Archivio dell'autore: Marleo

Volevo dirti

Volevo dirti che non so suonare.

Volevo dirti che non so ballare.

Che da piccolino era puro come l’acqua Levissima.

Volevo dirti Addio e ti ho detto Perché.

Volevo dirti Usciamo e m’è venuto male.

E tu mi hai detto che l’importante è come ti senti adesso.

Che ieri è solo un ricordo o un brutto sogno.

Che la mia bici è da sfigato.

E la mia barba è troppo lunga o troppo corta a seconda dei giorni.

A seconda dei giorni, ti rendi conto?

A seconda di come ti senti tu.

Volevo solo dirti che non so suonare.

Non ci volevo provare.

Non ci volevo provare.

Non sono capace di amare.

E a te continua a piacere il mare.

 

 

Donna mia

Con quelle scarpe sembri più trendy.
Non siamo in Francia.
Ti stanno bene.
Io odio le ballerine.
Quella tua amica le indossa. Con la punta in ferro, come i marines.
Il tuo ragazzo è un palazzo di città.
Troppo alto per abitarci.
Per guardare tutti dall’alto devi essere polvere.
Scendi, sù.
Che la vita sta nelle strade.
Lancerò il cappello in aria e con un salto lo infilzerai tra i capelli.
Ti sentirai più alta.
E’ questione di prospettive, donna sua.
Mi prude la guancia. Posso prendere un pugno oggi. Mi farà bene.
E’ lunedì sera e non farà troppo scalpore.
I giornali parleranno d’altro.
Ma lui se ne va e ti lascia qui nuda.
E un numero per non perdersi.
E un appuntamento da mancare.
Inforco la bici.
Mi cadono addosso le catene così inciampo un po’.
Che non la so saltare la corda.
Just to worn mi hai scritto.
Warn, con la A, come War. Che è una guerra.
Stai attenta la prossima volta.
Perché c’è sempre una prossima volta.

Ti ricordi?

Mi scatti una foto per ricordarti di andare a letto tardi.
Ti ricordi?
Ti ricordi quando correvo al parco per vederti?
Non faceva così caldo allora.
Nel silenzio cerco parole che non trovo -ti dicevo-.
Sei un Ligabue del nord -mi dicevi-.
E a te non piacciono i cantautori.
E a me non piace il roll.
Col tuo tabacco per inquinarti le dita.
E non mi mettere le mani in bocca.
Le latte moretti per arrampicarci le dita ed evitare i discorsi.
Ti nascondi come le auto nei parcheggi dei centri commerciali.
Ti ricordi?
Ti ricordi quando ti dissi:
ti ricordi?
Ti cercavo tra i distributori di sigarette che non fumerò mai
tanti guai.
Che sei così lontana che per raggiungerti dovrei imbarcarmi sull’orient express.
E intrufolarmi nei buchi che lascia il groviera.
E rimbalzare contro i tuoi muri.
Ti ricordi?

Discese

Lontana.
Alle feste di laurea col cappello.
Con le nostre cugine che emigrano in terre straniere.
Io che avrei dovuto tatuarmi da piccolo.
Io che avrei dovuto bucarmi da giovane.
Io che conservo un neo sulla guancia sinistra per ricordarmi chi sono.
E tu che respiri l’aria del mare.E delle fabbriche.
Che il colosseo dovrebbero demolirlo o farci un teatro.
Intanto i cani ci pisciano attorno.
Le alluvioni ci ricordano che siamo fragili.
E tu che mi dici con calma.
Sono invadente come l’odore dei freni.
E le discese non son fatte per me.

Il dolce arriva sempre alla fine

Odio gli hotel.
Questa stanza è stata nostra e nulla più.
E mi massaggi la schiena, e mi dici che a Parigi non ci sono i bidè e io ti rispondo embè.
E vorrei parlarti di quel film della televisione che non accendo mai, e mi dimentico i nomi.
Milano ci mangia addosso.
Milano ci getta le briciole dei bar.
Ti sei tatuata le sopracciglia per vederci meglio.
Odio gli hotel.
Ti porti una bottiglia d’acqua nella borse per difenderti dai miei deserti.
Dalle parole che non ti ho detto.
Dalle luci delle auto in corsa.
A Milano non ci sono semafori blu.
E io, e tu.
Diversi come i fili della corrente.
I pareggi come le bistecche sventolate davanti ai cani randagi.
Del Piero è sempre lui e lo riconosci e non chiedermi cos’è il quarto uomo.
Mettiti i calzoncini che prendi freddo.
Incarta le caramelle che il tempo passa e dobbiamo tenerci pronti.
Il dolce arriva sempre alla fine.

