Archivio dell'autore: Marleo

E tu verrai. Da “Camera sola. Confessioni di un clandestino.”

(…) E tu verrai completamente nuda che quei vestiti ti fanno male.
Copriti le spalle che prendi freddo.
E và a dormire che prendi sonno.
Le tue tisane ti fanno male, non fanno neanche pisciare.
E il tuo pigiama blu, e le tue pecore dall’1 al 9 che il 10 è della notte, della fantasia, dei Diego, i Maradona e così sia.

Ho una sveglia nuova e mi sveglierò più tardi.
Non sarà presto più né tardi ormai.
Anche i miei sogni saranno di plastica e si proietteranno sul soffitto, li guarderò seduto sui pop-corn.

E ora bisogna andare. La sciarpa è appesa e mi ci impiccherò. Sembrerò ancora una volta quello che non sono, mangerò l’aria e metterò le scarpe con la testa alta che quelli come me non li fanno più Cuccuruccucù!
(…)

La prima volta. Da “Oggi, domani o dopodomani”

Giocò a nascondino dietro al portone.
Contò fino a dieci e poi mise la testa fuori: “Cucù!”.
Achille balzò all’indietro.
Lei lo abbracciò e gli diede due baci. Uno a destra e uno a sinistra. Sulle guance.
Lui non riuscì nemmeno a stringerla.
“Sei in ritardo.” Disse lei.
“Pensavo mi avessi ingannato. Non rispondevi più al telefono. Cosa dovevo suonare?”
“Nulla.”
“Nulla? Non mi dire che questa non è casa tua.”
“In un certo senso.”
Lui rise. “Cioè?”
“Sono in affitto. Sul citofono non c’è nulla, è bianco, l’ultimo in basso a destra.”
Non era poi strana come se l’aspettava.
“Pensavo di disegnarci sopra una balena, o magari una zucchina, una melanzana o una giostra, che dici?”
“Eh?”
“Balena, zucchina, melanzana, giostra?”
“Valentina e il tuo cognome, no?”
“Mi sembri banale signorino.”
“Normale.”
“Banale.”
“Mi prendi in giro?”
“Sì.”
Achille era fermo, impalato. Non aveva ancora guardato gli occhi di Valentina.
Guardava in alto la ringhiera che circondava il cortile.
Un gatto zampettava addosso a una cimice senza riuscire ad acchiapparla.
Una signora grassa bagnava fiori magri. L’acqua in eccesso si gettava dal balcone e moriva sull’asfalto.
Un vecchio attraversava il cortile.
“Buongiorno signor Bandini!” Salutò Valentina.
“Buongiorno piccola.” Farfugliò Bandini.
“Lui è il mio fidanzato.” Valentina presentò Achille.
“Beh, non proprio… Achille, piacere!”
Il vecchio lo squadrò dai piedi alla testa e dai capelli alle scarpe.
“Ti sei tagliato i capelli?”
“Eh sì, glieli ho tagliati io.”
“Brava.” Disse Bandini, e se ne andò.
“Vuoi stare qui ancora per molto? Sali dai.”
Valentina saltò le scale a due a due. Achille la seguiva guardando i nidi di rondine attaccati al soffitto.
“Grazie.”
“Il minimo.” Disse lei.
“Me li hai tagliati davvero bene.”
“Cosa?”
“I capelli!”
“Ah, ma no, senti, il signor Bandini è simpatico, scherziamo sempre. Ogni persona che viene a trovarmi gliela presento come mio fidanzato, anche una ragazza, poco importa, a lui interessa vedermi fidanzata e io gli dico che sono fidanzata così siamo contenti in due.” Infilò la chiave nella serratura.
“Ma sei fidanzata?”
“Certo!” Scomparve dietro la porta. “Non entri?”
“Permesso.”
Una luce blu.
Pareti panna. Sulla parete, disegnata a mano, una ragazzina modello Tim Burton teneva tra le mani un rocchetto. Al rocchetto era attaccato un filo; faceva il giro della stanza, si fermava sul soffitto ed esplodeva in un aquilone a forma di rombo, rosso.
“Non sei sulla luna!” Valentina gli diede un buffetto sul naso.
“Eh?”
“E’ una casa, non ne hai mai vista una?”
“Beh, così, no.”
“Vuoi guardarmi negli occhi?”
Gli prese il viso tra le mani e lo portò di fronte agli occhi. Si guardarono.
Lui fece per baciarla. Lei lo allontanò.
“Per chi mi hai preso?”
“Beh, in quei casi ci si bacia, no?”
“No. Vattene.”
Silenzio.
Lei scoppiò a ridere.
“Scherzo, scemo! Voi uomini proprio non capite niente, niente!”
“Di cosa?”
“Di cucina.”
“Davvero?”
“Ma sei normale? Di noi donne, del fantastico mondo in rosa.” Trasformò le corde vocali in un vocione degno di palcoscenico.

