IL RAZZISTA

libera scrittura da il racconto “Il razzista” di Annamaria Trevale

a Blue il mio cane che non c’è più

Che volete?

Che c’avete da guardarmi così?

Non c’è proprio niente da vedere.

Qui bisognerebbe spegnere tutte le luci e andare a dormire che le parole non servono sempre.

Non mi guardate.

Ora perché uno è nuovo e arriva qui c’ha una storia da raccontare?

E perché?

E poi… che ve ne frega a voi? Eh?

Siete dei poveretti quanto me, magari peggio.

Ma se serve a farvi stare meglio ve lo racconto come è andata. Passiamo il tempo prima che la luce si spenga.

Fuori è ancora freddo. Gli ultimi devono ancora arrivare.

E poi è un po’ che nessuno mi ascolta.

Otto chilometri a piedi erano davvero troppi.

Lei era in città. In città, sì. Ha sempre voluto abitare in città, almeno al sesto piano diceva lei per guardare finalmente tutti dall’alto e alla fine ce l’ha fatta.

Io cercavo un passaggio: “Ehi!” Dicevo, “Ehi, tu, amico mio!” Qualcuno accostava, mi guardava e se ne andava, manco fossi una puttana.

Qualcuno invece accostava, aspettava che mi avvicinassi alla porta… e se andava suonando il clacson!

Ero l’attrazione di via Sforza, quel cartello di cemento bianco mi stava dietro, come una lapide, come a dire “sforza, sei morto”, quando l’ho pensato la prima volta ho pure riso.

Poco però, poco, perché faceva un freddo porco e pure a ridere si faceva fatica.

Nevicava, l’aveva detto anche la radio.

Era molto che non nevicava qui.

E’ bianco è… bello.

Quando sei al caldo però.

Quando invece aspetti un passaggio è una sfiga perché la gente con la neve si mette fretta, sembra che tutti vogliano tornare a casa prima per guardarsela dalla finestra la neve. Non rispettano neanche i semafori, chi vuoi che si fermi, chi?

Autostop vuole dire, autostop! (alza il medio) non piglialo in culo bastardo -pensavo io-!

La neve brucia un poco sulla lingua, poi si scioglie.

Bianca e mi fa pensare a lei.

La prepari per bene, la scaldi. La stendi. Brucia. E poi ne senti l’odore, l’effetto che ti fa(sniffa) e via! E via, e via!

Inizia una storia d’amore. Lo sapete anche voi come funziona, no? Basta guardarvi.

Son solo ricordi, però, solo ricordi. Con lei io ho smesso.

Non faremo l’amore più. Mai più.

Non entrerà più dentro di me. Non ho bisogno di buchi, io.

Di nessun tipo di buchi.

La comunità te lo insegna. Qualcuno di voi c’è stato, vero? Sicuro qualcuno c’è stato.

Se c’è stato lo sa, nei buchi ci puoi soltanto cadere, affogarci come nella merda, e poi puoi solo afferrare una mano per rialzarti, se ne hai ancora la forza altrimenti da solo, da solo va a finire che mangi merda e a furia di mangiare merda muori nella tua stessa merda.

Non è una bella immagine, vero? O no? Ma funziona così.

Ma io sono forte, signori. Sono ancora forte, io.

Infatti ero là, coi piedi gelati, nella neve a cercare un passaggio per tornare a casa.

A cercare un lavoro per cercare una casa. Come, come la canzone:

Laurà per putet campà e campà per laurà. Campà!

Perché io una casa non ce l’ho. E’ ovvio, no? Come voi.

Esci dalla comunità, qualcuno è mai uscito dalla comunità?

Tu?

Va beh, insomma, tutto il tempo che sei dentro aspetti il momento di uscire, quando devi uscire ti caghi sotto e vuoi rimanere dentro, alla fine però ti costringono a uscire con una pacca sulla spalla, tante promesse, tutti che sorridono, il presidente ti dà la mano mentre tutti ‘sti bastardi sorridono con le loro facce da culo tutte schierate a guardarti andare via.

Come quando da bambino la maestra mi buttava fuori dalla classe e tutti i compagni miei mi sorridevano come a dire, a dire, sono cazzi tuoi.

E ora sono cazzi miei.

Io ce l’ho ancora la voglia, eh.

Non della roba, no, con quella ho smesso. Mi ha rovinato la vita.

No, ho voglia di un buco solo. Ciò anche di quello che c’è attorno al buco. Come con Mentos, le caramelle. Il buco con la menta intorno. Mentos. Ho voglia di fare ancora l’amore.

Quando fai l’amore a cinquant’anni è difficile che lo fai per strada.

Queste cose le lasciamo fare ai ragazzini.

Quando fai l’amore a cinquant’anni lo fai comodo, su un letto. E’ vero o no?

