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Come nei bagni delle discoteche

Ricopriamo d’oro i giorni dimenticandoci del legno,

di questa terra che ci chiede il conto a ogni passaggio.

Assaggiamo le baite

nei whiskey invecchiati

cerchiamo le montagne

gli sci, lo snow

il punch, il branch

l’hip hop, la dub.

E sugli ottovolanti

ci faremo le foto a tutta velocità

per farci pubblicità

e riempiremo le calzamaglie

dei nostri sbattimenti.

E per disperderti

mi hai lasciato qui

come un bagaglio in metropolitana

verranno a contarmi i battiti

dilateranno le pupille

ai miei gesti

e quando esploderò

sarai in teatro a rifarti il trucco

come nei bagni delle discoteche.

Puoi tornare a prendermi se mi hai dimenticato

Le polaroid coi tuoi contrasti.

I computer che si alimentano dei nostri sguardi.

E bruceremo le calorie dei pranzi per non far tardi agli appuntamenti.

La storia nelle piastrelle dei tuoi sughi un poco acquosi

le tisane scadute

e le gocce per sdraiarti sui letti sfatti,

sfatti come il tuo rossetto

e le tue unghie che saltano come canguri

tra i pesci rossi dei tuoi cessi bianchi,

bianchi come la tua pelle scaduta e il latte che non compri mai.

Gli amici intorno al tavolo delle solitudini

tra un mandarino e un caffè.

Il vino non lo gusti più

le canzoni su you tube.

Cucineremo le malattie delle nostre lontananze

le mangeremo sulle panchine dei parchi

coi nostri libri scritti troppo in fretta

la parodia dei tuoi gesti

e tuoi personaggi un po’ accennati.

I laboratori per il vacuo frastuono

del tempo senza fare

disfare.

Con le scarpe slacciate

e la pigrizia delle lenticchie

sistemeremo le sciarpe sugli occhi

e senza accorgercene

cercheremo tra i tombini

il popolo della notte

che lascia solo il Duomo

con la piazza tutta per noi

ti ricordi

prenderò le tue labbra e t’inviterò a ballare

coi tram che inseriranno le marce

per suonarci la buonanotte.

Ci scalderanno le grate sopra la metropolitana

che l’ultima è sempre in anticipo.

Prenderai un taxi

e imparerò la targa a memoria

la scriverò sul muro

per poterti dire

che puoi tornare a prendermi

se mi hai dimenticato.

 

 

 

 

Che siamo libri aperti

Ami, ami e noi ci perdiamo questi treni che non arrivano mai. Io te e i tuoi guai. Di quando ci siamo scritti e poi non siamo esistiti più, c’è la tv mi hai detto e io ho ascoltato, come al tempo dei primi freddi con la felpa col cappuccio e l’armadio alla naftalina. Per quando abiteremo nei container e verranno a riprenderci i cassonetti.  Che siamo libri aperti risponderemo che siamo libri aperti che non siamo ancora scaduti. Ci metteranno in sacchetti blu, sia io che tu.

Quando i cappotti lasciano i divani

Le bombe a grappoli ci esplodono negli intestini.

Gli occhiali 3d per guardarci dentro.

Che mi dici che sembro Pasolini,

che l’avevo prevista questa nevicata.

Gli elettrocardiogrammi li leggi se studi

la linea di confine

i battiti regolari

e le follie interstellari.

Affitteremo dei sommergibili

per entrarci dentro

sentirai soltanto un peso nello stomaco

e non godrai

non urlerai.

Ascolterò Tom Waits e

le tue cosce saranno più morbide.

E per sballarti

Leccherai le striature che mi porto dentro

il blu fragile delle tue palpebre

i miei no comandati e

le tue messe colorate

coi cibi da non gettare

gli argenti da lucidare.

Non ballerai.

C’è un altro Natale,

consumato in casa,

quando i cappotti lasciano i divani

quando i camini sbuffano fumo.

Le sedie indossano le camicie

e piangono per i pantaloni impiccati.

Mi chiami o non mi chiami

s’accende o non s’accende

il lumino è consumato

il cellulare scarico

com’è andata

sei felice

bel natale

andiamo al cinema?

Coi letti che si restringono

guardiamo all’insù

le granate dei nostri colon

per lanciare i nostri pensieri sui muri

per guardarli cadere

e poi ci aggrapperemo alle mongolfiere

delle nostre pance pallide

e sopravviveremo,

sopravviveremo.

Valentina

Fatta!

Fregata!

Sradicò il telefono infilzato tra la spalla e la mandibola.

Le mani erano impegnate nell’ impresa di dipingere un tramonto tra le unghie.

Quando il telefonò squillò Valentina dovette rassegnarsi e decise per un più adatto ed immediato rosso Coop.

La stanza odorava di mastice, lei lo inalava a pieni polmoni.

Le piaceva, sperava che le sue unghie non si asciugassero più.

