Archivio dell'autore: Marleo

Non c’è inverno per le cicogne

Noi che teniamo le finestre chiuse per non accorgerci del tempo.

Che ci svegliamo la notte e il giorno è perso.

Con le nuvole negli occhi mi dirai

che non mi hai visto mai.

Che mi ubriaco per l’imbarazzo

e i miei discorsi come le matasse di pelo

si accumulano su federe made in China.

Dormiamo racchiusi in scrigni di cemento e per abbatterli chiameremo le gru

e ci diranno che sono occupate coi parcheggi dei suv.

Gli autobus zuppi come i miei jeans bagnati sull’orlo che il passo ha consumato.

Nei ristoranti i camerieri fanno le foto alle classi in vacanza.

E per entrare nei negozi dobbiamo farci le vaccinazioni.

Tu che mi dici che siamo nati troppo tardi

che negli anni 70 saremmo sfatti di eroina.

Io che ti dico che c’è ancora speranza

e poi guardiamo le luminarie rosa all’orizzonte

che non c’è inverno per le cicogne

che non c’è inverno per le cicogne.

 

 

All’amico.

Al galoppo arrivano i bisbigli

e la criniera folleggia di vento.

Abiti i miei boschi con passo leggero e presente,

le foglie che il tuo piede

scalpitante la notte schiaccia

presto il mattino rugiadoso risveglia.

Che il buio disseta e il giorno

evapora senza invadenza.

Ho voglia di sedermi in radura

con te cantando

di vita e sciocchezze

e farci seri come saggi

e ballare come tarantolati

e salutare le notti

e ubriacarci di giorni.

Che sei vicino, presente

e di canto in canto

i barbari li teniamo lontani.

Phone really off. Da “10. Camera sola.”

Rotto è rotto.

Non si accende nemmeno.

Cellulare scaduto e DvD a riprodursi uno dopo l’altro, uno sopra l’altro.

E sei già in fila per i diritti.

Dei froci, dei punk, dei rossi, dei neri, dei gialli e dei blu che a Risiko vinci sempre tu.

 

Comunicare senza macchinari è mangiarsi Milano senza abbonamento del bus,

della metropolitana coi lavori in corso,

di queste ferrovie del nord che al sud non arriveranno più.

E l’ansia è andata a male come gli orgasmi a schizzo di pavimento.

Che puoi anche buttarla nei cassonetti differenziati,

nei cassonetti disintegrati dell’esercito della salvezza.

 

Certezze e sicurezze in pasto all’asfalto che ci piove addosso

e tiri la cerniera del tuo paracadute nordeuropeo rettangolare

coi numeri dall’1 al 9 che il 10 non si può, che il 10 è il numero della fantasia, dei Diego, i Maradona e così sia.

E laviamoci via le scarpe.

 

Intolleranze

Bianco su nero, Milano, novembre 2010.Coi cappotti morti sul pavimento.

Sui lavandini piovono le barbe dei tuoi Che.

I disordini del traffico e le fotografie per non fraintenderci.

Il presidente delle repubbliche delle sale d’attesa.

I crocifissi tra le costole delle veline. Come i vampiri di Russia.

Ebibidobobidiblu le bolle blu.

Non ci laveremo mai per non ammalarci più.

E non ci separeremo, sai?

Resterò, resterai.

E partirò domani perché è più coreografico.

Le notti a leggerti le bollette scadute di quando non vivevamo ancora insieme.

I nostri film muti e le tue ovaie gonfie che se ci soffi dentro voli.

Di quando dipingevamo le stelle sui soffitti.

Siamo mine antiuomo io e te.

Un tocco solo e scoppi come le guerre mondiali

di quando tuo nonno è tornato senza un piede.

Cerchi gli eroi nei libri

le tue canzoni libertarie

e poi non hai il coraggio di tagliarmi i capelli.

Sui banchi del mercato ci vendiamo a pochi euro all’ora.

E io ti dico che i comizi di Vendola sono come il latte la mattina.

Le mie intolleranze ai latticini.

E tu ti arrabbi.

Che credi ancora nelle istituzioni mentre io credo ancora nell’uomo.

Scopiamo? Mi dici.

E io dovrei dirti che male c’è

e mi esce solo:

Perchè?

Per farmi ombra

Le notti ad aspettare quello che non succede nemmeno nei film.

Silenzio s’infila nelle orecchie e non mi fa dormire.

Le fodere sporche di vita. Il battito regolare degli intestini.

Svegliarsi di giorno per pisciare fuori dalle torri il Niagara dei nostri scarti.

La casa illuminata dai led è un albero per il Natale

tu al caldo dell’ovest

io al freddo del nord.

Quando verrai non ci sarò, partirò.

Bevo troppo, lo sai?

M’aggrapperei ai tuoi capelli come i pidocchi.

Il nettare della tua cute per riprodurmi, i tuoi pensieri che cadono e s’incastrano tra le dita dei piedi.

Che siamo uomini e mica robot.

Che “s’io fossi piccolo come il grande oceano mi leverei sulle punte dei piedi delle onde con l’alta marea accarezzando la luna”, salendo sui ponti di Porta Genova per perdermi nei vicoli di Via Vigevano. Costruiremo degli altri ponti aerei.

