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Ti mancheranno prima o poi tutti i miei sei bella

Ti mancheranno prima o poi tutti i miei sei bella. Il tiro alla fune con le solite distanze. A proporti futuri improponibili quando avevi già pianificato tutto. Le tue strategie per affrontare la vita, il latte di prima mattina e poi la doccia fredda per ripulirti dai bagni di fumo. Che apri ancora le gambe il sabato pomeriggio mentre qui i cancelli chiudono e le paghe arrancano alla frontiera. I lavori che non ti ho detto e le sveglie alle sei del mattino per pensarti dormire. I miei capelli arrugginiti lunghi che sembrano strascichi per poterti coprire che dormi tanto e non prendi sonno. E chissà che penserai ti sposerai. Le notti sul letto a studiare la parte. I saliscendi dei nostri umori. E poi quel discorso insensato che ci ha fatto stancare le guance. Siamo due pellicani su meridiani opposti. Il mio emisfero sinistro il becco zuppo per le traversate. Per difenderci dalle maree nere. Dai pinguini davanti ai banconi dei bar e da questi indie con gli occhiali tondi. E se fosse tutto inutile, se mi stancassi a metà traversata annegherei nell’oceano senza boe per riprendere fiato o fuochi artificiali perché non prendo mai posizione. E in te si accenderà quel desiderio di bimba. Quella collana che ti hanno regalato e non metti mai perché ti fa sentire vecchia la scoprirai sui tuoi fianchi. I segni delle catene. I desideri di libertà. Annegheremo insieme prima o poi e non moriremo mai abiteremo nel ventre del pescescane coi fuochi fatui per salutare chi riesce ancora a prendere sonno e quanto sei bella te lo scriverò sullo specchio che i tatuaggi ti stanno male.

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Appeso al muro come le libellule.

Le tue frasi di circostanza. Mi hai appeso al muro come le libellule. L’ago infilzato nella schiena per farmi restare dritto. Sono giorni duri questi. Ci hanno versato il cemento tra i piedi e ci sentiamo più pesanti. Tutta questa immobilità tutta questa precarietà. Dal basso guardiamo le scie degli aerei qualcuno mi ama qualcuno mi pensa. I dirigibili per i viaggi dei nostri pensieri nascosti. E alla parola pompino mi si chiudono gli occhi. Siamo diventati cimiteri strafatti di aforismi. Le ricerche del sacro graal, la perla preziosa e i campi per le battaglie. Non me l’avevano detto che eri prigioniera. Ma senza prigione o avversari che gusto c’è? Sposeremo prima o poi le principesse. E diventeremo re di noi stessi. Puoi parcheggiare la vespa lontana da casa così non mi accorgerò delle tue partenze. Non ti preparerò niente per cena e mangeremo quel che rimane di noi. E suderò, suderai, diventeremo acqua e fiume e mare e tempesta. Saremo altro negli altrove dei nostri sguardi. Non penso a te. Non penso a te. Però ti scrivo. Che è come un disegno da bimbo. Quel che vorrei. E’ solo un disegno da bimbo. Che vado oltre i contorni e tutto sembra un sole, un’esplosione intergalattica. Come guardare le stelle nelle notti di luglio. Esprimere desideri. Ma è ancora presto per le stelle cadenti.