Cappello

E hai voglia a parlarmi di fortuna.
E cercarmi un quadrifoglio tra i capelli che vorresti più corti.
E il cappello non posarlo sul letto, stasera c’è Inter-Juve.
Va a finire che perdiamo, non beviamo.
Non scopiamo.
E i pidocchi di via Torino mangiano il sabato.
I cerini per accenderti le sigarette.
Le tue scarpe nuove.
Passo.

Paris, 2010. Luce su carta.

Paris, 2010. Luce su carta.

Broken phone. Da “Camera sola, confessioni di un clandestino.”

Rotto è rotto. Non si accende la luce.

Cellulare fottuto.

Che i DvD sono pronti

e numerarli dall’1 al 9 che il 10 è della fantasia, dei Diego, i Maradona e così sia.

Non squilla e non lo sento squillare e ormai non me ne importa niente

che una camera così bella non si era mai vista nemmeno nei romanzi di Kipling.

E le tue frasi sottolineate alla Kerouac nei sotterranei dei treni che non arrivano più,

dei nostri incontri mai risolti

e un biglietto d’andata così non paghi il ritorno

che quando te lo offro mi sento più grande.

Le tue ceramiche per gli amici e i forni delle vecchie milanesi a scaldare i tuoi colori già caldi e a cucinare capponi già cotti.

E i tuoi viaggi in transiberiana con una telefonata la notte per tenermi sveglio

e mi dici che accarezzi copertoni di bici,

che ogni tanto ti buchi,

e il tuo culetto ingioiellato, inguainato in pantaloni troppo stretti per le cene delle feste.

Che una x da schiacciare la trovo col binocolo tra le tue gambe storte.

IL RAZZISTA

libera scrittura da il racconto “Il razzista” di Annamaria Trevale

a Blue il mio cane che non c’è più

Che volete?

Che c’avete da guardarmi così?

Non c’è proprio niente da vedere.

Qui bisognerebbe spegnere tutte le luci e andare a dormire che le parole non servono sempre.

Non mi guardate.

Ora perché uno è nuovo e arriva qui c’ha una storia da raccontare?

E perché?

E poi… che ve ne frega a voi? Eh?

Siete dei poveretti quanto me, magari peggio.

Ma se serve a farvi stare meglio ve lo racconto come è andata. Passiamo il tempo prima che la luce si spenga.

Fuori è ancora freddo. Gli ultimi devono ancora arrivare.

E poi è un po’ che nessuno mi ascolta.

Otto chilometri a piedi erano davvero troppi.

Lei era in città. In città, sì. Ha sempre voluto abitare in città, almeno al sesto piano diceva lei per guardare finalmente tutti dall’alto e alla fine ce l’ha fatta.

Io cercavo un passaggio: “Ehi!” Dicevo, “Ehi, tu, amico mio!” Qualcuno accostava, mi guardava e se ne andava, manco fossi una puttana.

Qualcuno invece accostava, aspettava che mi avvicinassi alla porta… e se andava suonando il clacson!

Ero l’attrazione di via Sforza, quel cartello di cemento bianco mi stava dietro, come una lapide, come a dire “sforza, sei morto”, quando l’ho pensato la prima volta ho pure riso.

Poco però, poco, perché faceva un freddo porco e pure a ridere si faceva fatica.

Nevicava, l’aveva detto anche la radio.

Era molto che non nevicava qui.

E’ bianco è… bello.

Quando sei al caldo però.

Quando invece aspetti un passaggio è una sfiga perché la gente con la neve si mette fretta, sembra che tutti vogliano tornare a casa prima per guardarsela dalla finestra la neve. Non rispettano neanche i semafori, chi vuoi che si fermi, chi?

Autostop vuole dire, autostop! (alza il medio) non piglialo in culo bastardo -pensavo io-!

La neve brucia un poco sulla lingua, poi si scioglie.

Bianca e mi fa pensare a lei.

La prepari per bene, la scaldi. La stendi. Brucia. E poi ne senti l’odore, l’effetto che ti fa(sniffa) e via! E via, e via!

Inizia una storia d’amore. Lo sapete anche voi come funziona, no? Basta guardarvi.

Son solo ricordi, però, solo ricordi. Con lei io ho smesso.

Non faremo l’amore più. Mai più.

Non entrerà più dentro di me. Non ho bisogno di buchi, io.