Achille! Achille datti una svegliata! Non sei un deficiente.
Voglio dire, con le donne ci sai fare. Poi che non te le porti a letto è un’altro discorso.
Hai fatto bene a provare a baciarla, lei voleva. Sicuro.
Ora rilassati, gioca anche tu. Sei là per quello, no?
Dai, forza! Duro, Duro! Divertiti. Ci sei anche tu. Ci sei anche tu!

“Allora? Si mangia o ordino due pizze?”
“Non ordini niente. Ti siedi. Prendi il tagliere e tagli le cipolle. Secondo cassetto il tagliere. Nel frigo le cipolle.”
“Non si tengono in frigo.”
“Lo so.”
“E perché sono in frigo?”
“Le ho comprate da venti minuti e sapevo di doverle consumare.”
“Piangerò?”
“Ti farà bene.”
Achille tagliò le cipolle a dadini. Preciso.
Valentina si muoveva per la stanza sulle punte, come una ballerina.
L’acqua bolliva.
Il forno mandava calore. Le melanzane alla parmigiana cuocevano.
La pasta da buttare.
L’acqua da salare.
L’odore di cipolla scavava tunnel nelle narici.
“Fai di tutto per non baciarmi.”
“Ah, la cipolla? Adesso vedrai che col latte non si sente.”
“Fai la pasta al latte?”
“Nel sugo ce ne metto un po’; lascia fare. Passami il curry.”
“No.”
“Passamelo gringo.”
“Vuoi avvelenarmi?”
“Malfidente.”
La pasta era pronta. Valentina infilzò due maccheroni con la forchetta.
Achille ci soffiò sopra, li prese tra le dita e li assaporò.
“Mm, pronti.”
Valentina prese due presine a forma di mano, spense il fuoco.
La tovaglia ospitava l’ombra di due girasoli.
Achille versò del vino rosso nei bicchieri ricavati dal contenitore di vetro della nutella.
Non riuscì a non notarlo. Valentina si era sporta un poco sul lavandino, la maglietta azzurra elastica si era alzata un poco e aveva lasciato scoperto un tatuaggio rosso con la scritta: “I can fly.”.
“Piuttosto banale.”
“Che?”
“I can fly.”
“Mi guardi il culo?” Valentina mischiava la pasta al sugo etnico. L’odore di curry sfondava le narici.
“Non sono solo io quello banale.”
“L’ho fatto in America, a 16 anni. Non lo rifarei più ma ormai sta là e se l’hai guardato vuol dire che ti piace.”
“Mi piace quello che c’è sotto ma la scritta è inguardabile.”
“Arraperebbe chiunque.”
“Qualsiasi sedicenne. Qualche ventenne allupato. Un trentenne stupido. Un quarantenne annoiato. Ora che ci penso… sì, arraperebbe chiunque.”
“Lo vedi? Banalità. E’ la chiave del potere.”
“La banalità arrapa, eccita, comanda e…”
“Filosofo, mangiamo?” Lo interruppe lei porgendogli il piatto.
Achille affondò la forchetta tra i maccheroni. Li portava alla bocca, schioccavano sul palato e rilasciavano il gusto ai lati della lingua. Non passarono tre minuti che il piatto di Achille fu pulito mentre quello di Valentina era ancora pieno.
“Cannibale. Vedo che ti piacciono?”
“Beh, sì scusa, mangio veloce, per lasciare più tempo ai discorsi, no?” Le accarezzò la mano.
Lei ricambiò la carezza. Poi prese tra le dita il bicchiere; lui fece lo stesso.
Insieme brindarono agli incontri. Batterono la base del vetro sul tavolo e bevvero. Lei tutto in un sorso. Lui appoggiò soltanto le labbra come galateo chiede.
“Niente male.” La guardò negli occhi e vuotò il bicchiere.
Prese la bottiglia. Riempì di nuovo i due bicchieri.
Si guardarono per pochi secondi, brindarono a loro due.
Batterono la base del vetro sul tavolo. Bevvero guardandosi.
Il forno trillò. Le melanzane erano pronte.
Mangiarono.
Parlarono molto.
Giocarono a prendersi in giro.
Lei gli parlò dell’infiammazione dei fori dei piercing.
Lui le raccontò di come è possibile fare un grande quadro fotocopiandosi le chiappe. Il difficile è trovare una fotocopiatrice. Poi si scannerizza e si modifica al computer.
Parlarono di film, libri letti e mangiati.
Parlarono di ex fidanzati. Di fidanzate irrequiete.
Di liti e di baci.
Di sesso e di amore.
Parlarono, parlarono tanto. Forse troppo.
Venne la notte, si sdraiarono. Lei sul divano, lui per terra, su un tappeto azzurro.
Una bottiglia di vino, la terza, li guardava dal tavolo della cucina.
Lo stereo batteva il ritmo elettronico di Aphex Twin.
Continuarono a parlare. D’amore, di morte e altre sciocchezze.

