con le tue labbra, teneramente gioco. Nella retorica dell’anch’io sono pieni i social e le televisioni. Un’espressione generica e nulla. A ribadire il confine che separa i generi. Il meccanismo dell’invadenza, del dominio, dell’egoismo che impregna la corda tesa del mondo si sciorina negli incontri. Nulla di che sorprenderci. La reazione buona è lo scandalo o l’accettarsi umani e per questo deboli? Quando, il tuo gesto e il tuo fare sono stati sgraziati, quando il tuo pensiero ti ha imbruttito i tratti, lo sguardo, ha violentato i tuoi gesti? Fare e pensare, cogli ancora la differenza? Abbiamo tutti cicatrici visibili o no, alcune fanno male, altre meno, alcune attirano sguardi, altre meno. Ci sono vite semplici e altre più complesse, dice il ragazzo che guarda dalla cima della montagna, da lassù uomini e donne si confondono, tutti la stessa silhouette. Troviamo il modo di separare ancora, fosse almeno il tuorlo dall’albume, fosse almeno per un desiderio di ricomporre poi, di ricreare, poi. La tua spalla, il mio petto, le tue dita lunghe, il mio neo. Dimentichiamo in fretta i problemi del mondo, mi dici. E il cuore continua a battere, soltanto il ritmo cambia.

 

Foto: © Marianna Rothen

346537

 

 

 

 

Salvezza

Viene buio ormai presto e nella piccola provincia è tutto un chiudersi di persiane al nascondersi del sole. I vecchi disertano le piazze e riempiono i bar occupando di carte il marrone dei tavoli. Sul fuoco minestre e patate a bollire nell’acqua, qualcuno ancora sa come si prepara il purè. Nella grande città scintillano le bollicine nei calici, il prosecco e il ghiaccio confondono il gusto dolce dell’Aperol. Un bicchiere, poi due, se prima i soldi non bastavano ora si pesca nel fondo delle tasche che per consolare l’anima occorre procurarsi il terzo. Così, storditi e zoppicanti, si torna a casa ascoltando soltanto i bisogni primari: pisciare, mangiare, trovare un corpo per alleggerirsi del seme. Poi il letto, il lungo sonno prima della sveglia. Il lavoro come una performance, i colleghi che diventavano amici, le conversazioni sul perché continuare questa vita. Le intolleranze, gli egoismi, le opinioni non richieste. Scavalcare i trenta e ritrovarsi con la vita che si è scelta ma che si immaginava diversa. Prima il viaggio, stendere la mano e prendere possesso del mondo, poi i diritti dei più poveri, l’attenzione alle minoranze, e ancora l’arte, la creazione, poi l’amore e la soddisfazione di tutte le curiosità, le grandi città, i traslochi e infine la casa, la moglie, i figli, il giardino e due, quando va bene tre stanze. Una passione, se si trova il tempo. Mi hai salvato tu, non riesco nemmeno a dirtelo, sono stato nel vortice dell’adolescenza, nel temporale delle velleità, poi il silenzio e il lungo ritorno a me, con i vestiti che mi si sono asciugati addosso sotto il calore dei mille e più soli che ho attraversato. Il mio cercarti, ora e sempre, è salvezza, è quel mondo tanto immaginato e mai trovato. Tu e nessuna provincia, nessuna città. Tu, motivo di ogni mio sbando, di questa mia tenera, fragile, immatura ed eterna giovinezza.

Foto: © Ren Hang

renhang_02

Vulcano

E ancora, caffè e qualche auto distratta. I vicini consumano corpi contro al muro. Un’ululato annuncia il termine della notte mentre Spotify fa fatica a suonare le canzoni che tu mi hai mandato. Scelgo youtube, è tutta una pubblicità. Fossimo soltanto voci potremmo raggiungerci, ti dico mentre allunghi le gambe sul lenzuolo e la tua pelle è calda e le tue cosce ardono e i tuoi occhi sono ancora chiusi. Allungo le mani per accarezzarti e non ti trovo. Sempre la stessa storia che vuole notti diverse dai giorni. Tu ti trattieni eppure sei torrente, hai costruito argini forti ma nulla io posso contro la corrente; una bracciata un’altra, il piede a far forza sul sasso, schizzi di te sul mio volto, sudore e lena, desisto. Troppo forte il tuo scorrere per non lasciarmi andare. Dici hai un cuore così piccolo che avverti le minuzie ma non abbracci il mondo. Dico se io fossi vulcano, molto sarebbe inondare in lava tutto ciò che mi circonda. E quando sfumerò e perderò calore, i miei resti contribuiranno al nutrimento delle vite. Quando anche tu, donna del futuro, di me berrai, e brucerai in fondo alla gola, deglutirai felice il nettare che regala ebbrezza. Sarai felice tu, sarai un risveglio.