E per sentirci urleremo ai satelliti.

Che siete donne con le toppe e doglie, che siete donne coi silenzi e le voglie.

E ti dico che esistono ancora i coprifuoco

e non prendere freddo

non mi accompagnare

non mi chiamare

non mi sfogliare come l’Unità

per pulire i vetri e gli specchi,

per guardarti meglio.

E c’è anche il sole, ma a me non me ne frega niente

che vorrei la tua bicicletta verde ET

solo per farmi ombra.

 

 

Lupa Democrazia

Siamo nati da due gemelli.

Ci ha coccolato una lupa.

E abbiamo speso sangue quando le banche ancora non erano aperte.

E i bancomat erano i nostri letti.

E abbiamo bisogno di aquile e di stemmi.

Di bandiere e di battaglie.

Pace e rivoluzione come gemelle.

Democrazia di lupe.

E ci aggrappiamo alle scale per raggiungere i tetti perché non sappiamo guardare dall’alto.

Ci incateniamo ai nomi che conosciamo.

Rifiutiamo le firme o le amiamo.

Ed ogni volo è un mito.

E crediamo alle barbe bianche.

Che il pensiero critico non ci crollerà addosso come il fango sopra alle miniere del sud.

E ci reincarneremo nei nomi che non conosciamo.

Sopravviveremo anche all’estinzione dei Koala.

Dall’alto è tutto più semplice.

Sopravviveremo.

 

 

Sopravviveremo anche all’estinzione dei Koala

Addio Fidel.

Addio Claudel.

A Mario e alle finestre che fanno finta di niente.

Ai falli delle democrazie, ai tuoi Titanic per compagnie.

Addio anche a Nielsen che non è Bridgette e all’apparecchio per i denti storti.

Le selle dei nostri motorini impregnate di pioggia. I tuoi occhiali troppo grossi per non rivederci e i leggins firmati come i muri di corso Genova. Per un’ ascensore che sale ce n’è uno che scende mi dici. Le scale a due a due per mangiarci sui corrimano. E non sapere come chiamarla questa cosa che ci scalda i visi e ci riempie le mani. Per poi rimpiangerci come le mille lire del Topolino. Le figurine che non abbiamo mai trovato. Partire dai ringraziamenti e grazie per gli arrivederci e grazie per gli arrivederci.

Che mi parli di acidi e di tangenti di quando guidavi senza patente. Le luminarie per gli inquirenti, per i rumeni e per gli zingari, le nostre lingue inconcludenti.

Sdraiarci per fotografarci lo stereo in bocca la penna accesa, quei nei fosforescenti. Che aspetteremo le tue astronavi, che aspetteremo le mie iniziali. E scriverci addosso le biografie.

Partire dai ringraziamenti e grazie per gli arrivederci e grazie per gli arrivederci.

La A e l’alfabeto

Questa teoria dei cataclismi mi prende troppe energie. I capelli crescono e imbiancano che sembro Evan Cliff o quel farabutto di Vincent Gallo mentre vorrei John Fante per migrare nei libri. Raccolgo ancora cotone la notte mentre tu accendi i tuoi bui, i tuoi polmoni neri con gli accendini come ai concerti di Vasco. Disegno T ribaltate sui fogli che si chiudono a riccio. E ancora non capisco le tue distanze. Questo mal d’africa di relazioni. E la tue risposte vaga, questa storia della A e dell’alfabeto indiano.

 

 

Risvegli

Le strade di Milano chiedono tempo.

Le tue gambe storte si alzano su un letto lontano.

Aprirai la finestra e perderai l’equilibrio per colpa del sonno.

Pioverà.

E i cortei dei lavoratori con gli striscioni a ombrello non ti saluteranno.

Le nonne si saranno alzate da tempo per lavorare a maglia.

E i quiz alla televisione.

Non me penserai.

Io te penserò.

Non me cercherai.

Io te cercherò.

Pioverà.

E i cortei dei lavoratori con gli striscioni a ombrello non ti saluteranno.

Gli studenti sui banchi fanno aerei di carta

che volano e precipitano

ti ricordi?

 

 

 

E questa storia del non sentirci quando ne abbiamo voglia chi ce l’ha messa in testa?

E questa storia del non sentirci quando ne abbiamo voglia chi ce l’ha messa in testa?

Le strategie per evitarci.

Per far asciugare le mutande quando fuori piove.

Quei libri gettati qua e là, che a leggerli vai in trans.

Se non lavori ti piove addosso e non puoi stenderti nei parchi.

Come i mille piedi dovremmo avere mille mani.

Per stringere i nostri maglioni fradici,

i punti neri sulla schiena,

per salire sui grattacieli e poi dirci

da qui sembra tutto più piccolo

un paesaggio fatto col lego.

E aspettare la notte

metterci i guanti per raccogliere le stelle

e gettarcele addosso per farci luce

nella discesa

e ci guardiamo dalle finestre con i soffitti alti.

Tocchiamo terra come le astronavi

Che i grattacieli continuano a crescere e noi li guardiamo dal basso

torneremo a casa a braccetto per dirci

dall’alto sembrava un cartone animato.