Piromane

Continuiamo a parlare alfabeti diversi. I tuoi spliff il mio vino i discorsi incomprensibili della notte nera e calda. Anche le zanzare boccheggiano mi dici e noi finiremo per volarcene altrove a trovare quella fortuna che ci ha abbandonati fin dall’adolescenza. Siamo vivi per miracolo, per fortuna ho messo la freccia. Le nostre case precarie, le nostre vite precarie e i nostri lavori un contorno perché la pietanza è altrove e abbiamo sempre fame così fame che spesso ci accontentiamo di azzannare qualsiasi cosa e ci imbruttiamo e non siamo contenti. Mi ero vestito male hai ragione ma è tutta colpa dell’estate. Arriverà l’inverno e tornerà il trench lungo i capelli lunghi le giornate corte, mi dici che la sera non sai che fare ti dico che bevo per dilatare il tempo e dormo poco, colpa del caldo e del ventilatore. Sdraiato sul letto nella completa nudità immagino la fine della società contemporanea e poi un nuovo inizio. Basta Instagram basta Facebook basta successo basta egoismo basta talento basta confronti. Non andrò in India perché sono troppo stanco. Non verrai con me. Andrò solo dove ancora non so. Sorriderai spesso e ti legherai i capelli tutte le mattine. Io che i capelli li ho tagliati li cercherò e cercherò il senso delle parole che escono spontanee dalla mia bocca, il senso dei miei istinti. Il senso di farsi vuoto intorno, appiccare il fuoco a ogni rapporto esclusivo. Di Milan Craiova chisseneimporta, vedo le tue mani ora e una scritta francese, ti cercherò, credo, finché avrò coraggio, finché avrò vita.

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L’unico amore possibile

Otto ore filate come non gli capitava da tempo. Spegnere il telefono, la pagina di un libro, le finestre tutte aperte. E fuori dalle finestre le strade e il loro odore di polvere e polvere sui prati marroni devastati dal sole di luglio. Polvere sul pavimento e polvere sul televisore spento da mesi. Non ci scriviamo da sempre, ti ho detto e ho usato una di quelle frasi che tu detesti che detesto anch’io. Il nostro uso del punto a capo che vuole chiudere i concetti e finisce per sfiorare la retorica. L’ho scoperto troppo tardi ti ho detto e tu non hai capito. La storia dei nostri alfabeti diversi finirà prima o poi quando diventeremo soltanto un silenzio codardo. Abbiamo scandito il nostro tempo al ritmo dei bicchieri di vino, piatti vuoti e colazioni d’infiniti caffè. Abbiamo scelto di non scegliere, tu dici che ho fatto tutto io e io non ti dò torto. Se soltanto facessi di un paese l’unico paese possibile, di una vita l’unica vita possibile, di un amore l’unico amore possibile, sarei presente a me stesso, centrato e cosciente. E invece è tutta una confusione. Come il piazzale del cimitero monumentale alle sette di sera, col motorino che cambia più volte la direzione e scansa e scansa e scansa e rischia la vita per diminuire il tempo del ritorno a casa. Come se arrivare prima ci togliesse l’ansia di arrivare a sera. Deve essere complicato vivere inquieti, mi hai detto, ti ho risposto che è a volte non si può scegliere e si sperimenta l’inevitabile. Mi hai accusato di aver perso occasioni su occasioni, di vivere una vita che non mi sono scelto, mi hai immaginato più volte in camicia bianca e capelli perfetti. Hai fatto l’elenco di tutte le automobili che potrei comprare di tutte le case che potrei abitare di tutti i lavori che potrei fare. Io ho riso e ho bevuto l’ennesimo caffè, quelli che tu hai deciso di non bere più. Sono tornato a respirare la mia provincia, satellite di tutto, rassicurante e molesta, senza spiccata grazia, parcheggio enorme senza orari. Verranno a lavare le strade, mi hai detto, verranno a far pulizia anche qui prima o poi, ti troveranno o ti farai trovare, non puoi nasconderti a lungo. Finirai per scappare e lo farai quando sarai più vecchio, più debole e incapace di prendere altre vie, sceglierai la strada grande e la compagnia dei più. E mi cercherai e io non ci sarò. Anche la tua memoria sarà più debole e ripeterai sempre la stessa storia: quello che saresti potuto essere e non sei stato, la lei che avresti potuto amare e non hai amato.