Di nessun tipo di buchi.

La comunità te lo insegna. Qualcuno di voi c’è stato, vero? Sicuro qualcuno c’è stato.

Se c’è stato lo sa, nei buchi ci puoi soltanto cadere, affogarci come nella merda, e poi puoi solo afferrare una mano per rialzarti, se ne hai ancora la forza altrimenti da solo, da solo va a finire che mangi merda e a furia di mangiare merda muori nella tua stessa merda.

Non è una bella immagine, vero? O no? Ma funziona così.

Ma io sono forte, signori. Sono ancora forte, io.

Infatti ero là, coi piedi gelati, nella neve a cercare un passaggio per tornare a casa.

A cercare un lavoro per cercare una casa. Come, come la canzone:

Laurà per putet campà e campà per laurà. Campà!

Perché io una casa non ce l’ho. E’ ovvio, no? Come voi.

Esci dalla comunità, qualcuno è mai uscito dalla comunità?

Tu?

Va beh, insomma, tutto il tempo che sei dentro aspetti il momento di uscire, quando devi uscire ti caghi sotto e vuoi rimanere dentro, alla fine però ti costringono a uscire con una pacca sulla spalla, tante promesse, tutti che sorridono, il presidente ti dà la mano mentre tutti ‘sti bastardi sorridono con le loro facce da culo tutte schierate a guardarti andare via.

Come quando da bambino la maestra mi buttava fuori dalla classe e tutti i compagni miei mi sorridevano come a dire, a dire, sono cazzi tuoi.

E ora sono cazzi miei.

Io ce l’ho ancora la voglia, eh.

Non della roba, no, con quella ho smesso. Mi ha rovinato la vita.

No, ho voglia di un buco solo. Ciò anche di quello che c’è attorno al buco. Come con Mentos, le caramelle. Il buco con la menta intorno. Mentos. Ho voglia di fare ancora l’amore.

Quando fai l’amore a cinquant’anni è difficile che lo fai per strada.

Queste cose le lasciamo fare ai ragazzini.

Quando fai l’amore a cinquant’anni lo fai comodo, su un letto. E’ vero o no?

Oh, ma nessuno parla. Non l’avete mai fatto? Naaa.

Lei lo sapeva fare, Sara. Anche il suo letto era comodo. Molto meglio di questa branda. Molto.

Aveva delle belle mani, lunghe, un poco rovinate, ma ancora capaci di slacciarti i bottoni della camicia, di farti in nodo della cravatta e pure di disfarlo. Due nei sulla schiena.

Era bella, la più bella della comunità.

Era una cavalla da monta. Purosangue.

E prima o poi si sa la cavalla impazzisce. Io le vedevo alle corse.

Sono volubili, folli.

Un giorno vincono con mezza lunghezza e quello dopo, quando ti viene voglia di scommetterci sopra per sempre, perdono.

Beh, insomma, io e Sara usciamo dalla comunità, prima io, dopo un mese lei.

Trova subito un lavoro, fa le pulizie per un ufficio d’architetti.

E’ brava, e un culo così lo puoi guardare meglio quando una donna fa le pulizie, ve lo assicuro. Per quello l’hanno assunta. Gliel’ho pure detto.

Così ha i soldi per l’affitto. Mi porta a vivere con lei, al sesto piano. Guardiamo tutti dall’alto in basso.

La casa la pulisco io, lavo anche i piatti. Se lei mi dà i soldi, io vado anche a fare la spesa. So tutti i prezzi migliori, le offerte del mese, i premi con i punti.

Voi li sapete i premi con i punti? Che ci danno?

L’aspirapolvere hoover con 13000 punti più 90 euro, la sveglia salvanotte Beghelli con 9000 punti più 13 euro, lo sapeva signora? L’ombrello salvasole non mi ricordo la marca e via e via. Io li so quasi tutti. C’avevo pure il catalogo a casa.

Ogni tanto le portavo anche la colazione a letto a Sara, però vi consiglio di non farlo perché una mattina che le porto la colazione a letto, lei si sveglia, tira la tenda, guarda fuori e si piglia gli sguardi della gente che aspetta il tram. Si sistema la criniera, mi guarda e dice, dice: “Vattene.”

