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DIAZ -Don’t clean up this blood-

Dico a tutti che faccio lo scrittore, ma non è il mio lavoro perché solo se sei pubblicato diventi professionista e lo scrivi sulla carta d’identità. E lavori saltuari e poi l’affitto e pochi spiccioli che anche comprare un quotidiano tutti i giorni diventa una spesa e ci devi fare i conti alla fine del mese. Che guardi il mondo dal www, i siti dei giornali e le testate sportive per poter dire la tua quando te la chiedono, che altrimenti non te lo sogneresti un futuro diverso. Non abbiamo la televisione qui e non c’è il Tg3 all’ora di cena come quando abitavo coi miei genitori. E mi concentro sulle cause e sugli effetti dell’umano agire quando mi trovo a tu per tu con la pagina bianca, osservo con attenzione i gesti e gli stati d’animo; che metto a fuoco i particolari per dare un senso all’universale. Niente visioni aeree per me, ma occhi e binocoli. Per questo non sono un giornalista, ma un narratore, uno scandaglio dell’essere umano nelle sue forze e debolezze, gli angoli bui dell’esistenza, gli slanci nel precipizio dei buoni propositi e le gioie da prima volta.

Ieri sono andato a dormire che era già mattino, il mio viaggio fino al termine della notte per la festa di un amico e poi la discoteca col buttafuori grosso che mi getta lontano perché ho provato a scavalcare e non pagare, e poi mi sono fatto prendere e ho trovato le scuse in fondo alle tasche per confondermi col buio e pisciare sotto a un lampione pensando al perché della mia piccola trasgressione, altro non è che nostalgia dei sedici anni e delle canne mai fumate nei bagni tatuati della scuola superiore.

Ho dormito cinque o sei ore e poi il lavoro, gli amici, il cinema. Ho deciso di vedere Diaz di Daniele Vicari. Ci hanno scritto tanto intorno, e poi c’ho delle ragioni mie che non vi dico. Il sabato sera i cinema sono zuppi e nella provincia si radunano i visi lucidi di gel degli adolescenti e gli stivali bianchi delle vergini ribelli. E poi coppie di quarantenni giovanili e cinquantenni avventurosi che sanno far fronte al frastuono, al rumore sordo delle cannucce e all’odore invadente e dolce del pop corn nei vasi grandi. La sala è piena, arrivo tardi, il tempo di togliere sciarpino e cappotto e poi il nero e Procacci e cocci di bottiglia sul grigio dell’asfalto. Si ricompone un lancio al contrario, dal coccio alla bottiglia, dalla rottura all’unione, un campo stretto cinematografico e la scritta DIAZ – Don’t clean up this blood -. Uno sbadiglio, il vicino che muove la testa, poi trovo la posizione e il rumore del pop corn si tramuta in sottofondo insignificante. E sulle prime quel che colpisce sullo schermo non sono in manganelli, ma il coro e la particolarità delle umanità descritte. Non c’è solista qui, ma la vita di un gruppo e il caleidoscopio dei colori della gioventù. Il blu notte delle divise e quelle stelle sul petto che paiono morte e non s’illuminano se non sotto ai neon artificiali.

Che sono giovani e sciocchi, che sono giovani e belli. Nei vestiti i segni della ricerca dell’identità e tra i silenzi delle parole il desiderio di un’esistenza sensata. La necessità dell’essere vivi che diventa un fare e un esserci, e poche domande sul come. I nostri anni in cui siamo stelle già esplose, il volo a ritroso nel tempo per trovare quell’unità che sa della nostra origine e la fatica delle scelte necessarie. Ci dicevamo di andare, andare, andare e io non ho avuto il coraggio che sono sempre stato uno che pensa troppo, il freno alle spinte animali del corpo e rimandare quell’ “a tu per tu” che prima o poi verrà. Mi ricordo quei giorni di Genova, in montagna con l’oratorio, aspettavo la notte per guardarmi i telegiornali e poi dirci se fossimo là, cosa faresti tu e poi chissà. Che eravamo provincia e le nostre trasgressioni erano le bugie del sega a scuola e i treni del sabato pomeriggio per la grande città.

Era una scuola quella, la Diaz, il campo di battaglia dei giorni sani della nostra crescita, la fonte delle nostre paure e il nodo delle conoscenze. La paura e il desiderio, il richiamo alle responsabilità del diventare grandi a immaginarci futuri cominciando coi disegni dei tatuaggi e la curiosità nell’esplorazione del buco dalla serratura dello spogliatoio delle ragazze. Ci hanno fatto un vulcano di frustrazioni e violenze. Ci hanno disegnato l’animale sul muro e ne hanno imitato i versi più antichi. Noi dinosauri. Noi prede e cacciatori. Noi uomini soli.