Dice conosci Caproni?

Dici conosci Caproni? Come se tutti dovessimo saper di tutti. Come se il conoscere questo o quell’altro fosse una competizione. Così io sono più bravo di te, lui più di quell’altro e nel teatro del mondo occupa i mosti migliori. Ancora cerchiamo di affermare noi stessi sull’altro e col gesto della farfalla che accarezza il fiore e poi l’abbandona saltiamo qui e là questuanti e soli. In chi crediamo? E quali le nostre passioni? La moda, il calcio, la poesia, l’arte contemporanea, il greco, la pasticceria, la cucina, la musica la musica la musica. Che male c’è a dire questo è nel mio, questo un po’ meno. Ci arrampichiamo sulla montagna dell’esistenza cercando dove poggiare il piede, non esiste una sola strada per tutti. E così, amico mio, avvicina il tuo desiderio al reale, realizza quello che le tue viscere ricercano, quello per cui non trovi il sonno. Lei si farà vicina, tenterà il tuo orecchio con voce flebile e appuntita. Se ti costringe all’immobilità tu fatti Ulisse e negati. Prendi la via imperfetta, conoscerai un’isola e poi una ancora, tutto sarà per te necessità e troverai piacere nell’avvicinarti a quell’uomo che sognavi da sempre. Conoscerai sventura, penetrerai le tue debolezze, ti ammalerai d’inedia, risorgerai abbandonando il conosciuto. E mentre tutti parleranno di questo o di quell’altro nel succedersi di conoscenze superficiali, un ghigno ti bagnerà il viso. E vivrai l’emozione che parole non trova, l’esistenza tua.

Non sa ancora se ha fatto tardi, se è troppo presto per aprire gli occhi e scoprire un’altra volta il mondo. Tende l’orecchio, ancora il traffico non fa rumore. Le autostrade presto accoglieranno il peso di uomini e donne, occhiali neri e costume sotto il pantaloncino, i giochi del mare, le barche, le biciclette legate al portapacchi. Chi ha consumato le anche nei gesti dell’amore, chi ha tra le tempie il suono dei festival, della notte tra techno e luci, degli stadi trasformati in palcoscenici. Che volto cerchi oggi, chi troverai davanti allo specchio? Ci hai dato un taglio coi capelli, col rimirarti e pensare di essere già adulto, arrivato, stremato. Hai detto basta al tuo immaginario, hai ripetuto più volte qui e ora, qui e ora. E quello che è stato e quello che sarà perderanno importanza, hai detto. Presente, fare, soltanto fare. Il tuo nuovo modo di stare al mondo. Mentre una settimana è passata dai tuoi pensieri agli ottanta all’ora, dai gas, dai gas, dicevi, voglio sentire il casco far resistenza all’aria, la maglietta che si tende al vento, voglio sentire la vita tutt’intorno perché sono insensibile, cinico, già morto. Credevi l’esistenza vera fosse nell’immaginario, nell’utopia dei mondi fantastici, nella perfezione di chi conosci appena. Credevi al nulla che il tuo talento costruiva ad arte. Qui e ora, ripeti, qui e ora. Nove rintocchi, è il mattino del sabato: caffè e sfogliatella. Un libro, un ombrellone, magari il mare. Magari lei e il mare.

