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Non chiamiamoli guai.

Mi circondo di coperte per proteggermi dai fulmini delle periferie del nord.

Dai bar coi nomi americani.

Le brioches bruciano nel forno.

Bruciano le nostre attese.

I nostri elicotteri immaginari.

Lo sciabordio dei piatti che laverò.

La mia è luce artificiale, niente a che vedere con gli astri.

Di che segno sei non m’interessa.

Che nella vita non sei sola.

Lontana come le Californie.

Appenderò un poster sul mio letto per incollarci le tue fototessere.

Saprò chi sei.

Dei tuoi non ritorni.

Della tua toscana.

Dei mali dei cani del sud.

La sveglia poi suonerà alle nove.

E sarà un altro risveglio.

Ti cercherò e non ci sarai.

E non chiamiamoli guai.

 

 

 

Cirano

Tu che fai la rivoluzione sui tappeti rossi.

Io che lavo pavimenti.

Che forse si comincia così.

Mi metterò il rossetto per assomigliarti.

Saremo prima o poi delle nuvole io e te.

Sei leggera come la Coca Light.

E il tuo sapore in bocca.

Le distrazioni in tv.

Prima o poi, lo so,

i miei capelli saranno un film in bianco e nero.

Ma i giornali non lo diranno.

Le tue Indie saranno già state scoperte.

E ti avvicinerai per dirmi ma guarda come eravamo stupidi io e te.

 

 

Cartoline

E la tua anteprima.

La mia casa di seconda mano.

La verdura cotta.

Quando ad attendermi dietro la porta non c’è nessuno.

Mai un come stai? Mai un sei stanco.

Ritirare le magliette che non stirerò.

Pensarti vestita in lungo. Elegante come una Bmw.

Il decoder per codificarti. Che reta 4 non la voglio vedere.

E un po’ di carta da pacchi per chiudermi tra le mie mura e spedirmi un po’ di cartoline.

 

 

Roma.

Coi resti di sonno tra i baffi ritrovarsi in piazza Gramsci. Emergency, bancarelle regionali, caciocavalli e vino buono. Che siamo soli come le panchine verdi, aspettiamo che qualcuno ci posi il culo addosso. E il contabattiti per morire di cuore. Milano che piove. Rimboccarsi le gambe e correre. Col parco sempione e le badanti dell’est. Coi picnic dei cinesi. Milano che piove. Milano che piange. Coi piedi che rimbalzano tra i tum tum dei bonghi. E scoprirsi in lacrime inattese, che siamo soli come i bar alle 5 del mattino. Con le serrande alzate per guardare fuori. E se ti guardi dentro c’è un buco grosso come le caramelle polo. E intorno raccolgono le foglie. Milano che corre. Milano che piange. Mi sfilano addosso borse Luis Vuitton e penso a te, alle tue scarpe agès. Roma col sole. Roma che ride. Milano che corre. Milano che piange. Prigioniero io. Liberi tutti. Roma che non ti accorgi di me. Roma col sole. Piove il cielo sulla città e le partite del pomeriggio.

 

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DJ 90.

Appari e scompari come le segnaletiche per gli aerei sui tuoi troni a forma di consolle.

E bevi il tuo Cuba e sogni New York.

E non ti sento che la musica è troppo alta.

Spegneranno le luci dei grattacieli per salvare gli uccelli migratori mi dici e metti su i Korn.

Sei così Pop.

Non lo farai, non ci andrai mai.

Per questa Milano con le ascensori che non ti aspettano.

Per parcheggiarmi addosso gli scritti che tu non leggi.

Per aspettare gli autobus notturni.

Per la paura di perdermi che non hai mai avuto.

Che poi la 90 ti riporta a casa.

 

E io ti chiamerò tu lo sai già.

E tu non risponderai tu lo sai già.

 

Che poi la 90 mi riporta a casa.

 

 

Oreilles d’ane

Cos’è questo silenzio?

Un gran codardo.

Chi è il silenzio?

Orecchie d’asino.

Milano ha le catene di bicicletta più grandi che io abbia mai visto.

A te non interessa che c’hai la testa nei tuoi Osho e cose varie.

Per non pensare trovi chi pensa per te. Orecchie d’asino.