Oh, ma nessuno parla. Non l’avete mai fatto? Naaa.

Lei lo sapeva fare, Sara. Anche il suo letto era comodo. Molto meglio di questa branda. Molto.

Aveva delle belle mani, lunghe, un poco rovinate, ma ancora capaci di slacciarti i bottoni della camicia, di farti in nodo della cravatta e pure di disfarlo. Due nei sulla schiena.

Era bella, la più bella della comunità.

Era una cavalla da monta. Purosangue.

E prima o poi si sa la cavalla impazzisce. Io le vedevo alle corse.

Sono volubili, folli.

Un giorno vincono con mezza lunghezza e quello dopo, quando ti viene voglia di scommetterci sopra per sempre, perdono.

Beh, insomma, io e Sara usciamo dalla comunità, prima io, dopo un mese lei.

Trova subito un lavoro, fa le pulizie per un ufficio d’architetti.

E’ brava, e un culo così lo puoi guardare meglio quando una donna fa le pulizie, ve lo assicuro. Per quello l’hanno assunta. Gliel’ho pure detto.

Così ha i soldi per l’affitto. Mi porta a vivere con lei, al sesto piano. Guardiamo tutti dall’alto in basso.

La casa la pulisco io, lavo anche i piatti. Se lei mi dà i soldi, io vado anche a fare la spesa. So tutti i prezzi migliori, le offerte del mese, i premi con i punti.

Voi li sapete i premi con i punti? Che ci danno?

L’aspirapolvere hoover con 13000 punti più 90 euro, la sveglia salvanotte Beghelli con 9000 punti più 13 euro, lo sapeva signora? L’ombrello salvasole non mi ricordo la marca e via e via. Io li so quasi tutti. C’avevo pure il catalogo a casa.

Ogni tanto le portavo anche la colazione a letto a Sara, però vi consiglio di non farlo perché una mattina che le porto la colazione a letto, lei si sveglia, tira la tenda, guarda fuori e si piglia gli sguardi della gente che aspetta il tram. Si sistema la criniera, mi guarda e dice, dice: “Vattene.”

V’è mai capitato che una donna vi dica vattene quando le portate la colazione? Vi sembra una parola carina? Potrebbe dire grazie, tesoro, non mi va, ti sei dimenticato lo zucchero, cose così…Invece lei dice -mi ricordo le parole precise- :

Vattene via. E’ casa mia. Io lavoro, pago l’affitto, pago la spesa, ti compro pure le mutande. E’ mezzogiorno e tu sei ancora qua e il lavoro non t’arriva dentro casa. Vattene.” Lo dice mentre si sorseggia il caffè che le ho preparato.

Ma…

Niente ma.” Dice lei.

Ma come niente ma?

Che cazzo ci posso fare se ‘sti figli di puttana dei magrebini, dei senegalesi del cazzo c’hanno preso tutti i posti in fabbrica? Che cazzo ci posso fare se i miei ex colleghi sono in cassa integrazione, che cazzo ci posso fare se sono un ex drogato del cazzo, eh? Che ce l’ho scritto in faccia DROGATO?

Tu come fai a nasconderlo tu, eh? Fai gli occhietti dolci, muovi le labbra, eh?

Oh, guardami, guardami negli occhi, dov’è che ce l’ho scritto, dove, dove? Dove me l’hanno scritto che tutti lo sanno, tutti, tutti! Dove? Dove? Dove?

Dove vai?

Da Igor.”

Igor? Che cazzo di nome è Igor?” Le dico io.

E’ albanese. Quando ritorno non voglio trovarti qui. Addio.” Dice lei.

Mi prende il braccio. Mi bacia l’incavo del gomito.

Ecco, ecco dove si vede. Ecco qui, e qui. (Chiude le braccia)

(Suono della neve con la bocca.)

Che cazzo di nome è Igor?

Continua a nevicare e io non posso non pensare a Sara, anche se è una stronza.

In comunità ha nevicato una sola volta e quel giorno io e Sara abbiamo fatto l’amore nel bagno.

Per non pensarci mi accendo una sigaretta, una al giorno non fa male. Una al giorno per respirare.

(Suono di neve e sigaretta)

Poi un’auto m’abbaglia. Mi fa i fari, quasi a dirmi che deve superarmi. Che la mia vita va troppo piano per i suoi gusti. (un’auto lo abbaglia)

E tu che vuoi? Tu, dico, che vuoi? -Gli dico-.

Spegni ‘sti cazzo di fari, mica c’è nebbia. Oh, spegni.

Fratello, che cazzo vuoi?

Una berlina tedesca. Nera. Come quella di Igor. Sarà un altro albanese -penso io- Quelli che arrivano, ci rubano il lavoro e la prima cosa che fanno è comprarsi la macchina per scoparsi le nostre donne. O no? Eh?

Vattene stronzo, la carità da te non la voglio.