L’adolescenza sulle spalle

La notte prima del temporale un vento leggero muove le piante artificiali di piazza della Repubblica, i vestiti tutti uguali delle turiste lasciano intravedere il bianco di gambe impazienti d’estate. Camicia per lui, sandali per lei, discutono del qui, dell’ora, ipotesi sul futuro: le vacanze prima del bambino, la casa nuova e la promozione al lavoro. Con la bocca sporca di vino, le occhiaia lunghe fino alle guance, un uomo cammina verso il triangolo di neon appeso al centro della stazione Centrale. Luci blu luci rosse luci bianche, un coltello sporco di sangue, è nero è nero il sangue è nero grida qualcuno. Poi un motorino e l’andare dei taxi, nessuno urla più, Milano è altrove. Esiste un meccanismo di rimozione per cui quando la sofferenza è profonda la si sposta in una realtà altra, un film da guardare che nulla può alterare del presente. Eppure i segni rimangono, le mani si rovinano, il respiro si fa irregolare. Verrà il mattino e nella testa un sibilo. Ho cercato di uccidermi in una notte come le altre, quando la vita valeva poco e ho cercato l’alcol la droga il riparo di due cosce bianche, bianche e caldissime. La notte prima del temporale un vento leggero muove i suoi capelli lunghissimi. Qualcuno piange in una camera d’albergo, qualcuno ride a gengive lucide di Gin tra i bar di via Corsico. Qualcuno ha cancellato il buio sostituendo un volto, i vorrei, i farei, facendosi domande sul perché l’adolescenza non voglia abbandonare le sue spalle.

Di quando agli occhi ho sostituito il cuore

Non scriverò più. Cominciava così una di quelle tante frasi iniziate e mai finite. Nel mio essere scazonte, nel ritrovarmi insano, cotto dalla fatica e dalle intolleranze, privo di senno e ragione, volcano di lava, a tu per tu con l’io segreto delle notti di ululati nel cercare una luna con impresso il tuo volto. Non scriverò più nulla che non abbia a che fare con una storia. Doveva andare così, mettere quei punti che tanto non ti piacciono. Perché alla fine, anche se trovi targhe e targhette per dare un nome anche alle stanze di casa, mi hai insegnato a rinunciare all’interpunzione definitiva, a lasciarmi aperto e finalmente e ancora vivo.

Così a nulla valgono tutte quelle ore alla contemplazione dell’umano essere, tutte le follie fatte soltanto per dimostrare a me, l’invulnerabile, che la debolezza svelata fino all’estremo, sventolata e così nota ai giudizi, misera nel suo affermarsi, mi avrebbe difeso e fatto diventare insensibile. Tutte le ragazze che si tagliano le braccia. Tutte le ragazze che si tagliano le braccia. Mi taglio anch’io, lo faccio svelandomi.

Così Narciso, attiravo gli occhi e mai i cuori.

Ora che mi hai insegnato le parole nuove non riesco a farne a meno e le pronuncio con l’entusiasmo delle scoperte, la leggerezza che viene dalle O a bocca spalancata, dallo stupore che altera il respiro. E le ripeto, le ripeto, le ripeto fino a farle diventare musica, che il ritmo è tutto ci siamo detti, che il ritmo è dio e l’armonia uno dei luoghi in cui si manifesta.

Nella tua stanza piccola a uno sguardo dal cielo, calla senza vaso né mazzo, animata da un vento che il tuo gambo magro porta or qui, or là, nella tua stanza piccola che divide con le nuvole il tetto, giglio che l’ape cerca, miele che la bocca chiede, chini la testa e leggi, alzi la testa e guardi. Se lo sono chiesti in tanti se la Nike il capo avesse, se abbiamo bisogno degli occhi per levar ancore e partire invocando sorella nostra infame sorte. Ma quale testa e quale capo, ora che la perla è tratta, la tasca è vuota, ora che il mutamento è avvenuto, faccio a meno degli occhi, guardo col cuore.