Gli uomini d’una volta erano scimmie del pleistocene. Hai voglia a cercarli oggi.

E poi mi dici che hai pitturato casa che così ti senti più grande. Orecchie d’asino.

Non nasconderti nel letto che prendi freddo, rimettiti la maglietta che prendi sonno.

Ti cerco la notte perché lavoro di giorno.

Lavoro di giorno per cercarti la notte.

E quel gran codardo del silenzio ti tiene tra le braccia. Orecchie d’asino.

Non tremare che non c’è bisogno.

Non rispondere che ti rovini le unghie.

Chi è il silenzio mi chiedi?

Solo un codardo.

 

 

 

Volevo dirti

Volevo dirti che non so suonare.

Volevo dirti che non so ballare.

Che da piccolino era puro come l’acqua Levissima.

Volevo dirti Addio e ti ho detto Perché.

Volevo dirti Usciamo e m’è venuto male.

E tu mi hai detto che l’importante è come ti senti adesso.

Che ieri è solo un ricordo o un brutto sogno.

Che la mia bici è da sfigato.

E la mia barba è troppo lunga o troppo corta a seconda dei giorni.

A seconda dei giorni, ti rendi conto?

A seconda di come ti senti tu.

Volevo solo dirti che non so suonare.

Non ci volevo provare.

Non ci volevo provare.

Non sono capace di amare.

E a te continua a piacere il mare.

 

 

Donna mia

Con quelle scarpe sembri più trendy.
Non siamo in Francia.
Ti stanno bene.
Io odio le ballerine.
Quella tua amica le indossa. Con la punta in ferro, come i marines.
Il tuo ragazzo è un palazzo di città.
Troppo alto per abitarci.
Per guardare tutti dall’alto devi essere polvere.
Scendi, sù.
Che la vita sta nelle strade.
Lancerò il cappello in aria e con un salto lo infilzerai tra i capelli.
Ti sentirai più alta.
E’ questione di prospettive, donna sua.
Mi prude la guancia. Posso prendere un pugno oggi. Mi farà bene.
E’ lunedì sera e non farà troppo scalpore.
I giornali parleranno d’altro.
Ma lui se ne va e ti lascia qui nuda.
E un numero per non perdersi.
E un appuntamento da mancare.
Inforco la bici.
Mi cadono addosso le catene così inciampo un po’.
Che non la so saltare la corda.
Just to worn mi hai scritto.
Warn, con la A, come War. Che è una guerra.
Stai attenta la prossima volta.
Perché c’è sempre una prossima volta.

Ti ricordi?

Mi scatti una foto per ricordarti di andare a letto tardi.
Ti ricordi?
Ti ricordi quando correvo al parco per vederti?
Non faceva così caldo allora.
Nel silenzio cerco parole che non trovo -ti dicevo-.
Sei un Ligabue del nord -mi dicevi-.
E a te non piacciono i cantautori.
E a me non piace il roll.
Col tuo tabacco per inquinarti le dita.
E non mi mettere le mani in bocca.
Le latte moretti per arrampicarci le dita ed evitare i discorsi.
Ti nascondi come le auto nei parcheggi dei centri commerciali.
Ti ricordi?
Ti ricordi quando ti dissi:
ti ricordi?
Ti cercavo tra i distributori di sigarette che non fumerò mai
tanti guai.
Che sei così lontana che per raggiungerti dovrei imbarcarmi sull’orient express.
E intrufolarmi nei buchi che lascia il groviera.
E rimbalzare contro i tuoi muri.
Ti ricordi?

Discese

Lontana.
Alle feste di laurea col cappello.
Con le nostre cugine che emigrano in terre straniere.
Io che avrei dovuto tatuarmi da piccolo.
Io che avrei dovuto bucarmi da giovane.
Io che conservo un neo sulla guancia sinistra per ricordarmi chi sono.
E tu che respiri l’aria del mare.E delle fabbriche.
Che il colosseo dovrebbero demolirlo o farci un teatro.
Intanto i cani ci pisciano attorno.
Le alluvioni ci ricordano che siamo fragili.
E tu che mi dici con calma.
Sono invadente come l’odore dei freni.
E le discese non son fatte per me.