Lo skyline di Manhattan

C’è un cane che abbaia giù in fondo alla strada. Le lavandaie lavano. Odore di sapone e finestre aperte. Tu alzi una mano per salutare, sorridi con quei tuoi denti che paiono lo skyline di Manhattan. C’è il tuo neo che saltella per strada, lo prendo al volo e me l’appiccico sulla guancia, ora ci assomigliamo un po’. Ti ho detto l’ho sentito dal primo momento che eravamo come il pane e il pomodoro, mi hai risposto io no e poi hai infilato la testa sotto al tavolo. Non mi guardare hai detto, non posso fare altrimenti, ho detto io. Proprio “altrimenti” ho detto. Da quel momento in poi la mia esistenza è cambiata. Non ero più solo al mondo, non c’eri nemmeno tu al mio fianco. Una valanga di pensieri e una tempesta di vorrei, mi sono tagliato i capelli due volte per cercare di non riconoscermi, per confondermi ai tanti. Ho fallito. Ora mi guardo allo specchio e mi riconosco e dico sono questo qua, soltanto questo, se ti basta appoggiami ancora il mento sulla spalla. Ti penso e mi appare la tua immagine come dentro al caleidoscopio. Cazzo che fatica scrivere una parola così. C’era la luna blu nel cielo, hanno detto, qui era nascosta da nuvole scure, ho aspettato tutta la notte che tu mi scrivessi: guarda il cielo. Non l’hai fatto, ma non importa, sai, era un modo come un altro per farti entrare nei miei giorni, per sentirmi più leggero, che le ali ce le ho ma manca il vento. Ho amici dappertutto, la provincia sotto questo punto di vista è un bell’aiuto.

Lo sai cos’è il duende?

C’è chi non sa piangere davanti a una poesia, chi invece lacrima per l’emozione di un regalo ricevuto, di una nuova nascita e così via. Sto diventando così banale che ora potrei chiederti quanti siamo nel mondo, tu risponderesti che non lo sai, andremmo a cercarlo su Google e poi diremmo tra tutti questi noi. E io scoppierei a ridere e tu anche e mi diresti andiamo alle terme e ti direi basta un asciugamano bianco e mi chiederesti se ce la stiamo facendo ad assomigliare a tutti gli altri. Allora ti porterei in Rinascente e così, davanti all’ennesimo specchio, ti direi: eccoci qui. E tu non ti nasconderesti più ma proveresti le tue mille espressioni. Me lo rubi un vestito? Al massimo te lo regalo, ti direi io. E giocheremmo come fanno le coppie a cambiarci d’abito e sfilare fuori dai camerini aspettando un giudizio e uno sguardo. Facciamo come in quel film e corriamo fuori e facciamo suonare gli allarmi di tutta la città? Io me lo immagino ma poi non ho il coraggio. Tu non ci pensi e lo fai, io ti rincorro e prima di raggiungerti pago. Così litighiamo e mi chiedi perché lo hai fatto? Per il “quieto vivere” rispondo io. E tu t’incazzi. Sei così bella arrabbiata. Siamo come tutti gli altri, siamo come tutti gli altri, siamo come tutti gli altri. Solo che tu hai un numero imprecisato di lentiggini, quante altre come te? Solo che ho un numero imprecisato di parole che combino a caso e per fortuna tu ci capisci qualcosa e non hai paura e ti avvicini. O hai paura e ti allontani? E ora dove sei? Non lo so più.

Foto: © Tomas Deszo

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