V’è mai capitato che una donna vi dica vattene quando le portate la colazione? Vi sembra una parola carina? Potrebbe dire grazie, tesoro, non mi va, ti sei dimenticato lo zucchero, cose così…Invece lei dice -mi ricordo le parole precise- :

Vattene via. E’ casa mia. Io lavoro, pago l’affitto, pago la spesa, ti compro pure le mutande. E’ mezzogiorno e tu sei ancora qua e il lavoro non t’arriva dentro casa. Vattene.” Lo dice mentre si sorseggia il caffè che le ho preparato.

Ma…

Niente ma.” Dice lei.

Ma come niente ma?

Che cazzo ci posso fare se ‘sti figli di puttana dei magrebini, dei senegalesi del cazzo c’hanno preso tutti i posti in fabbrica? Che cazzo ci posso fare se i miei ex colleghi sono in cassa integrazione, che cazzo ci posso fare se sono un ex drogato del cazzo, eh? Che ce l’ho scritto in faccia DROGATO?

Tu come fai a nasconderlo tu, eh? Fai gli occhietti dolci, muovi le labbra, eh?

Oh, guardami, guardami negli occhi, dov’è che ce l’ho scritto, dove, dove? Dove me l’hanno scritto che tutti lo sanno, tutti, tutti! Dove? Dove? Dove?

Dove vai?

Da Igor.”

Igor? Che cazzo di nome è Igor?” Le dico io.

E’ albanese. Quando ritorno non voglio trovarti qui. Addio.” Dice lei.

Mi prende il braccio. Mi bacia l’incavo del gomito.

Ecco, ecco dove si vede. Ecco qui, e qui. (Chiude le braccia)

(Suono della neve con la bocca.)

Che cazzo di nome è Igor?

Continua a nevicare e io non posso non pensare a Sara, anche se è una stronza.

In comunità ha nevicato una sola volta e quel giorno io e Sara abbiamo fatto l’amore nel bagno.

Per non pensarci mi accendo una sigaretta, una al giorno non fa male. Una al giorno per respirare.

(Suono di neve e sigaretta)

Poi un’auto m’abbaglia. Mi fa i fari, quasi a dirmi che deve superarmi. Che la mia vita va troppo piano per i suoi gusti. (un’auto lo abbaglia)

E tu che vuoi? Tu, dico, che vuoi? -Gli dico-.

Spegni ‘sti cazzo di fari, mica c’è nebbia. Oh, spegni.

Fratello, che cazzo vuoi?

Una berlina tedesca. Nera. Come quella di Igor. Sarà un altro albanese -penso io- Quelli che arrivano, ci rubano il lavoro e la prima cosa che fanno è comprarsi la macchina per scoparsi le nostre donne. O no? Eh?

Vattene stronzo, la carità da te non la voglio.

Smette di abbagliarmi e accosta.

Sali” -dice-

Salgo?”

(cenno d’assenso) “Mm, mm”

E tu chi sei? Non sei Igor.”

No.” mi dice lui.

Che vuoi?” gli dico io.

Sono un angelo nero.” mi dice lui.

Che vuoi angelo nero?” gli ridico io.

Era uno come voi, come te, o come te, solo… ricco. E negro.

Un negro del cazzo che può volere da me?

Fai l’autostop e mi chiedi che voglio? -dice lui- Dove devi andare?”

Oh gli interni son fatti bene. Sarà un 1800. C’ è pure la radica. Proprio un negro ricco mi doveva capitare?

In città, in città va bene.” gli dico io.

In città. Magari al sesto piano, penso io. Magari lei non ci sta più con quello, magari…. magari se trovo un lavoro torna da me, magari.

Sarà ricco, ma puzza ancora. Il sudore di negro lo riconosco a distanza.

E’ brizzolato. Capello corto. Dimostra trentacinque anni, ma ne avrà almeno cinquanta. L’abbronzatura ringiovanisce. Camicia bianca. Pantalone nero, la cravatta nera.

Tutti uguali si vestono ‘sti arricchiti che sembra di essere negli anni sessanta.

Vuoi una sigaretta? Dico io.

-Vuoi comprarmi con così poco?- dice lui rifiutandola.

Volevo essere gentile. -Dico io.-

-Ti porto fino a casa allora- dice lui.

Abbasso il finestrino automatico. Prendo l’accendisigari e fumo.

Non ce l’ho una casa, -dico io- devo cercare un posto per dormire questa notte.

Un hotel? Dice lui.

Getto la sigaretta sulla strada. Lo guardo.

Scherzavo, scusa. Ti capisco, mi dice lui.”

Era arrivato in Italia da bambino, il negretto, con qualche suo amico aveva deciso di investire nell’etnico che tanto piace ai pellebianca e aveva fatto fortuna. S’era portato qui tutti i parenti pellenera e la tribù ora viveva in una casa di proprietà.