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Le tovaglie di Paolo Sarpi

La notte al petrolio dei nostri vicini. Ci calavamo dai grattacieli per prendere fresco, per trascinarci come pendole tra le arterie fragili di questa città che è Milano. Distrattamente andare e recitare le nostre parti coi personaggi di sempre che abitiamo di noie. Ci restava addosso il fresco dei prati, i buchi sfatti delle zanzare di quartiere e non c’era mai il tempo per le drag queen che l’indomani è sudore che l’indomani è lavoro. E così siamo tornati a casa, con le camionette apparecchiate, la tovaglia di Paolo Sarpi per un banchetto primitivo. Birra e salame per chi non trova riposo. Cassette di bibita per i nostri culi sfatti di età in età ci scambiamo sguardi su passati da ricordare e per dimenticare più in fretta continuiamo a bere e non è questione di sete. Le signorine belle epoque le loro gambe nude e i personaggi del cyberspazio. E viene avanti Ovidio che ci chiama per nome e ci racconta delle patate pelate della penisola. Delle marocchine pelose e dei maschi del maghreb che non leccano mai. La polizia s’incazza e il caffè per ricordarci che siamo stanchi. Il cellulare non si illumina mai è tardi ormai non chiamerai mi mancherai. Le case sfitte della Sardegna, il mare due volte alla settimana e il vino e i malloreddus per ricordarci i nostri volti raccontiamo dei nostri passati. Degli zii nei ricoveri, della pressione alta degli amici di sempre. E il cellulare non si illumina mai è tardi ormai non chiamerai mi mancherai. Arrivano i saluti come gli amari per digerire la notte e prepararsi all’alba. Che siamo compagni, siamo fratelli. Ci siamo sempre tracciati i contorni e ora abbiamo colorato nei bordi. Per non disturbare. Perché i bambini nascono ancora negli ospedali. E verrà giorno e chiamerai che con la luce tutto è più chiaro.

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Hallo Ketty

Quando la notte non si decide a uscire. Salutare tutti ciao fratelli io vado è tardi domani lavoro presto e chessaràmai mi dite voi e chi sarà mai vi dico io. E invece ho mentito, che vengo da te chessaràmai. Il motorino tra le vene della provincia, il traffico regolare degli intestini e le soste ai semafori per prendere aria. Questi sono gli incontri che ci andiamo a prendere come i caffè la mattina presto. Per svegliarci da questo sonno, questo scorrere lento del tempo che ci fa diventare lavoro e ci toglie vita. E perdersi tra i magazzini generali e i cavalcavia coi sassi che non lanciamo più, guardiamo giù. Una birra e via, le gare con gli occhi a raggi infrarossi. E ci sei tu dietro il tuo banco che fai ballare anche i soffitti che si allungano per accarezzarti. Quanti anni mi dai, ci sei o ti fai e le mani che si avvicinano e questi cieli Milano e le mancanze di stile, i tuoi occhi e le risposte che cerchiamo che non ci diamo. E le panchine scoprono i nostri contorni. Una camera e un letto e distendersi lungo i muri per non disturbare. E poi ci prendiamo del tempo. Saliamo sulle mura per guardare tutto dall’alto che prima o poi sarà tutto più chiaro.

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Prenderemo ancora le nostre pasticche stasera

Le parole sprecate. Le parole passate come le stagioni, come i vestiti che non metti più. Come David gnomo l’amico mio, il quarto dei Pooh, la tivù. I fratelli più piccoli con le braghe lunghe di quando eravamo giovani, di quando eravamo sciocchi. Si accendono ora i display, qui tutto bene, lo stipendio tra un mese. E tu passeggi sui laghi del centro Italia, prosciughi i mari dei miei canti che non sei musa non sei regina e i tuoi Muse ballaci tu. Cantaci tu. Prenderemo ancora le nostre pasticche stasera, e saranno birre, guai e rincorrerci nei solai. La tua pelle giovane, il mio pelo per spaventarti. Hai aperto la bocca per farmi entrare dentro di te e respirare forte. Ma stai in silenzio e aspetta e con quegli occhi guardami, con quegli occhi che sono di un altro universo. Saremo come degli aquiloni che si incastrano negli alberi e perderemo il senno, perderemo il sonno, per scoprirci immobili. Perché ogni movimento è piacere, e il godimento ce l’hai sulla lingua. Ogni volta che parli, ogni volta che abbracci. E fammelo adesso, io sì che potrei e invece dormi lontana tra le lenzuola di uno sconosciuto e ti scriverà anche lui una canzone e ti scriverà anche lui una passione. Ma il futuro è alle porte e arriva così presto che non abbiamo più tempo per pensarci. Baciami forte, baciami ora e ci cadano pure addosso le comete coi loro colpi di coda, coi loro colpi di coda.

 

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