Le tovaglie di Paolo Sarpi

La notte al petrolio dei nostri vicini. Ci calavamo dai grattacieli per prendere fresco, per trascinarci come pendole tra le arterie fragili di questa città che è Milano. Distrattamente andare e recitare le nostre parti coi personaggi di sempre che abitiamo di noie. Ci restava addosso il fresco dei prati, i buchi sfatti delle zanzare di quartiere e non c’era mai il tempo per le drag queen che l’indomani è sudore che l’indomani è lavoro. E così siamo tornati a casa, con le camionette apparecchiate, la tovaglia di Paolo Sarpi per un banchetto primitivo. Birra e salame per chi non trova riposo. Cassette di bibita per i nostri culi sfatti di età in età ci scambiamo sguardi su passati da ricordare e per dimenticare più in fretta continuiamo a bere e non è questione di sete. Le signorine belle epoque le loro gambe nude e i personaggi del cyberspazio. E viene avanti Ovidio che ci chiama per nome e ci racconta delle patate pelate della penisola. Delle marocchine pelose e dei maschi del maghreb che non leccano mai. La polizia s’incazza e il caffè per ricordarci che siamo stanchi. Il cellulare non si illumina mai è tardi ormai non chiamerai mi mancherai. Le case sfitte della Sardegna, il mare due volte alla settimana e il vino e i malloreddus per ricordarci i nostri volti raccontiamo dei nostri passati. Degli zii nei ricoveri, della pressione alta degli amici di sempre. E il cellulare non si illumina mai è tardi ormai non chiamerai mi mancherai. Arrivano i saluti come gli amari per digerire la notte e prepararsi all’alba. Che siamo compagni, siamo fratelli. Ci siamo sempre tracciati i contorni e ora abbiamo colorato nei bordi. Per non disturbare. Perché i bambini nascono ancora negli ospedali. E verrà giorno e chiamerai che con la luce tutto è più chiaro.

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