Come l’odore della benzina, come l’incenso, come il letame dei campi appena concimati: quegli odori che ti penetrano nella pelle, ti scuotono, ti fanno sentire vivo o morto per un istante almeno, chissàpoiperché, poi scompaiono e ti lasciano quella sensazione di sonno, quell’abbiocco tipico dei post pranzi domenicali.

Fatta!

Fregata!

Pensò mentre prendeva a schiaffi l’aria sopra alle dita. Uccideva mosche fantasma.

Il telefono appoggiato sul letto sembrava guardarla, le diceva: “Che hai fatto?”.

Valentina prese la crema idratante, la sparpagliò tra le mani e cominciò ad accarezzarsi il corpo nudo. Lo faceva ogni giorno, due volte al giorno. I suoi movimenti erano quotidiani, sembrava che lavasse i piatti ma in realtà si accarezzava le gambe, si percorreva il contorno del seno.

Se un maschio in pubertà l’avesse spiata da dietro la porta sarebbe potuto morire d’infarto ma per lei quelle carezze erano come il passare uno spazzolino tra i denti, come fare pipì. Questioni di prospettive.

Pronta.

S’infilò le mutandine. Si guardò allo specchio: una canottiera aderente, il solito paio di jeans.

Scese dal letto.

Il palmo dei suoi piedi nudi lasciava un leggero alone sul parquet.

Valentina si chiuse nella camera oscura fai da te. Ritirò due foto appese a un filo per stendere.

La camera oscura era uno sgabuzzino che confinava con la sua stanza. Una volta, là dentro, c’erano un armadio a muro zuppo di vestiti smessi e una lavatrice.

Ora l’armadio a muro stava in discarica, i vestiti in caritas e la lavatrice in bagno, tra la tazza e il bidet. Ora in quella stanza c’erano un lavandino, liquidi da sviluppo, vaschette in plastica, un filo per stendere lungo due metri e centimetri e centimetri di rullini srotolati e foto in bianco e nero.

Questa la regalo a lui. Com’è che si chiama? Non gliel’ho nemmeno chiesto. Non è troppo riuscita, i contorni potrebbero essere molto meglio. Posso dargliela però, così gli spiego tutto. Mica sono una maniaca, io, che fotografa per strada i ragazzi, poi gli scrive sulla mano il numero di telefono e la prima volta che li sente li invita a casa sua. Ma và, mica sono quel genere di persona, io.”

Valentina continuava a ripeterselo: “Io non sono così”.

Io sono una fotografa, fa tutto parte di un mio percorso, di un mio progetto, glielo dirò, gli offrirò un caffè e lo manderò via, con educazione.”

Si sistemava i capelli allo specchio.

La faccenda andava chiusa.”

Un ciuffo sparava a sinistra.

E poi non era un brutto ragazzo, mi sembra. Moro, le spalle larghe. Quelle cuffie infilzate tra le orecchie però… c’è da dire che il volume era basso, non tamarrone che lo sente tutto il treno, no. Magari erano spente, le indossava per vezzo. Ma se è brutto? Lo mando via.”

Un ciuffo cadeva sul volto.

Ma se è bello? Lo tengo qui… ci parlo e chissà. No?”

Prese un foulard rosso.

Che c’è di male? Ho ventidue anni.”

Trasformò in coda i lunghi capelli, il foulard la faceva sapere d’Africa del nord.

Trillo.

E’ già qui.”

Si annusò le ascelle. Corse al lavandino, alzò la gamba destra, non ci arrivava, i jeans la fasciavano troppo. Si sedette sulla tazza, mise i piedi nel bidet, prima uno e poi l’altro, e se li strofinò tra le mani.

S’infilò due Superga bianche. La porta la salutò col suo cigolio.

 

 

Potevi venirci alle Hawaii

Gli aerei staranno attenti a non scivolare

e i treni freneranno appena in tempo

Le frane delle nostre attese

si riverseranno sulle strade suonate dai clacson

e poi ci troveremo come le star

i parenti con le mani in tasca

i baci, il tar.

Il portafogli zuppo di scontrini

le nostre carte atterrano

sulle portaerei dei magazzini.

 

Che non abbiamo tempo per guardarci,

un aperitivo

una cena

un caffè

mi tocca, dai vieni, lo conosci anche tu,

il regalo, il profumo, l’iphone, la tv.

 

I nostri forni ancora accesi

le luci go go

i lampadari appesi.

 

Le nostre città ci scoppiano in mano come le bombe davanti alle ambasciate.

 

E i patè, i bignè

gli impiegati allo zoo comunale

mezza giornata e poi più

ci sei di mezzo anche tu.

 

Torneremo a casa presto

e mamma

e papà

saranno contenti.

 

Le nostri mani d’oro sui pacchetti

sui pavimenti le sigarette

andremo a comprarci dei vocabolari per scriverci i pensieri

e wikipedia ci aiuterà coi prefabbricati.