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Di sé, di Montmartre e il circolino

Vivere a Montmartre, aver scelto di restare annusando l’odore di una morte imminente, per gustare il divenire che è la vita. Per la strada lunga e stretta le vetrine, abiti eleganti di fattura cinese, tessuti acrilici monocolore: taglie standard, donna uomo bambino. Quelli che ha visto nei villaggi dell’Eritrea indossati la domenica da silhouette magre nei luoghi santi tra buoi deperiti e sabbia col fiume da guidare a bordo di una Jeep 4×4. Scappato da Parigi per amore di una donna, il ruolo dell’amante ricamato addosso dalle vette elevate della sua sensibilità, poi il fallimento del suo viaggiare quando è il ritorno a diventare traguardo. Ora, nel circolino di un paese della provincia lombarda famoso soltanto per aver dato i natali a Testori legge e scribacchia, l’Iphone sul tavolo, la schiena storta. Una vita, la sua, che tanto assomiglia a quella degli altri, la sveglia al mattino, il lavoro, le bollette da pagare e l’assicurazione una volta all’anno. Si è dato al vivere nel battere sui tasti, parole nere di pixel e un’esistenza spirituale che nulla assomiglia al suo fare. Puoi ritrovare quel che è nel suo sguardo, nel movimento delle sue dita e nella gentilezza dei modi. Parola leggera dal suono che tende all’acuto, capelli lunghi legati sul capo, il vezzo dell’ultimo bottone della camicia aperto. La aspetta da sempre, lei fa tardi, immagina che non verrà, fa a pugni con la speranza, sangue dal naso una volta alla settimana, nel cuore della notte per non farsi vedere. Chi lo conosce superficialmente, anche da molto, vede nei suoi gesti un distacco dall’affanno del quotidiano che lo fa apparire altero, dicono snob perché non sanno trovare altri aggettivi. Chi lo conosce perché è stato alla sua tavola, ospite, sa che affoga nelle debolezze, una predisposizione al masochismo del cuore e un certo piacere nel ferirsi l’anima della quale disprezza l’esistenza lui che preferisce parlare soltanto di umanità, chi lo capisce poi. Se entra in una stanza sa che qualcuno lo guarderà e se così non succede, per qualsivoglia motivo, trova il modo di farsi notare soltanto se gli interessa un volto, una caviglia, una spalla, se una sensibilità lo atterrisce o lo incanta. Qualcuno le chiama energie, lui, poco capace di definizioni, lui che non sa dare il nome alle cose, ha una memoria sghemba e si esprime in concetti ampollosi come se i pensieri fossero troppi per incanalarli in frasi sensate e brevi. Vuole essere detestato, dice, vuole essere contestato, chiede attenzioni come fanno i gatti quando silenti si strusciano tra le gambe, annusano, lasciano il loro odore e se ne vanno con grazia. Sono trent’anni che si parla addosso, che cerca una definizione capace di dire chi è, non la troverà fino a quando i suoi giorni non termineranno. Non la troverà finché i suoi cieli lo sorprenderanno ancora con l’azzurro. Dice che dentro il suo petto ha una cicatrice che zampilla nelle notti di luna quando solo, la schiena appoggiata sul letto, prova consolazione con la poesia. L’ha punto un serpente lungo il fiume Po, l’ha punto un serpente che non ha veleno, respira amore e così si curva sugli altri per sentire il profumo che riposa nell’incavo dei colli. Che il suo tornare non sia per la quiete, che il suo viaggio lo conduca all’isola dove tutto è orizzonte e luce che trema sull’onda lunga prima della sera. Che lei, tutta nuova e bianca, il petto aperto in ferita, lo trovi felice.