L’ultima volta da “Oggi, domani o dopodomani.”

“Ciao Ali!”
Ali le lancia la lingua addosso, lei la prende al volo e gli rilancia la sua.
La porta si chiude senza sforzo.
Una spallina, l’altra, il vestito scende con facilità. Lei alza un piede, poi l’altro. Prende il viso di Ali tra le cosce e appoggia le gambe sulle sue spalle. Lui gonfia i quadricipiti e la solleva da terra.
Arrivato ai piedi del letto la scaraventa giù dalle spalle.
L’impatto sul lenzuolo è sordo, due o tre assi saltano sul pavimento.
Ali si getta su Lory. Il materasso scivola giù dal letto. I due non ci fanno caso.
Ali sfila le mutandine a pois rossi di Lory, le appoggia tra i suoi capelli come una cuffia da bagno.
Lei si aggrappa con le unghie alla schiena nuda di lui. Poi le rilascia molli.
“Ciao Lory.” Ride Lorenzo scostando le nudità della moretta e accarezzandosi il pettorale destro.
“Come è andata in università?”
“Ali, basta.”
“Hai deciso di mollarla? Brava.”
“Io e te dico, basta.”
“Ah, io e te. Va bene.”
“Ti dico: basta tra noi è finita e tu mi dici “va bene”?”
“Cosa vuoi che ti dica?”
“Che ti dispiace.”
“Non mi dispiace”
“Neanche un po’?”
“Un po’”
“Sei tenero. Mi sono innamorata di un altro.”
“Ancora?”
“Sì.”
“E’ la terza volta questo mese.”
“Questa volta davvero. E’ sorprendente, guarda l’ho visto per caso, in uni, non è bello come te, ma…”
“Lo rifacciamo?”
“Che?”
“Sesso.”
“Non credo sia una buona idea.”
“L’ultima volta, come sempre. Per salutarci.”
“Sei più carino di lui quando fai così, lo sai?”
“Lo so. Allora? Poi mi aspettano in videoteca.”
“L’ultima volta?”
“L’ultima volta.”