Vuoi mangiare qualcosa, capo?”dice lui.

Fammi scendere, gli ho detto io.

Lui ha riso e con ‘sti denti bianchissimi mi fa: “E dunque ce l’hai già un posto dove dormire?”

Cazzi miei. Gli ho detto io.

E intanto mi guardavo la neve che non attaccava all’asfalto.

E intanto passiamo davanti all’ospedale, un’ambulanza accende le luci che sembra pronta per caricarmi.

Usciamo dalla tangenziale e io vedo il palazzo di Sara.

Non alzo lo sguardo.

Sarà stata sul balcone, a fumare, a scopare con l’albanese.

Abbasso di scatto la testa come se volessi nascondermi anche se era certo che mai avrebbe potuto vedermi.

La neve si accumulava sul parabrezza.

Amico” dice lui allungando un pacchetto di Chesterfield. E le parole me le ricordo precise:

Capisco che tu hai i tuoi problemi, ma se vuoi un posto decente per dormire stanotte, beh, io te lo posso procurare. Molti miei connazionali hanno il tuo problema. Se vuoi… non è un disturbo altrimenti ti saluto e amici come prima. Sigaretta?”

No. Dico io. Una al giorno non fa male. Tre sì.

Volevo essere gentile.” Dice facendomi il verso.

Il palazzo di Sara era ormai lontano.

E se mi avesse visto? In macchina con un negro?

Mi avrebbe compatito, mi avrebbe schifato, mi avrebbe lasciato.

Fu un attimo ma mi ero dimenticato che l’aveva fatto già, con l’ albanese di prima conosciuto mentre faceva le pulizie. Gente così sporca che fa le pulizie dico io è un controsenso, un paradosso.

Il negretto continua a guardarmi in attesa di una risposta:

Accetto grazie, ma niente sigaretta” dico io.

Smette di guardarmi, si mette la sigaretta in bocca, mette in moto e mi porta qui. Poi parla col tipo all’ingresso, mi fanno entrare ed eccomi qua. Questo è tutto.

Ve l’avevo detto, le parole mica servono sempre.

Quanto manca perché spengano la luce? Quanto?

Puzzate ragazzi, puzziamo. Dovremmo farci una doccia.

C’è un misto di puzzo, d’ italiani, d’albanesi, di negri, cinesi, magrebini, senegalesi… qui.

C’è un misto Qui. C’è un misto.

Qui dove ognuno si fa i cazzi suoi e ascolta le storie degli altri solo per prendere sonno certo che domani non se ne ricorderà, prenderà il suo sacco e ricomincerà il suo autostop per finire gettato in un altro inferno di salvezza magari accompagnato da ricco, sporco, fottuto, bastardo, gentile, amico…NEGRO.

Buonanotte.

Buio.

Frutto della passione. Al mio paese, alla vigilia del voto.

Io sono un ortolano.
Vendo frutta all’ingrosso e al dettaglio.
Io sono un ortolano, compro la frutta dai grossisti e la rivendo, un po’ come mi piace a me. Io sono un ortolano libero.
La rivendo a casa mia, che è grande, in campagna.
Io sono siciliano, ma vivo a Roma, da 10 anni. Però sono siciliano.
C’ho pure un negozio, che gestisce mio figlio che, poverino, non ha studiato. Però lavora e lavora bene lui sa fare pure due cose contemporaneamente, parla al telefonino e scarica le cassette delle arance.
Io sono siciliano e vendo solo arance rosse di Sicilia. Solo arance certificate. Solo arance della mia terra. Belle, rosse e buone.
Io sono un ortolano,ormai l’avete capito, ma sarebbe meglio dire che sono un fruttarolo.
Perché sì, ci sopravvivo con la verdura che non so da dove viene, che rivendo a prezzi imposti dal mercato, all’ingrosso e al dettaglio, MA, quando viene la giusta stagione vendo solo prodotti siciliani arance limoni della mia terra, delle mie piantagioni, doc, dop e tutta qualità. Bontà e bellezza.
I clienti ormai si fidano di me. Mi salutano, dicono, dicono: “fruttarolo! Dacci le arance bone, quelle che sai tu.” E io gliele do. Tutte arance rosse di Sicilia dei campi miei, doc, dop e così via.