Foto: © Coley Brown

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L’indimenticabile

Lo sapeva prima di partire che tornare per lui non era mai stato semplice, che il suo corpo è sensibile e fragile, che preferisce non abbandonare le abitudini. Si ritrova così a svegliarsi a ore improbabili nella notte, a mangiare senza una regola, a immergersi nell’alcol fino a non capire più nulla – non ci soffre, sa che per lui tutto questo è normale -. Vengono a dirgli così non si fa, suonano alla porta i rappresentanti della Folletto e lui li caccia in malo modo; lo chiamano al telefono perché il lavoro ricomincia e lui non risponde che è ancora in vacanza e ci rimarrà fino a che il suo corpo gli impedirà di fare altro. Di tutti i titoli dei quotidiani non se ne ricorda nemmeno uno, gli dà fastidio chi legge Internazionale e soprattutto chi lo legge in spiaggia. Si rallegra nel trovare un libro chiuso sul sedile di un aereo, spesso lo rivolta spinto dalla curiosità di saperne il titolo, di ammirarne la copertina. È un uomo spregevole, uno che con la vita gioca e ha rispetto di tutti ad accezione di lui stesso che significa non aver rispetto di nessuno. È un uomo che fa della seduzione la sua spada e della derisione pubblica la sua gioia. Non ha timore a ricevere etichette, le colleziona. Si emoziona facilmente, a volte piange da solo, in casa, per fatti da niente. Sa anche ridere, ma si vergogna a farsi trovare con la bocca aperta e i denti bianchi in bella vista. Qualcuno gli chiede se sa amare e lui, sempre generoso in parole, serra le labbra e annuisce con la testa. Fa caldo a Milano e il ventilatore acceso caccia odore di polvere; nel frigorifero mezzo cocomero, fichi d’india dell’Etna e foglie di basilico secche lasciate là da non si sa quanto, quasi un portafortuna. Vorrebbe invitare qualcuno per cena, non una compagnia di voci slegate ma una persona soltanto, vorrebbe discorsi che prendono tempo, aprire quella bottiglia di Brandy e ritrovarla quasi vuota al mattino. Dice sarà colpa degli occhi, dice sarà colpa della giovinezza avanzata con gli amici sposati e le donne impegnate. Poi non ci bada, si siede al tavolino del balcone, il petto spezzato dal bianco della canottiera, fuma e prova a guardare lontano quell’orizzonte che nelle città sorprende sempre troppo presto. Fuma e sente nello stomaco un dolore lieve: i giorni non vissuti, l’incavo del suo corpo nel materasso, la voglia di Rimini e delle notti della riviera. Le luci al neon, il flipper, la passeggiata al centro a guardare vestiti kitsch e perizoma frangichiappe delle ragazze tedesche. Se lo vedi che beve, se lo vedi che non ricorda non è perché tutto vuole dimenticare, è perché immagina quello che il tempo, l’età, la paura, il fisico, gli hanno negato e che lui rivive come può. Non ha bisogno di pietà, né di compiacimento, è una persona spregevole, l’ho detto, lo sa. L’hanno trovato in notti d’agosto a rincorrere guai di comete e stelle, cieli azzurri come quadri pop, musiche del Sudamerica, passi di danza. L’hanno trovato e poi l’hanno perso, chi l’ha visto, dice che nei suoi occhi c’è l’indimenticabile.