Bello addio. Da “Camera sola, confessioni di un clandestino”.

(…) Tu che mi dici che sono impegnativo e una notte è stata nostra e nulla più che io ho la mia vita e tu sei tu, che siamo diversi come gemelli siamesi.
Tu e le tue nottate a mettere i dischi e a far ballare le tue tristezze tra i pacchi dei quarantenni con i sogni sdraiati alle Seychelles. Che una bottiglia di rosso non ti spaventa e poi perdio perdi il senno mi succhi le labbra e ti aggrappi alla mia giacca per poi dirmi è stato bello, addio. (….)

Latte alle ginocchia

Scriverti qui è latte alle ginocchia.
Ho perso i treni delle sei di mattina.
Ho pucciato i sensi nel caffè. La mattina mi graffia le palpebre.

Questo spazio asmatico mi toglie la vista.
Non vedo ancora. Non piango mai.
Tu, me e i miei zaini da rifare.
Le lenzuola da stirare. I calzini da rottamare.

C’è un desiderio di strada e di traffico. Di silenzio e ciminiere che fanno i pop corn.
Di lavandaie e trans. Giovani fuori dalle scuole e scuole fuori dai cimiteri.

Tu dove sei non lo so più, confondo l’io col tu. E il blu mi fa ancora sballare. Le cascine mi fanno ballare. E la dub non la metti mai.

Cercarti mi è difficile. Non mangio. Non bevo. Non fumo.
Inghiotto e non mastico per sentire meglio i profumi.

Io sono soltanto quello che cammina sola, col cappello tra i capelli. Il cellulare afono. Le spalle pesanti.
E i miei capelli si allungano come gli uccelli nelle notti insonni.

E tu non ci sei più. Non ci sei mai. Tu, me e i tuoi guai.
Che per le parole c’è lo spazio di una mattina o di una notte, e il tempo non sarà mai nostro perché possederlo?

Se ci credi le forze le trovi. Credere in cosa poi?
La Marlboro si consuma in fretta. C’è vento oggi.

Se vuoi leggi qui: c’è sotto il link.
“Camera sola” si chiama, il resto è capriccio da adolescenti.

Il tomo intero, qualche pagina stracciata, è dalle parti di China Town, tanto i cinesi non chiudono mai.

Mordo ancora il giorno. Sperando nel tuo bussare, sperando nel guaire di una porta e in un vicino curioso.

Aspetto. Ma il tempo va. Io no.

Sogni. Da “Oggi, domani o dopodomani”

Ci sono sere che dormiresti in piedi: le sere in cui tutto si fa lento, camminare diventa pesante, sedersi anche, le sere in cui hai lasciato o sei stato lasciato, le sere in cui hai tradito o sei stato tradito, le sere in cui hai sofferto, le sere in cui hai gioito di un tiro di sigaretta, di una poltrona comoda davanti a un film fatto col sangue.

Ci sono sere in cui dormiresti seduto: le sere in cui hai baciato ma sarebbe stato meglio non baciare, le sere in cui sei stato chiamato da chi non avrebbe dovuto chiamare, le sere in cui hai chiamato chi non avresti dovuto chiamare, le sere in cui hai letto un libro senza capirne una parola, le sere in cui ammiri numeri in salsa rosa e seni nudi su canali di provincia.

Ci sono sere in cui non dormiresti mai.

Beh, ecco, questa è una sera di quelle in cui una bottiglia di rosso e una terzina di Slalom strong ti costringono a dormire sdraiato mentre sai che un mal di testa e una patina biancastra ai lati delle labbra accompagneranno il tuo risveglio. Prezzo da pagare per una notte vissuta nei sorsi.

Questo è quello che pensavano ogni mattina Folli e Spina ma no, la mattina del 16 Marzo dell’anno zerosette non ebbero nemmeno il tempo, non riuscirono ad asciugarsi la pappina alla bocca. Nemmeno l’erezione mattutina rispettò i tempi prestabiliti. Niente fu più come prima.