Gli sguardi persi per il passaggio di una bellezza, gli amori nati per caso quando abbiamo bisogno di abbracci per la solitudine delle notti calde e trovare il coraggio per arrivare al domani e tornare a domandarsi il perché del nostro essere qua tra i volontari di quella Genova e il Social Forum. Che siamo incontri anche quando pensiamo ai problemi globali e ci prendiamo sulla schiena lo zaino del disinteresse degli altri che col passare degli anni ci piega le ossa e si fa così pesante che vogliono ridurci all’immobilità. Le scene lunghe della violenza, il suono sordo dei colpi, i manganelli afoni e le urla lunghissime del mondo. Che la paura è urlo o silenzio.

Hanno accumulato rabbia i nostri corpi deboli. Hanno accumulato sabbia quei cervelli svuotati del pensiero critico. E sul sedile morbido mi sono ritrovato immobile a urlarmi dentro “Bestie” e “Cani” e poi silenzio, animali e nulla più, niente a che vedere con l’uomo tutto questo eppure fatto, gesto, azione. Che alligna nell’essere umano il fascino primordiale della bestia. Portiamo dentro le unghie e i ruggiti, la zanne bianche e le reazioni scomposte di quel che eravamo un tempo. Non è solo buono, l’uomo.

Parlo di debolezza, sai. Non riesco a condannare io, ci penseranno i tribunali e spesso non ne sono nemmeno capaci. La pena è necessaria, inevitabile e dovuta, ma il giudizio ancora mi rimane sospeso. Che avrei fatto io se avessi avuto una vita diversa? E altre culle? E altre mani che mi rivoltavano?

E poi il dolore, i segni larghi e le umiliazioni di chi le botte le ha prese. Che dire ora? Di che silenzio colorarsi le labbra?

Hanno scritto molto intorno a questo film, del perché e del per come, delle colpe della politica, del governo e dei ministri. Che non si sono fatti i nomi dice qualcuno. Ma qui c’è l’uomo nella sua interezza, il resto è solo un contorno per le righe ciniche dei giornalisti perché un film non è un articolo di giornale. E’ necessario ora domandarsi il perché dei nostri giorni, ritornare allo scontro interiore e tatuarci sulla pelle la domanda della responsabilità. Quella responsabilità che prima di tutto è individuale che può e sa diventare responsabilità di un gruppo, di popolo, di mondo. Poco interessa ora la colpa dei grandi al mio alzarmi dalla sedia, al mio far forza sulla pianta dei piedi e rimandare la parola all’aria aperta e aspettare la fine dei pensieri prima di pronunciare alcunché.

“Minchia” ho detto. E poi mi sono sorpreso, che non avrei voluto.

E allora, qui, con gli occhi che si chiudono e il taglio emotivo allo stomaco che ancora pulsa penso che quel sangue versato non si è cancellato e ci è rimasto dentro, per merito di un film che ci mette di fronte alla nostra umanità. Quel sangue si mischia al nostro e ci interroga. Sarà una notte di veglia questa. Altro che colpe di altri, altro che diti puntati, mi guardo dentro e affondo nel pozzo delle domande.

Grazie al coro e agli orchestrali, al direttore d’orchestra che non ci ha dato regole, ma trafitto in lancia d’immagini e vita.

E ancora il silenzio per noi che abbiamo ascoltato non è codardo, ma pianta da annaffiare che per i fiori rimandiamo al domani.