Foto: © Kohei Yoshiyuki

10988643766_b83e03ea4a

Fuoco

Senza connessione acqua calda né gas. Fuori dalle cartine, senza previsioni meteo né cartelli stradali. Tu e una sedia di velluto rosso. Le gambe nude, il tuo piede magro. Per ascoltare il respiro ho teso l’orecchio. Guardavi in basso tra le pagine di un libro, non leggevi. Chissà il tuo pensiero dov’era. Un cacciatore e un colpo, boom nella selva. Tu resti immobile, solo il tuo piede improvvisa una danza. Le mie mani si colorano di rosso, è freddo fuori e le nuvole coprono il sole, la tua mutandina resta al suo posto e la tua pancia si contrae in battere. Le parole che ho scritto per te si sono perse sui social, in buste chiuse di lettere spedite, indirizzi errati, messaggi Whatsapp, un blog irraggiungibile da dove sei tu. Ho tracciato a lungo il percorso dei tuoi viaggi, un gomitolo di linee mi ha ingarbugliato gli anni, i desideri. Dove sono io non lo so più, è una continua ricerca, un’avventura dietro alle tue finestre. Quando osservare è soltanto prendere freddo e malattia, bussare alla tua porta un’invadenza rara. Colpa del vino, colpa del dolore. Si trema qui fuori, si battono i denti. Quando anche gli animali troveranno nascondigli sicuri il cacciatore affamato farà fuoco sull’uomo che sono. Ti sveglierai allora?

Foto: © Natnada Marchal

22089676_10155788841790909_9012855998663411345_n

Col MacBook sulle gambe

Se ne stava sdraiato col MacBook sulle gambe, la luce dei pixel le persiane chiuse nell’ora che segue il pranzo della domenica. Lei nella sua camera rettangolare, il letto singolo, seduta gambe incrociate, il suo MacBook con la custodia in plastica rosa e l’adesivo “Metallo Inside”: il collettivo degli anni del liceo. Un anello al naso, un tatuaggio sulla coscia destra: indianina col turbante tutti i colori dell’arcobaleno. Lui le scriveva che fai. Lei rispondeva mi annoio. Ho comprato dei cappelli al negozio vintage, vorrei farti delle foto. Potrai, rispondeva lei. Poi silenzio. Un minuto, due, dieci. Che fai stasera? Mi perdo. Desideravano incontrarsi ma nessuno aveva il coraggio di dirlo. Al riparo della tastiera, nel tempo che le luci artificiali non sanno scandire, ognuno alle prese con la propria malinconia e i desideri non ancora avverati. Credo dovremmo vederci. Lo penso anch’io. Poi un’altro silenzio. Un emoticon. Lui se la face su, la fumò tutta smoccolando sul Mac, i polpastrelli neri. Fece partire un video sull’indipendenza della Catalogna, il sangue sui nasi feriti. Scrisse alla sua amica rivoltosa che a Torino urlava slogan tra le violenza di manifestanti e polizia. Sono così umana, gli aveva detto lei. Io penso tu sia un supereroe. Ma non posso volare, realista la ragazza. Potessimo farlo, si trovò a scrivere lui. Poi un altro emoticon, un altro silenzio. Le cosce calde, il pomeriggio da inventare. Un altro spliff.

