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Latte alle ginocchia

Scriverti qui è latte alle ginocchia.
Ho perso i treni delle sei di mattina.
Ho pucciato i sensi nel caffè. La mattina mi graffia le palpebre.

Questo spazio asmatico mi toglie la vista.
Non vedo ancora. Non piango mai.
Tu, me e i miei zaini da rifare.
Le lenzuola da stirare. I calzini da rottamare.

C’è un desiderio di strada e di traffico. Di silenzio e ciminiere che fanno i pop corn.
Di lavandaie e trans. Giovani fuori dalle scuole e scuole fuori dai cimiteri.

Tu dove sei non lo so più, confondo l’io col tu. E il blu mi fa ancora sballare. Le cascine mi fanno ballare. E la dub non la metti mai.

Cercarti mi è difficile. Non mangio. Non bevo. Non fumo.
Inghiotto e non mastico per sentire meglio i profumi.

Io sono soltanto quello che cammina sola, col cappello tra i capelli. Il cellulare afono. Le spalle pesanti.
E i miei capelli si allungano come gli uccelli nelle notti insonni.

E tu non ci sei più. Non ci sei mai. Tu, me e i tuoi guai.
Che per le parole c’è lo spazio di una mattina o di una notte, e il tempo non sarà mai nostro perché possederlo?

Se ci credi le forze le trovi. Credere in cosa poi?
La Marlboro si consuma in fretta. C’è vento oggi.

Se vuoi leggi qui: c’è sotto il link.
“Camera sola” si chiama, il resto è capriccio da adolescenti.

Il tomo intero, qualche pagina stracciata, è dalle parti di China Town, tanto i cinesi non chiudono mai.

Mordo ancora il giorno. Sperando nel tuo bussare, sperando nel guaire di una porta e in un vicino curioso.

Aspetto. Ma il tempo va. Io no.

Sogni. Da “Oggi, domani o dopodomani”

Ci sono sere che dormiresti in piedi: le sere in cui tutto si fa lento, camminare diventa pesante, sedersi anche, le sere in cui hai lasciato o sei stato lasciato, le sere in cui hai tradito o sei stato tradito, le sere in cui hai sofferto, le sere in cui hai gioito di un tiro di sigaretta, di una poltrona comoda davanti a un film fatto col sangue.

Ci sono sere in cui dormiresti seduto: le sere in cui hai baciato ma sarebbe stato meglio non baciare, le sere in cui sei stato chiamato da chi non avrebbe dovuto chiamare, le sere in cui hai chiamato chi non avresti dovuto chiamare, le sere in cui hai letto un libro senza capirne una parola, le sere in cui ammiri numeri in salsa rosa e seni nudi su canali di provincia.

Ci sono sere in cui non dormiresti mai.

Beh, ecco, questa è una sera di quelle in cui una bottiglia di rosso e una terzina di Slalom strong ti costringono a dormire sdraiato mentre sai che un mal di testa e una patina biancastra ai lati delle labbra accompagneranno il tuo risveglio. Prezzo da pagare per una notte vissuta nei sorsi.

Questo è quello che pensavano ogni mattina Folli e Spina ma no, la mattina del 16 Marzo dell’anno zerosette non ebbero nemmeno il tempo, non riuscirono ad asciugarsi la pappina alla bocca. Nemmeno l’erezione mattutina rispettò i tempi prestabiliti. Niente fu più come prima.

La notte che separa il 15 marzo zerosette dal 16 marzo zerosette, invece, se la passarono bene. Eccome, entrambi. A furia del nominare la Senatrice dottoressa Croft e i rizzoni, i missili, i duroni infantili la furia ormonale si scaricò con forza.

Folli alle ore 1 quarantaquattro minuti e sette secondi sprofondò in due amene rotondità meglio conosciute col nome scientifico di mammelle. Le tettemammelle in questione, per morbidezza, colore ambrato, dimensione medio piccola dell’areola erano insindacabilmente quelle di Miss Garbini da Garbagnate, meglio conosciuta col nome di Noela.

Noela, puledra di razza pura, cresciuta a carote ben pelate e insalatina d’orto. Mulatta da parte di padre calabrese e nobile per sconosciuti meriti di madre, piemontese.

Le tette di Noela sono le classiche tette a clessidra, non vedi l’ora di rivederle e sai che probabilmente non le vedrai mai perché la contessina Noela è una che te le fa vedere, sì, te le fa desiderare ma poi se le tiene strette nel top ad aspettare le avances di qualche quarantenne cazzo moscio arrapato.

La clessidra, nel sogno, era andata in mille pezzi e il tempo era come sospeso.

Folli era libero di esplorare le dune lunari della contessina, le soppesava, ne riusciva ad intuire la forma col solo uso del tatto, avrebbe saputo distinguere il loro odore tra mille odori e il sapore, oh, il sapore… Ma non c’erano solo le tette ad accoglierlo: un ventre, una grotta, una tana, un’ostrica, una foresta, una capanna, una spalla, una coscia, un piede, l’ombelico, la lingua, saliva, una spalla, denti, e poi su giù e su e ancora giù, nel silenzio assoluto su e giù su e giù, nel silenzio assoluto: una mano. Soltanto una mano. E il suo movimento shakerato. Buonanotte Folli.