Io quelle arance che se vendono al supermercato che sanno sciape, sanno del gusto del semolino, de na pastina col dado, io quelle mica le vendo, no. Quelle mai. Io sono un fruttarolo da 3 generazioni, mio padre fruttarolo, mio nonno fruttarolo, mio bisnonno fruttarolo.

Io c’ho pure una reputazione, un nome da difendere. La sicilianità è importante. E’ un modo di stare al mondo, noi siamo arance rosse succose bone belle tra tutto il mondo delle arance. Noi siamo per la bellezza e per la bontà, noi siamo per la cose naturali.
Noi. Noi. Noi. Io e mio fratello. Noi.
Ma ora Noi non si può dire più. No.
Mio fratello, pure lui fruttarolo, che stava in società, in famiglia con me, s’è sposato una donna, una bella donna del nord, bionda, con due meloni duri, con due melette al posto delle guance, una donna che se fosse un frutto te lo vorresti mangiare. Dice, dice ‘sta donna frutto, dice che lei non ci vuole stare tra le arance, a invecchiarsi tra gli alberelli, a pensare solo a ‘sti frutti rossi.
No, lei vuole essere come le sue amiche. Lei vuole guadagnare di più per avere una casa di proprietà.
Mio fratello allora dice, dice, basta, basta con sta vita da fruttaroli, con ste arance rosse di Sicilia, con la bellezza e la bontà del rosso. Na, basta. Vendiamo tutto, prendiamo le arance… chessò, africane, messicane, americane: costano di meno, ce se guadagna di più.
Dico io: No!
Che gli dico io al sor Giulio, la signora Enrica, il dottor Malorsi, quello basso chiatto con la battuta pronta, la sora Edda evvia evvia? Che gli dico? Dico a mio fratello. Le arance rosse son finite ora non siamo più per la bellezza e la bontà ora siamo per il mondo, lo scambio mondiale d’arance? Gli dico così? Poi quello s’assaggia l’arancia africana, messicana, americana e mi dice, c’è qualcosa che non va. Io io che gli dico, gli dico… però io guadagno di più? Tanto un’arancia vale l’altra. Lei stia tranquillo che sempre arance sono, solo che non sono più belle e buone, ma sono internazionali, sono dell’altra sponda. Dico io… è uguale. Sempre arance sono. Rosse o gialle che differenza fa?
Dice che gialli so i limoni e ‘na arancia gialla non si è vista mai.
Mio fratello fruttarolo dice, dice, è uguale, prima o poi s’abitueranno. In fondo il rosso è una convenzione, un colore pure invadente, pure, troppo riconoscibile. Giallo, il giallo è meglio. Meglio. Più pulito, più ordinario più, insomma, è meglio.
Io e mio fratello ora abbiamo litigato.
Noi, carne della stessa carne, noi, nati e cresciuti sotto il sole rosso di Sicilia.
Noi, amanti di bellezza è bontà, noi, ci siamo divisi.
Lui vende arance gialle per una multinazionale.
Io continua a vendere arance rosse di Sicilia, belle e buone ma pure care perché lui, i suoi campi, quelli della società, li ha venduti, li ha venduti al miglior offerente, così pure sua moglie è contenta. Pure le amiche di sua moglie. Pure i suoi amici che così lo vedono tutti i giorni al bar e si raccontano le barzellette.
Io sono un fruttarolo, vendo arance rosse solo al dettaglio, nei mercati rionali.
Ho chiuso il negozio. Mio figlio ora sta disoccupato. E sa sempre fare due cose contemporaneamente, solo che non gli serve più a niente. Mio figlio dice, dice, potevi andare con Zio papà, con lui magari trovo lavoro. Mangiati un’arancia dico io, che ti vuoi vendere bellezza, rosso e bontà tutti insieme, tutti in una volta?
Ora passa er dottor Malvolti quello basso, chiatto e con la battuta pronta dice: che me lo dai un pezzo de Sicilia? E io glielo do. “Voi c’avete dentro la vostra terra” mi dice lui. “Voi siete bellezza e bontà” dice lui e si mette le arance nel sacchetto. E mi dà le solite 5 euro. “Dottò, gli dico io, son 7 gli euro ora, stamo in crisi, mio fratello se n’è andato.” Quello mi guarda, dice, dice, tu mi vuoi fregare. Tu sei come tutti gli altri, tu vuoi guadagnare di più. E se ne va.
Mio figlio mi guarda dice… “papà, ma non potevi nascere zio?”. No. Chi nasce papà muore papà.
Pure se perdi?
Pure se perdi.

Morire per una passione, qualunque essa sia, nobilita una vita.
Aforisma.