Frutto della passione. Al mio paese, alla vigilia del voto.

Io sono un ortolano.
Vendo frutta all’ingrosso e al dettaglio.
Io sono un ortolano, compro la frutta dai grossisti e la rivendo, un po’ come mi piace a me. Io sono un ortolano libero.
La rivendo a casa mia, che è grande, in campagna.
Io sono siciliano, ma vivo a Roma, da 10 anni. Però sono siciliano.
C’ho pure un negozio, che gestisce mio figlio che, poverino, non ha studiato. Però lavora e lavora bene lui sa fare pure due cose contemporaneamente, parla al telefonino e scarica le cassette delle arance.
Io sono siciliano e vendo solo arance rosse di Sicilia. Solo arance certificate. Solo arance della mia terra. Belle, rosse e buone.
Io sono un ortolano,ormai l’avete capito, ma sarebbe meglio dire che sono un fruttarolo.
Perché sì, ci sopravvivo con la verdura che non so da dove viene, che rivendo a prezzi imposti dal mercato, all’ingrosso e al dettaglio, MA, quando viene la giusta stagione vendo solo prodotti siciliani arance limoni della mia terra, delle mie piantagioni, doc, dop e tutta qualità. Bontà e bellezza.
I clienti ormai si fidano di me. Mi salutano, dicono, dicono: “fruttarolo! Dacci le arance bone, quelle che sai tu.” E io gliele do. Tutte arance rosse di Sicilia dei campi miei, doc, dop e così via.

Io quelle arance che se vendono al supermercato che sanno sciape, sanno del gusto del semolino, de na pastina col dado, io quelle mica le vendo, no. Quelle mai. Io sono un fruttarolo da 3 generazioni, mio padre fruttarolo, mio nonno fruttarolo, mio bisnonno fruttarolo.

Io c’ho pure una reputazione, un nome da difendere. La sicilianità è importante. E’ un modo di stare al mondo, noi siamo arance rosse succose bone belle tra tutto il mondo delle arance. Noi siamo per la bellezza e per la bontà, noi siamo per la cose naturali.
Noi. Noi. Noi. Io e mio fratello. Noi.
Ma ora Noi non si può dire più. No.
Mio fratello, pure lui fruttarolo, che stava in società, in famiglia con me, s’è sposato una donna, una bella donna del nord, bionda, con due meloni duri, con due melette al posto delle guance, una donna che se fosse un frutto te lo vorresti mangiare. Dice, dice ‘sta donna frutto, dice che lei non ci vuole stare tra le arance, a invecchiarsi tra gli alberelli, a pensare solo a ‘sti frutti rossi.
No, lei vuole essere come le sue amiche. Lei vuole guadagnare di più per avere una casa di proprietà.
Mio fratello allora dice, dice, basta, basta con sta vita da fruttaroli, con ste arance rosse di Sicilia, con la bellezza e la bontà del rosso. Na, basta. Vendiamo tutto, prendiamo le arance… chessò, africane, messicane, americane: costano di meno, ce se guadagna di più.
Dico io: No!
Che gli dico io al sor Giulio, la signora Enrica, il dottor Malorsi, quello basso chiatto con la battuta pronta, la sora Edda evvia evvia? Che gli dico? Dico a mio fratello. Le arance rosse son finite ora non siamo più per la bellezza e la bontà ora siamo per il mondo, lo scambio mondiale d’arance? Gli dico così? Poi quello s’assaggia l’arancia africana, messicana, americana e mi dice, c’è qualcosa che non va. Io io che gli dico, gli dico… però io guadagno di più? Tanto un’arancia vale l’altra. Lei stia tranquillo che sempre arance sono, solo che non sono più belle e buone, ma sono internazionali, sono dell’altra sponda. Dico io… è uguale. Sempre arance sono. Rosse o gialle che differenza fa?
Dice che gialli so i limoni e ‘na arancia gialla non si è vista mai.
Mio fratello fruttarolo dice, dice, è uguale, prima o poi s’abitueranno. In fondo il rosso è una convenzione, un colore pure invadente, pure, troppo riconoscibile. Giallo, il giallo è meglio. Meglio. Più pulito, più ordinario più, insomma, è meglio.
Io e mio fratello ora abbiamo litigato.
Noi, carne della stessa carne, noi, nati e cresciuti sotto il sole rosso di Sicilia.
Noi, amanti di bellezza è bontà, noi, ci siamo divisi.
Lui vende arance gialle per una multinazionale.
Io continua a vendere arance rosse di Sicilia, belle e buone ma pure care perché lui, i suoi campi, quelli della società, li ha venduti, li ha venduti al miglior offerente, così pure sua moglie è contenta. Pure le amiche di sua moglie. Pure i suoi amici che così lo vedono tutti i giorni al bar e si raccontano le barzellette.
Io sono un fruttarolo, vendo arance rosse solo al dettaglio, nei mercati rionali.
Ho chiuso il negozio. Mio figlio ora sta disoccupato. E sa sempre fare due cose contemporaneamente, solo che non gli serve più a niente. Mio figlio dice, dice, potevi andare con Zio papà, con lui magari trovo lavoro. Mangiati un’arancia dico io, che ti vuoi vendere bellezza, rosso e bontà tutti insieme, tutti in una volta?
Ora passa er dottor Malvolti quello basso, chiatto e con la battuta pronta dice: che me lo dai un pezzo de Sicilia? E io glielo do. “Voi c’avete dentro la vostra terra” mi dice lui. “Voi siete bellezza e bontà” dice lui e si mette le arance nel sacchetto. E mi dà le solite 5 euro. “Dottò, gli dico io, son 7 gli euro ora, stamo in crisi, mio fratello se n’è andato.” Quello mi guarda, dice, dice, tu mi vuoi fregare. Tu sei come tutti gli altri, tu vuoi guadagnare di più. E se ne va.
Mio figlio mi guarda dice… “papà, ma non potevi nascere zio?”. No. Chi nasce papà muore papà.
Pure se perdi?
Pure se perdi.

Morire per una passione, qualunque essa sia, nobilita una vita.
Aforisma.

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