Smette di abbagliarmi e accosta.

Sali” -dice-

Salgo?”

(cenno d’assenso) “Mm, mm”

E tu chi sei? Non sei Igor.”

No.” mi dice lui.

Che vuoi?” gli dico io.

Sono un angelo nero.” mi dice lui.

Che vuoi angelo nero?” gli ridico io.

Era uno come voi, come te, o come te, solo… ricco. E negro.

Un negro del cazzo che può volere da me?

Fai l’autostop e mi chiedi che voglio? -dice lui- Dove devi andare?”

Oh gli interni son fatti bene. Sarà un 1800. C’ è pure la radica. Proprio un negro ricco mi doveva capitare?

In città, in città va bene.” gli dico io.

In città. Magari al sesto piano, penso io. Magari lei non ci sta più con quello, magari…. magari se trovo un lavoro torna da me, magari.

Sarà ricco, ma puzza ancora. Il sudore di negro lo riconosco a distanza.

E’ brizzolato. Capello corto. Dimostra trentacinque anni, ma ne avrà almeno cinquanta. L’abbronzatura ringiovanisce. Camicia bianca. Pantalone nero, la cravatta nera.

Tutti uguali si vestono ‘sti arricchiti che sembra di essere negli anni sessanta.

Vuoi una sigaretta? Dico io.

-Vuoi comprarmi con così poco?- dice lui rifiutandola.

Volevo essere gentile. -Dico io.-

-Ti porto fino a casa allora- dice lui.

Abbasso il finestrino automatico. Prendo l’accendisigari e fumo.

Non ce l’ho una casa, -dico io- devo cercare un posto per dormire questa notte.

Un hotel? Dice lui.

Getto la sigaretta sulla strada. Lo guardo.

Scherzavo, scusa. Ti capisco, mi dice lui.”

Era arrivato in Italia da bambino, il negretto, con qualche suo amico aveva deciso di investire nell’etnico che tanto piace ai pellebianca e aveva fatto fortuna. S’era portato qui tutti i parenti pellenera e la tribù ora viveva in una casa di proprietà.

Vuoi mangiare qualcosa, capo?”dice lui.

Fammi scendere, gli ho detto io.

Lui ha riso e con ‘sti denti bianchissimi mi fa: “E dunque ce l’hai già un posto dove dormire?”

Cazzi miei. Gli ho detto io.

E intanto mi guardavo la neve che non attaccava all’asfalto.

E intanto passiamo davanti all’ospedale, un’ambulanza accende le luci che sembra pronta per caricarmi.

Usciamo dalla tangenziale e io vedo il palazzo di Sara.

Non alzo lo sguardo.

Sarà stata sul balcone, a fumare, a scopare con l’albanese.

Abbasso di scatto la testa come se volessi nascondermi anche se era certo che mai avrebbe potuto vedermi.

La neve si accumulava sul parabrezza.

Amico” dice lui allungando un pacchetto di Chesterfield. E le parole me le ricordo precise:

Capisco che tu hai i tuoi problemi, ma se vuoi un posto decente per dormire stanotte, beh, io te lo posso procurare. Molti miei connazionali hanno il tuo problema. Se vuoi… non è un disturbo altrimenti ti saluto e amici come prima. Sigaretta?”

No. Dico io. Una al giorno non fa male. Tre sì.

Volevo essere gentile.” Dice facendomi il verso.

Il palazzo di Sara era ormai lontano.

E se mi avesse visto? In macchina con un negro?

Mi avrebbe compatito, mi avrebbe schifato, mi avrebbe lasciato.

Fu un attimo ma mi ero dimenticato che l’aveva fatto già, con l’ albanese di prima conosciuto mentre faceva le pulizie. Gente così sporca che fa le pulizie dico io è un controsenso, un paradosso.

Il negretto continua a guardarmi in attesa di una risposta:

Accetto grazie, ma niente sigaretta” dico io.

Smette di guardarmi, si mette la sigaretta in bocca, mette in moto e mi porta qui. Poi parla col tipo all’ingresso, mi fanno entrare ed eccomi qua. Questo è tutto.

Ve l’avevo detto, le parole mica servono sempre.

Quanto manca perché spengano la luce? Quanto?

Puzzate ragazzi, puzziamo. Dovremmo farci una doccia.

C’è un misto di puzzo, d’ italiani, d’albanesi, di negri, cinesi, magrebini, senegalesi… qui.

C’è un misto Qui. C’è un misto.

Qui dove ognuno si fa i cazzi suoi e ascolta le storie degli altri solo per prendere sonno certo che domani non se ne ricorderà, prenderà il suo sacco e ricomincerà il suo autostop per finire gettato in un altro inferno di salvezza magari accompagnato da ricco, sporco, fottuto, bastardo, gentile, amico…NEGRO.

Buonanotte.

Buio.

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