Foto: © Raymond Meeks

RaymondMeeks_B01sm

È pianto per le emozioni di X-Factor

C’è in questa impellenza, nei discorsi sulla noia e il desiderio di creare altri mondi, c’è in tutto questo il perché io ti scrivo. Né al Rodin di Parigi né al Munch di Oslo il pianto nevrotico per le emozioni di X-Factor, le lacrime che mi asciugo dopo le dirette. Nel riconoscerci umani le nostre debolezze, il desiderio di stringerci e sostituire alle parole la carne. Nei tuoi punti a capo, le virgole, le frasi di circostanza, il mio interpretare la sintassi e farle mimare il tuo corpo. Ti dico una frase può sostituire uno sguardo e affilata arrivare là dove il sentire crea vuoti. Mi dici assurdo, mi dici sei folle. Continuare a premere l’acceleratore, spingere il pensiero oltre i limiti, l’invadenza oltre il canone. Creare altre città, altri paesi, altri mari, con altre regole, altre morali, altri standard. Confondere il creato e il reale. Non c’è uva che si può pensare né il vino che avvampa la gola può prender forma d’aria, hai ragione. La terra rimane terra, l’immaginario immaginario. È la parola che sfugge a ogni forma di definizione, diventa strada, ponte, diventa fiume e teleferica. Collega più mondi e si fa presente, quando è sentita e poi scritta, viva, quando le labbra si muovono in pronuncia. Oltre agli occhi, alle mie dite magre, alle pose, la performance del dire non cela narcisismi né vezzi, ma sa farsi riconoscere quando è necessaria. Eruzione del cuore. In quella foto tu con lui.

Foto: © Martin Parr

A-Conversation-with-Martin-Parr

 

Non è Venezia

La fronte ancora sudata e fuori nubi biancastra. Una Mercedes non si ferma alle strisce pedonali, la reazione del pedone che non arriva. Aspettare, che tornino giacche e cappotti, penne rosse e figlioletti a scuola, le serate del giovedì, il venerdì testa pesante al lavoro, l’aperitivo e le stories. Il carnevale a settembre, Venezia, malinconica Venezia. Venezia, passerella Venezia: alberghi e creme per il viso, vestiti improbabili per nottate che non terminano mai. Il tempo della Quaresima è arrivato, le coscienze che invadono le strade di Roma hanno per risposta il silenzio. Ostaggi del nostro egoismo ci hanno sottratto libertà libertà libertà continua a gridare il matto due denti e un gallo sulla spalla. Quando mi hai chiesto di venirti dentro non ho avuto il coraggio. Hai gli occhi lucidi mentre ti parlo, ho gli occhi lucidi mentre mi allontano. Come Marco Polo dici abbiamo bisogno di esperienze, l’amore esclusivo ci toglierà sete e poi fame, saremo morti in tempo breve: l’arredamento di casa, due strade, il saldo a fine mese e l’eventualità di crescere un figlio. Lo ammetti o no che anche noi sogniamo Venezia? Che abbiamo fatto dei nostri credo adolescenti? Annegati, zittiti, sotterrati. Verranno prima o poi dal buio della terra a tirarci la giacca a dirci tu non sei quel che eri. Non ti vergogni? Non puoi, che la vergogna la provi soltanto al giudizio degli altri. E non ti scandalizzi più. E cerchi la campagna, il viaggio per vedere e dare tempo all’ozio, al sonno del credo.

Volevamo tutto, ti ho detto e l’acqua è alta, sempre più alta vedrai che presto gli stivali non serviranno più e il lungo muggito della sirena che nella notte desta finirà in silenzio, nell’acqua salmastra della laguna.

Hai comprato anche il longboard

C’è la sabbia che del piede riduce i contorni, il sasso che chiede equilibrio. Più in là il mare, e oltre un’isola, un continente, oltre ancora, se l’occhio potesse, la tua schiena. Guardi l’orizzonte per cercarti e questo nulla ha a che fare con lo specchio. Hai deciso di dimagrire, l’hai fatto. Anche il piercing hai fatto. Il tatuaggio, l’hai fatto. Hai comprato anche il longboard, ti sei gettata col paracadute, hai meditato in India, ti sei iscritta a Yoga, hai preso coraggio e parli due volte alla settimana con lo psicologo. Ti sei anche innamorata di un amore impossibile. Dici che ora sei libera da tutte le tue ansie, non pensi più al matrimonio e nemmeno a un figlio. Dici che se tutto deve venire verrà. Anche le tue amicizie sono cambiate. Ti senti migliore e non fai che mostrarlo. Hai speso tutti i tuoi soldi ma che importanza ha si vive una volta e il futuro non è che una rappresentazione. Domenica al mercatino dell’usato abbiamo giocato coi cappelli, a immaginarci diversi a darci un ruolo nella società: mi aggrada, spacca, che bello, stai bene, balliamo? E così, ora che la sera finisce e viene il mese del disperderci, rinunci al vino ed esageri con lo zenzero. Domani sveglia presto, palestra, piscina, estetista. Ti compri dei fiori e li dimentichi nel lavandino. Ti scrivo lettere che non leggi mai. Perché ora sei tu e null’altro può raggiungerti, non ci sono strade, né passi di montagna, è l’infinito mare dell’io che inganna. È così bello crederci, tu sei felice, io anche. E fatichiamo a prendere sonno.