 

Penseremo ai caldi del sud

ai mari del Brasile e alle femmine calde.

 

Chiuderemo a chiave le porte

e staremo finalmente soli

coi bar che son chiusi

le candele accese

le scale trafficate

al buio delle nostre lampade

per prepararci al frastuono

ai parenti e ai serpenti

ai capitoni e agli aumenti.

E correremo le maratone coi tovaglioli sul petto

il calcio la politica e il lupetto.

 

E mari di abbracci c’affogheranno

e tu non ci sarai

tornerai, mi dirai

potevi venirci alle Hawaii.

Non c’è inverno per le cicogne

Noi che teniamo le finestre chiuse per non accorgerci del tempo.

Che ci svegliamo la notte e il giorno è perso.

Con le nuvole negli occhi mi dirai

che non mi hai visto mai.

Che mi ubriaco per l’imbarazzo

e i miei discorsi come le matasse di pelo

si accumulano su federe made in China.

Dormiamo racchiusi in scrigni di cemento e per abbatterli chiameremo le gru

e ci diranno che sono occupate coi parcheggi dei suv.

Gli autobus zuppi come i miei jeans bagnati sull’orlo che il passo ha consumato.

Nei ristoranti i camerieri fanno le foto alle classi in vacanza.

E per entrare nei negozi dobbiamo farci le vaccinazioni.

Tu che mi dici che siamo nati troppo tardi

che negli anni 70 saremmo sfatti di eroina.

Io che ti dico che c’è ancora speranza

e poi guardiamo le luminarie rosa all’orizzonte

che non c’è inverno per le cicogne

che non c’è inverno per le cicogne.

 

 

All’amico.

Al galoppo arrivano i bisbigli

e la criniera folleggia di vento.

Abiti i miei boschi con passo leggero e presente,

le foglie che il tuo piede

scalpitante la notte schiaccia

presto il mattino rugiadoso risveglia.

Che il buio disseta e il giorno

evapora senza invadenza.

Ho voglia di sedermi in radura

con te cantando

di vita e sciocchezze

e farci seri come saggi

e ballare come tarantolati

e salutare le notti

e ubriacarci di giorni.

Che sei vicino, presente

e di canto in canto

i barbari li teniamo lontani.

Phone really off. Da “10. Camera sola.”

Rotto è rotto.

Non si accende nemmeno.

Cellulare scaduto e DvD a riprodursi uno dopo l’altro, uno sopra l’altro.

E sei già in fila per i diritti.

Dei froci, dei punk, dei rossi, dei neri, dei gialli e dei blu che a Risiko vinci sempre tu.

 

Comunicare senza macchinari è mangiarsi Milano senza abbonamento del bus,

della metropolitana coi lavori in corso,

di queste ferrovie del nord che al sud non arriveranno più.

E l’ansia è andata a male come gli orgasmi a schizzo di pavimento.

Che puoi anche buttarla nei cassonetti differenziati,

nei cassonetti disintegrati dell’esercito della salvezza.

 

Certezze e sicurezze in pasto all’asfalto che ci piove addosso

e tiri la cerniera del tuo paracadute nordeuropeo rettangolare

coi numeri dall’1 al 9 che il 10 non si può, che il 10 è il numero della fantasia, dei Diego, i Maradona e così sia.

E laviamoci via le scarpe.

 

Intolleranze

Bianco su nero, Milano, novembre 2010.Coi cappotti morti sul pavimento.

Sui lavandini piovono le barbe dei tuoi Che.

I disordini del traffico e le fotografie per non fraintenderci.

Il presidente delle repubbliche delle sale d’attesa.

I crocifissi tra le costole delle veline. Come i vampiri di Russia.

Ebibidobobidiblu le bolle blu.

Non ci laveremo mai per non ammalarci più.

E non ci separeremo, sai?

Resterò, resterai.

E partirò domani perché è più coreografico.

Le notti a leggerti le bollette scadute di quando non vivevamo ancora insieme.

I nostri film muti e le tue ovaie gonfie che se ci soffi dentro voli.

Di quando dipingevamo le stelle sui soffitti.

Siamo mine antiuomo io e te.

Un tocco solo e scoppi come le guerre mondiali

di quando tuo nonno è tornato senza un piede.

Cerchi gli eroi nei libri

le tue canzoni libertarie

e poi non hai il coraggio di tagliarmi i capelli.

Sui banchi del mercato ci vendiamo a pochi euro all’ora.

E io ti dico che i comizi di Vendola sono come il latte la mattina.

Le mie intolleranze ai latticini.

E tu ti arrabbi.

Che credi ancora nelle istituzioni mentre io credo ancora nell’uomo.

Scopiamo? Mi dici.

E io dovrei dirti che male c’è

e mi esce solo:

Perchè?