Foto: @Aneta Bartos

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Rasta d’oro di Bristol

Quando lui inciampa nella meraviglia in bocca gli esplodono parole e non c’è pagina che le contenga e non c’è valle in cui farle risuonare. Così, suonano confuse e stravolte da quell’emozione definita da Stendhal lo sguardo sulla straordinarietà della bellezza, che siano cipressi in fila sulla collina, i riflessi della luce tra gli alberi, la sensazione della bocca che s’arrossa di vino, che stringe la pietanza santa. Non giudicare quel che ispira il momento, c’è confusione quando la sensibilità viene stravolta senza preavviso. Trent’anni, si domanda, e ancora ci si scopre deboli. Nei racconti del Fogazzaro sentenze lucide e coscienti, l’avanzata, il ritiro, le vicende umane svelate in parole. Nelle sue righe confusioni e turbamento, ricerca di quiete e luce, di nero e abisso, la contraddizione dei giorni, l’analisi emotiva delle vicende umane. Il ritorno da un viaggio, breve o lungo che sia, non ha mai portato ai suoi giorni equilibrio, la strada rimesta i pensieri e riempie la testa di punti di domanda. Assetato di vita e giorni, di lenzuola e dell’odore dolce di cosce abbronzate, non può chiedere di chetarsi al respiro, non ha controllo ora, di quel che il corpo urla. Il ritorno da un viaggio, breve o lungo che sia, fa nuovo lo sguardo, riordina gli obiettivi, costringe a nuove mete. Le ha detto di non aver dormito, le ha detto che ha consumato le lenzuola a furia di voltarsi senza un pensiero preciso, con immagini certe, le ha detto che sciocco son stato mentre mentre i rasta d’oro delle due turiste di Bristol brillavano sui sedili posteriori della sua auto, gli zaini nel portabagagli racconti d’India e adolescenze, davanti a quelle dita abituate agli autostop i suoi abiti borghesi, la maglietta a righe, la sua coscienza consumata che non smette di interrogarsi, che si scopre lungo la strada padre e madre mentre la testa sulla musica sparata senza accortezza dalla radio inconsapevole. Che fare ora, si chiede, se non combattere il silenzio e la solitudine, la sfida con l’infelicità, con le sole armi che ha raccolto negli anni, sensibilità e coraggio, fuga dalle sicurezze, desiderio del nuovo, immaginazione, piedi nudi a contatto con la terra, sguardo verso le vette. Ai giorni di agosto, alla pioggia di stelle cadenti della confusione, ai suoi vestiti color pastello dedica questo sfogo sgraziato che saluta il mattino e per qualche ora sa nascondere sotto la brace gli istinti in attesa del gran carosello, del falò santo dei giorni nuovi.

Foto: © Arnaud Lasage

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Felice e mai sola, tu

Dici non scriveremmo se non fossimo alterati. Dici che a nessuno possono interessare queste lunghe litanie, l’esposizione retorica di quel che pensiamo. Non c’è storia, non ci sono personaggi ma un io che vomita le proporzioni mastodontiche del suo sentire. E così facendo si inganna, e così facendo si sforza nella creazione di quel che non è. Ma il tempio crollerà e i muri saranno polvere e sarà allora che l’uomo dovrà dimostrare d’esistere oltre le carni e le ossa. Alterato o no, narciso o meno, egotista magari, c’è in un luogo di me e fuori dal tempo che si misura in clessidre: la lucciola brillante del tuo esistere. Il tuo volto rosso di sole, le tue ciglia nere di notte, le tue mani lunghe e i brillanti bianchi dei denti. La luna è piena e tu alzerai lo sguardo, chissà se penserai che muove le maree, chissà se penserai a quella notte di trench e autobus, di birra e poesia. Ci lasciamo affascinare e disegniamo grandi O con le labbra, poi viene il quotidiano e le distanze, la noia. Perché non ci lasciamo mai stare? Mi hai chiesto una sera, me l’hai chiesto al telefono, ti ho detto non lo so, mi hai risposto capisco. Ti ho detto potessi toccarti. Hai cambiato argomento. Cosa ci spaventa? Cosa ci tiene lontani? Sono felice io nelle mie corse prima dell’alba tra il granoturco e la ferrovia, sono felice io nei ritorni a casa dopo la pioggia gli arcobaleni i colori del cielo. Sono felice io la musica al risveglio. Sono felice io, i viaggi per raggiungerti. Sono felice io, i compleanni degli amici, seduto intorno a un tavolo il vino nero il pane fresco. Sono felice io, due righe di Quiroga. Sono felice io, il volto di Kerouac. Sono felice solo, io. Sono infelice e solo, io. Guarda lassù stanotte, tra il nero quegli astri, guarda lassù e chiediti perché ancora scrivo, perché ancora cerco, oppure non chiedertelo che non serve a nulla, ma vivi e incontra, e sii felice, tu, felice e mai sola, tu.

Foto: © Todd Hido

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