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Suono libero

Quando non rispondi, quando non ci sei o quando il telefono suona tre volte e non sento la tua voce e vuol dire che non hai voglia di sentirmi, beh, io lascio squillare finché parte la segreteria telefonica. Non credere mi aspetti che tu schiacci il tasto verde all’ultimo per sorprendermi, no, non credere che voglia bussare alla tua porta con insistenza. Quel TU TU fatto per accordarci le chitarre, quel TU TU dal ritmo sempre uguale, nel gergo nostro viene chiamato suono “libero” e tu lo sai che io inseguo la libertà.

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I piumoni sono sempre troppo corti

Mi ha svegliato il pensiero di te. Che poi mi sei scivolata addosso e ti sei sbucciata le guance. Come la spieghiamo questa? Hai voglia a dirmi che esistiamo solo nei racconti degli altri. E queste solitudini? Le chiamate perse dietro ai distributori automatici del latte delle nostre mucche bianche venute dallo spazio. Quei messaggi subliminali che ci lanciamo addosso come palle di neve e si sciolgono negli intestini per il ricambio dell’acqua appena svegli. I piumoni sono sempre troppo corti lo sai. E ci svegliamo ancora con l’ansia per i compiti non fatti. Copieremo i graffiti alle fermate dei tram che rimpiangiamo il futuro d’un tempo. L’odissea del 2011 inizia qui, con quei jeans che ci siamo tatuati addosso. Con l’inchiostro che usiamo per firmare gli assegni, per pagare questi affitti che ci salutano sempre per primi anche se facciamo finta di non vederli. E domani anche i sogni saranno tranquilli e avremo risolto il problema della lunghezza dei piumoni.

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Solo per questa notte

Le mie gengive al tabacco per la tua pasta di mezzanotte. Con quei cappelli che portiamo storti per guardarci attraverso. Raccogliamo da terra le parole per giocarci un po’, per non diventare grandi in fretta. E ascoltiamo le storie dei vecchi mettendoci le dita nel naso. La lingua infilzata nei condom per parlare della mia Africa, di quel sud America che hai visto in cartolina mentre i mariachi cantano i nostri addii e le auto frenano appena in tempo. E poi ti spiegherò e poi mi spiegherai. E i campanili suonano, le messe cominciano e tu non ci sei mai, dormirai. E per questa notte i tuoi capelli appoggiali al cuscino.

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Darling da “10. Camera sola. Confessioni di un clandestino.”

E per non essere in ritardo mi sono svegliato tre volte

che nemmeno l’erezione mattutina rispetta i tempi prestabiliti.

E ho acceso la luce per controllare gli argini

e i desideri affogano le pantofole.

Che ancora la vista atomica ce l’hanno solo gli occhiali dei multisala 3D.

E i miei capelli che cadono in valanghe senza avvisare

e investono ritenzioni idriche e voglie di vino rosso.

Che investano te che non ci sei, che i tuoi capelli sono distratti e schivi e a a tirarteli ci scoperchi la pentola dei tuoi minestroni al farro.

Mi fai mettere il cappuccio per proteggermi dal freddo

che a furia di stare fuori ti prendi il mal di gola!

Per proteggermi dalle labbra dai risucchi che fai col cucchiaio

incapace come sei di un bacio morbido che lo yoga rilassa e il tantra ti fotte, mia darling.

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E ora è quasi notte e mai primavera

Gli amici sono in casa e la pentola bolle. Gli avanzi del Natale non fanno per noi. Porto i maglioni lunghi dei ragazzi tristi tristissimi. Quando mi hai chiesto dello xanax per calmarti che qui vicino mi abbuffo di pensieri. E intanto in Brasile ballano i processi e per calmarti dovrei venire a prenderti con le macchine che non ho mai incontrato che non ho mai comprato e tu mi dici che dovrebbero liberarti che forse chiederemo la grazia all’hotel President dove si accoppiano le panchine che incontro il mattino mentre corro al parco Sempione. E ora è quasi notte e mai primavera.

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