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Prima o poi

Di quella volta che somigliavo a Garrel che non ho i suoi fianchi stretti il naso lungo per farti salire sui miei balconcini alla francese, fumarci l’ultima sigaretta nell’inquadratura della mia finestra. Come in quella foto di Ray Man saremmo albero e sole e non sarà un supereroe a prenderci in braccio per i voli rasoterra dei nostri mozziconi stanchi. E consumiamo la vita con la rotella dell’accendino che traccia solchi sui nostri pollici opponibili. Le nostre impronte digitali perché qualcosa sta cambiando mi hai detto con le stagioni che si confondono le piazze in fiamme le camionette come tanti trenini elettrici e piff puff paff coi sassi dei nostri incidenti le vernici rosse pop e per le nostre provincie i tubi colorati del Boburg. Che giocavamo alle carte, i segni silenziosi per non comprenderci e non si è mai visto che un due di picche batta un cavallo. Il potente vince il potente diceva mio nonno il resto è contorno, il resto è di mazzo, per i processi sfiorati le morti scontate i mancati imbarazzi santi imbarazzi! Quando ci si insultava sei un pirla, due sberle, un rosso e questo era tutto. Poi sulle piazze con le panchine accoglienti, il vento freddo e quelle sciarpe di feltro a raccontarsi dei c’era una volta la laurea dei nipoti e quella volta. Come è raro il presente in vecchiaia, è ricordo e futuro per gli skateboard senza ruote di mr. McFly e il ballo liscio delle orchestrine come son bravi come son belli che se guardi da lontano ti sembra un film, le carrellate infinite di Tarkovskij per i nostri sogni ad occhi aperti. Ti hanno messo delle gocce tra le pupille che non ci vedi più. Per quello sguardo che mi è rimasto aggrappato alla sciarpa. Per la caccia al tesoro le librerie di Milano le commesse incompetenti leggerò a bocca aperta come si fa coi poeti. Guarderò a lungo come con i quadri 3D mille e mille contorni e poi più guardi più vedi più leggi più sai. Per gli orizzonti vicini, le linee oblique le colonne vertebrali dei palazzi e la tua schiena mentre ti allontani. Per la nostalgia dei lillà, le favole che dovremmo raccontarci più spesso che prima o poi si avverano i tuoi prima o poi, prima o poi.

Foto: Ray Man

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Non fermerà certo il giro di Francia

E ora che sono qui vorrei essere altrove. Lisbona coi suoi barbecue affacciati ai balconi e per gli orizzonti caldi d’Alfama le case bianche di Santorini. E con l’accento aspirato di Barcellona lo spazio blu del cielo e il confine delle montagne per la fine dei miei lamenti i pensieri fradici per il sudore che non mi dà tregua per il mio corpo che trema anche seduto coi capelli che spianano lassù in collina la camicia aperta per accogliere sguardi. Col bagaglio chiuso, la tenda aperta che non posso riempire gli armadi e fare ordine col silenzio della mia presenza al di fuori del raggio d’azione dei radar. Che dovremmo tirarci dei pugni ogni tanto lo sai e porca di una puttana la troia sfogarla questa rabbia che tratteniamo in vita. Ma è possibile che non ti conosca che tu non salga sulle mie spalle io e non diventiamo mostri con le teste tra le cosce alti alti alti come Gulliver per schiacciare gli ideali di Lilliput. Che sei una montagna e per esplorati scavo gallerie e ora sei allagata sei bagnata che le piogge non ci danno più tregua e sguinzaglio muscoli a cascate per le sporgenze del tuo bacino. E tra i tuoi sentieri non fermerà certo il giro di Francia che aboliranno le corse quest’anno il passo lento per tutte le volte che ci siamo detti ciao e poi dietro ai muri siamo scomparsi come i cucù per tornare in autunno. Chi sei dove vai con chi stai le tue calze parigine nella mia borsa di settembre daremo l’acqua ai gatti domestici e ruberemo luci alla Ville Lumiere che a furia di fare le fusa ai muri siamo diventati intonaco e facciamo da sfondo portiamo a spasso i nostri corpi profumati quanto tempo ci hai messo a scegliere il profumo? L’hai scelto tu o indossi il primo che ti hanno regalato? Dovrei girare sul tuo collo come le formula uno, un gran premio di sessanta giri per arrivare alle labbra con lo champagne per la vittoria e gli schizzi sul pubblico. Che ho alzato bandiera per segnalare la tua presenza che ci sarà sempre un posto per te e non dormirai sul pavimento con le tue posizioni dominanti per farti volare coi pungiglioni infilzati nei cuori per i nostri atterraggi ci prenderanno in braccio le arterie scorrevoli delle città d’agosto che non ci accorgeremo dei turisti e staremo in bilico sui fili della corrente e spegneremo le luci e avremo notti buie luna calante. Che solo al buio prendi coraggio che solo al buio vedo le stelle e levi il reggiseno che non ti vergogni che guardi il cielo e poi chiudi gli occhi che tanto è uguale a respirare a respirare e farà giorno e senza rete senza spinte cadremo insieme e non avremo paura e saliremo sull’arca esemplari unici di debolezza speciali come i tartufi in autunno.