La notte che separa il 15 marzo zerosette dal 16 marzo zerosette, invece, se la passarono bene. Eccome, entrambi. A furia del nominare la Senatrice dottoressa Croft e i rizzoni, i missili, i duroni infantili la furia ormonale si scaricò con forza.

Folli alle ore 1 quarantaquattro minuti e sette secondi sprofondò in due amene rotondità meglio conosciute col nome scientifico di mammelle. Le tettemammelle in questione, per morbidezza, colore ambrato, dimensione medio piccola dell’areola erano insindacabilmente quelle di Miss Garbini da Garbagnate, meglio conosciuta col nome di Noela.

Noela, puledra di razza pura, cresciuta a carote ben pelate e insalatina d’orto. Mulatta da parte di padre calabrese e nobile per sconosciuti meriti di madre, piemontese.

Le tette di Noela sono le classiche tette a clessidra, non vedi l’ora di rivederle e sai che probabilmente non le vedrai mai perché la contessina Noela è una che te le fa vedere, sì, te le fa desiderare ma poi se le tiene strette nel top ad aspettare le avances di qualche quarantenne cazzo moscio arrapato.

La clessidra, nel sogno, era andata in mille pezzi e il tempo era come sospeso.

Folli era libero di esplorare le dune lunari della contessina, le soppesava, ne riusciva ad intuire la forma col solo uso del tatto, avrebbe saputo distinguere il loro odore tra mille odori e il sapore, oh, il sapore… Ma non c’erano solo le tette ad accoglierlo: un ventre, una grotta, una tana, un’ostrica, una foresta, una capanna, una spalla, una coscia, un piede, l’ombelico, la lingua, saliva, una spalla, denti, e poi su giù e su e ancora giù, nel silenzio assoluto su e giù su e giù, nel silenzio assoluto: una mano. Soltanto una mano. E il suo movimento shakerato. Buonanotte Folli.

I knew a girl Her name was truth . She was a horrible liar. She could not spend one day alone. But she could not be satisfied. When you have everything/ You have everything to lose. She made herself A bed of nails And she is planning on putting it to use. Cause she had diamonds on the inside She had diamonds on the inside She had diamonds on the inside Diamonds”

Le 3.54 minuti e 02 secondi aspettavano Spina sull’attenti. Mentre Lory lo aspettava sui pattini a rotelle nel corridoio di un volo di linea Milano-Istanbul. Lory, fasciata da un abitino nero, uno scialle giallo a inquinarle il bel balcone scoperto.

Spina sale sull’aereo, Lory lo saluta con un cenno del capo. Lui si siede, stringe la cintura. Lei, in piedi, in mezzo al corridoio, muove le mani, indica i comandi di sicurezza. Si sfiora il seno mentre mostra le uscite di sicurezza, le cosce quando è il momento di allacciare le cinture. L’aereo decolla. Notte. Buio. Una mano slaccia la cintura di sicurezza di Spina, poi continua a slacciare. Spina si alza, la mano lo conduce per il corridoio, una porta metallica si spalanca a soffietto.

Ali soffia, sbuffa, ansima, tiene lo scialle tra i denti, digrigna, spinge, sbuffa, cavalca, la porta metallica si apre e tra le luci basse di una città notturna fa il suo ingresso nel bagno dei cieli anche sua maestà miss Noela, che sfodera una mossa da pecorella smarrita sotto gli occhi dei due.

Turbolenza. Allacciate le cinture. Il comandante vi rassicura, presto saremo sopra le nuvole e il volo proseguirà tranquillo. Spina gonfia il petto, prende fiato, mangia le nuvole.

Sweet home Alabama Where the skies are so blue Sweet Home Alabama Lord, I’m coming home to you…”

Tutto questo per dirti che ti è arrivato un sms, baby!