Piromane

Continuiamo a parlare alfabeti diversi. I tuoi spliff il mio vino i discorsi incomprensibili della notte nera e calda. Anche le zanzare boccheggiano mi dici e noi finiremo per volarcene altrove a trovare quella fortuna che ci ha abbandonati fin dall’adolescenza. Siamo vivi per miracolo, per fortuna ho messo la freccia. Le nostre case precarie, le nostre vite precarie e i nostri lavori un contorno perché la pietanza è altrove e abbiamo sempre fame così fame che spesso ci accontentiamo di azzannare qualsiasi cosa e ci imbruttiamo e non siamo contenti. Mi ero vestito male hai ragione ma è tutta colpa dell’estate. Arriverà l’inverno e tornerà il trench lungo i capelli lunghi le giornate corte, mi dici che la sera non sai che fare ti dico che bevo per dilatare il tempo e dormo poco, colpa del caldo e del ventilatore. Sdraiato sul letto nella completa nudità immagino la fine della società contemporanea e poi un nuovo inizio. Basta Instagram basta Facebook basta successo basta egoismo basta talento basta confronti. Non andrò in India perché sono troppo stanco. Non verrai con me. Andrò solo dove ancora non so. Sorriderai spesso e ti legherai i capelli tutte le mattine. Io che i capelli li ho tagliati li cercherò e cercherò il senso delle parole che escono spontanee dalla mia bocca, il senso dei miei istinti. Il senso di farsi vuoto intorno, appiccare il fuoco a ogni rapporto esclusivo. Di Milan Craiova chisseneimporta, vedo le tue mani ora e una scritta francese, ti cercherò, credo, finché avrò coraggio, finché avrò vita.

L’unico amore possibile

Otto ore filate come non gli capitava da tempo. Spegnere il telefono, la pagina di un libro, le finestre tutte aperte. E fuori dalle finestre le strade e il loro odore di polvere e polvere sui prati marroni devastati dal sole di luglio. Polvere sul pavimento e polvere sul televisore spento da mesi. Non ci scriviamo da sempre, ti ho detto e ho usato una di quelle frasi che tu detesti che detesto anch’io. Il nostro uso del punto a capo che vuole chiudere i concetti e finisce per sfiorare la retorica. L’ho scoperto troppo tardi ti ho detto e tu non hai capito. La storia dei nostri alfabeti diversi finirà prima o poi quando diventeremo soltanto un silenzio codardo. Abbiamo scandito il nostro tempo al ritmo dei bicchieri di vino, piatti vuoti e colazioni d’infiniti caffè. Abbiamo scelto di non scegliere, tu dici che ho fatto tutto io e io non ti dò torto. Se soltanto facessi di un paese l’unico paese possibile, di una vita l’unica vita possibile, di un amore l’unico amore possibile, sarei presente a me stesso, centrato e cosciente. E invece è tutta una confusione. Come il piazzale del cimitero monumentale alle sette di sera, col motorino che cambia più volte la direzione e scansa e scansa e scansa e rischia la vita per diminuire il tempo del ritorno a casa. Come se arrivare prima ci togliesse l’ansia di arrivare a sera. Deve essere complicato vivere inquieti, mi hai detto, ti ho risposto che è a volte non si può scegliere e si sperimenta l’inevitabile. Mi hai accusato di aver perso occasioni su occasioni, di vivere una vita che non mi sono scelto, mi hai immaginato più volte in camicia bianca e capelli perfetti. Hai fatto l’elenco di tutte le automobili che potrei comprare di tutte le case che potrei abitare di tutti i lavori che potrei fare. Io ho riso e ho bevuto l’ennesimo caffè, quelli che tu hai deciso di non bere più. Sono tornato a respirare la mia provincia, satellite di tutto, rassicurante e molesta, senza spiccata grazia, parcheggio enorme senza orari. Verranno a lavare le strade, mi hai detto, verranno a far pulizia anche qui prima o poi, ti troveranno o ti farai trovare, non puoi nasconderti a lungo. Finirai per scappare e lo farai quando sarai più vecchio, più debole e incapace di prendere altre vie, sceglierai la strada grande e la compagnia dei più. E mi cercherai e io non ci sarò. Anche la tua memoria sarà più debole e ripeterai sempre la stessa storia: quello che saresti potuto essere e non sei stato, la lei che avresti potuto amare e non hai amato.