 

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I primi venti secondi dei film

Con la valigia pronta i tuffi inspiegabili sul mio letto grande. Quella modella bionda ci saltava a più non posso con le tettine acerbe che facevano su e giù e la polvere che si lanciava in nuvole che ci avvolgevano nebbie psichedeliche le luci al neon dei bar che non chiudono mai. Poi mi sono rimboccato le maniche e ho dormito due giorni in fila per aspettare di cambiare pelle come i serpenti e con la lingua a forca ho infilzato gli ieri per dirti che i ricordi dormono nelle scatole e prendono luce nelle foto che non abbiamo mai sviluppato. Ci vorrebbe un calo della corrente lo sai? Dovremmo produrre elettricità coi contatti e gli sfregamenti sia benedetto lo struscio del sabato sera e maledizioni ai computer agli incontri che iniziano dai titoli di coda. Se perdi i primi venti secondi del film il resto è buio e i tuoi ritardi non mi preoccupano che tanto sei impenetrabile come la prosa di Joyce, ma se ti prendo la mano devi alzare lo sguardo le spalle dritte e poi guardami negli occhi i primi secondi sono importanti i primi secondi sono importanti come 2001 Odissea nello spazio dal buio alla luce è tutto lì c’è tutto il film e allora ascoltiamo la pelle, inginocchiamoci davanti agli occhi che non serve tutto il tempo del mondo. Moriremo anche noi prima o poi e non avremo fatto in tempo a dirci ti chiamo a dirci ti amo. Tutta questa precarietà è vomito sulle pareti dei nostri padroni di casa che dovremmo sapere usare google translator e scriverla scriverla scriverla questa parola accentata per tradurla in libertà che la dinamica è tutto che chi si ferma è perduto. E ci tireremo addosso i sassi della provincia dei nostri trent’anni senza figli dei nostri viaggi intorno al mondo con la curiosità che non bussa ai negozi di scarpe ma beve dai libri per dirci che non siamo anormali che non abbiamo altra scelta che il piano inclinato ma sappiamo sciare prendiamo aria e respiriamo forte e congeliamo le nostre estremità noi che viviamo d’inverno togli quel guanto guarda la mano muovila piano alita lento mettila in tasca che dopo il ghiaccio diventa fuoco, poi tutto torna com’era una volta. Ieri.

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Che prendi freddo se non ti copri mai

Il giapponese. Il pesce crudo dei nostri mari e la memoria dei pesci rossi. Tre secondi di impura follia quando ti ho scritto sei donna e poi ci ho aggiunto la meraviglia. Tra le nostre vite sciape l’acqua di mare coi lividi dei nostri passati inenarrabili le ferite aperte che ancora bruciano che siamo pire per le cassette della frutta. E tra gli oceani il petrolio dei tuoi occhi le fragole rosse di quando sono annegato col giubbotto di salvataggio e ventimila ore sotto sale per la maturità per il sapore dei nostri okkey e sulle tue dita cascate di lamponi e sul tuo seno il bianco latte di queste albe i colpi di clacson dei primi taxi. Le nostre colazioni a distanza le tue calze magre. E io che ancora ti osservo dalle finestre le luci al neon i cristalli liquidi non sporgerti no chiudi gli occhi questi chilometri che ci confondono che non lo vedi che non lo sai che prendi freddo se non ti copri mai.

Immagine. Antonio Malavenda, Uomo in barattolo, 2005.

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Per il grandangolo dei nostri sguardi

E’ estate lo sai ci danno di gomito coi lavori in corso. Il martello pneumatico per le nostre sveglie. L’effetto domino delle notti le regole dei giorni a venire i tuoi mi sveglio presto e locali vuoti di quando uscivamo il lunedì sera. Che guardavamo Milano dal settimo piano risplendono ancora le lucciole le notti accese degli uffici pubblici e nei baustelle le spine dorsali dei grattacieli. Coi geyser dei nostri ieri l’altro i nostri plaid le carezze in musica per non sfiorarci. E tra stranieri ci si intende meglio le parole semplici e gli occhi tondi dei pesci le nostre mani di bianco sulle sofferenze le basi solide delle nostre esistenze. Noi che dovremmo prenderci in spalla per il grandangolo dei nostri sguardi per sollevarci dalle panchine verdi dei parchi dai cartoni tra i portici per le notti insonni. E tra il Polo Nord e il Mediterrano il lungo viaggio della balena le nostri similitudini coi migranti le cicatrici del continente i viaggi per mare a pescare orizzonti. Che abitavamo la terra e mancava di sale buttare la pasta lasciare la spiaggia e senza remi affondare che solo nell’acqua si impara a nuotare.

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