La mattina del 16 Marzo dell’anno zerosette nemmeno l’erezione mattutina rispettò i tempi prestabiliti. Niente fu più come prima.

Da “Camera Sola”

(…) E i tuoi pedi congelati per i supermercati.

I tacchi a punta di piedi per non farmi svegliare.

Strappami la barba.

Sei pallida al sole.

E il reggiseno non metterlo mai.

(…)

Da “Oggi, domani o dopodomani.”

E le code al supermercato?
E le code in automobile?
E le sveglie in ritardo?
Le ore passate su internet senza uno scopo?
Gli sms della notte?
I discorsi banali?
Gli incontri superficiali?
Il lettino solare?
L’epilazione?
La tv?
Quanto? Quantifica. Quanto hai vissuto della tua vita e quanto hai aspettato? Quantifica.
1/3? 1/4? 1/5? Metà?
Non era meglio arrivare in ritardo e godersela l’attesa?
Che vita è?
Il semaforo davanti alla stazione di Cadorna non diventa mai verde, mai! Giallo e rosso. Il giallo però si prolunga, per metterti fretta. Ragazzo, respira, respira!
“Ci sono anche io, ricordi?”
Ci sei anche tu.
Stai andando da lei. Un minuto prima, uno dopo, che importa?
L’attesa.
L’attesa non è un tempo vuoto.
Ora lei ti sta aspettando e tu la stai desiderando.
Goditelo questo desiderio disordinato, informe, strano.
Lei si sarà fatta una doccia, avrà messo una di quelle creme che usano le ragazze, si starà strappando qualche pelo, forse si truccherà, di certo si guarderà allo specchio.
Poi sistemerà casa, sceglierà un cd, sparpaglierà qualche libro strategico in modo che tu lo veda.
Sceglierà un vestito, anche un jeans, ma sarà per te.
Tutto, in quella stanza, sarà in funzione di te.
Non aver fretta, fallo per lei. Lasciale godere questi momenti, sono rari.
Non aver fretta, fallo per te. Goditi questo tuo viaggio, ti lamentavi che a Milano non si viaggia?
E’ la tua occasione questa: hai una meta, un incontro, una persona, “Ci sei anche tu, anche tu”.
“Paranoid Android”, l’elfo dell’Oxfordshire! Mr Tom Yorke gli urlava nelle orecchie.
Il treno sfrecciava tra le campagne dell’hinterland. Col finestrino abbassato l’aria si infilza negli occhi.
Si sistemò i capelli specchiandosi nel finestrino, muoveva la testa a ritmo di musica.
Si sforzò di tenere fermi gli occhi che quando guardi fuori dal finestrino senza che tu te ne accorga vanno un po’ dove pare a loro. Lo detestava. Voleva il controllo di tutto.

Da “Camera sola”

(…) E le tue frasi sottolineate alla Kerouac nei sotterranei dei treni che non arrivano più, dei nostri incontri mai risolti e un biglietto d’andata così non paghi il ritorno che quando te lo offro mi sento più grande.

Ho la barba di tre giorni e sembra un mese, ma tanto a te piace, come i barboni fuori dalle chiese.

(…) Tu e i tuoi Erasmus andati a male che hai paura della navigazione aerospaziale.

(…) Che chissà dove sarai e io non ti chiamerò mai se ci sarò se ci sarai.

E i locali argentini e i camerieri gay che ti guardano il culo e ti versano vino italiano ritagliando gli scarti per la chiusura.

(…)

Da “Camera Sola”

(…) Il computer è bianco e sa di mela. Questa è una novità dell’anno.

E i canili di periferia non abbaiano più e io e tu.

Il silenzio mi fa scrivere più forte. Abbatto i tasti e suono anche io, come Marlene i Kunz e i Ligabue.

Bello come non mai e forte nei Ray Ban come i Blue Ray e dammi da bere e poi sfidami e guardami che i belli come noi non rinascono più lo dice la tivù. (…)