I knew a girl Her name was truth . She was a horrible liar. She could not spend one day alone. But she could not be satisfied. When you have everything/ You have everything to lose. She made herself A bed of nails And she is planning on putting it to use. Cause she had diamonds on the inside She had diamonds on the inside She had diamonds on the inside Diamonds”

Le 3.54 minuti e 02 secondi aspettavano Spina sull’attenti. Mentre Lory lo aspettava sui pattini a rotelle nel corridoio di un volo di linea Milano-Istanbul. Lory, fasciata da un abitino nero, uno scialle giallo a inquinarle il bel balcone scoperto.

Spina sale sull’aereo, Lory lo saluta con un cenno del capo. Lui si siede, stringe la cintura. Lei, in piedi, in mezzo al corridoio, muove le mani, indica i comandi di sicurezza. Si sfiora il seno mentre mostra le uscite di sicurezza, le cosce quando è il momento di allacciare le cinture. L’aereo decolla. Notte. Buio. Una mano slaccia la cintura di sicurezza di Spina, poi continua a slacciare. Spina si alza, la mano lo conduce per il corridoio, una porta metallica si spalanca a soffietto.

Ali soffia, sbuffa, ansima, tiene lo scialle tra i denti, digrigna, spinge, sbuffa, cavalca, la porta metallica si apre e tra le luci basse di una città notturna fa il suo ingresso nel bagno dei cieli anche sua maestà miss Noela, che sfodera una mossa da pecorella smarrita sotto gli occhi dei due.

Turbolenza. Allacciate le cinture. Il comandante vi rassicura, presto saremo sopra le nuvole e il volo proseguirà tranquillo. Spina gonfia il petto, prende fiato, mangia le nuvole.

Sweet home Alabama Where the skies are so blue Sweet Home Alabama Lord, I’m coming home to you…”

Tutto questo per dirti che ti è arrivato un sms, baby!

La mattina del 16 Marzo dell’anno zerosette nemmeno l’erezione mattutina rispettò i tempi prestabiliti. Niente fu più come prima.

Da “Camera Sola”

(…) E i tuoi pedi congelati per i supermercati.

I tacchi a punta di piedi per non farmi svegliare.

Strappami la barba.

Sei pallida al sole.

E il reggiseno non metterlo mai.

(…)

Da “Oggi, domani o dopodomani.”

E le code al supermercato?
E le code in automobile?
E le sveglie in ritardo?
Le ore passate su internet senza uno scopo?
Gli sms della notte?
I discorsi banali?
Gli incontri superficiali?
Il lettino solare?
L’epilazione?
La tv?
Quanto? Quantifica. Quanto hai vissuto della tua vita e quanto hai aspettato? Quantifica.
1/3? 1/4? 1/5? Metà?
Non era meglio arrivare in ritardo e godersela l’attesa?
Che vita è?
Il semaforo davanti alla stazione di Cadorna non diventa mai verde, mai! Giallo e rosso. Il giallo però si prolunga, per metterti fretta. Ragazzo, respira, respira!
“Ci sono anche io, ricordi?”
Ci sei anche tu.
Stai andando da lei. Un minuto prima, uno dopo, che importa?
L’attesa.
L’attesa non è un tempo vuoto.
Ora lei ti sta aspettando e tu la stai desiderando.
Goditelo questo desiderio disordinato, informe, strano.
Lei si sarà fatta una doccia, avrà messo una di quelle creme che usano le ragazze, si starà strappando qualche pelo, forse si truccherà, di certo si guarderà allo specchio.
Poi sistemerà casa, sceglierà un cd, sparpaglierà qualche libro strategico in modo che tu lo veda.
Sceglierà un vestito, anche un jeans, ma sarà per te.
Tutto, in quella stanza, sarà in funzione di te.
Non aver fretta, fallo per lei. Lasciale godere questi momenti, sono rari.
Non aver fretta, fallo per te. Goditi questo tuo viaggio, ti lamentavi che a Milano non si viaggia?
E’ la tua occasione questa: hai una meta, un incontro, una persona, “Ci sei anche tu, anche tu”.
“Paranoid Android”, l’elfo dell’Oxfordshire! Mr Tom Yorke gli urlava nelle orecchie.
Il treno sfrecciava tra le campagne dell’hinterland. Col finestrino abbassato l’aria si infilza negli occhi.
Si sistemò i capelli specchiandosi nel finestrino, muoveva la testa a ritmo di musica.
Si sforzò di tenere fermi gli occhi che quando guardi fuori dal finestrino senza che tu te ne accorga vanno un po’ dove pare a loro. Lo detestava. Voleva il controllo di tutto.

Da “Camera sola”

(…) E le tue frasi sottolineate alla Kerouac nei sotterranei dei treni che non arrivano più, dei nostri incontri mai risolti e un biglietto d’andata così non paghi il ritorno che quando te lo offro mi sento più grande.

Ho la barba di tre giorni e sembra un mese, ma tanto a te piace, come i barboni fuori dalle chiese.

(…) Tu e i tuoi Erasmus andati a male che hai paura della navigazione aerospaziale.

(…) Che chissà dove sarai e io non ti chiamerò mai se ci sarò se ci sarai.

E i locali argentini e i camerieri gay che ti guardano il culo e ti versano vino italiano ritagliando gli scarti per la chiusura.

(…)

Da “Camera Sola”

(…) Il computer è bianco e sa di mela. Questa è una novità dell’anno.

E i canili di periferia non abbaiano più e io e tu.

Il silenzio mi fa scrivere più forte. Abbatto i tasti e suono anche io, come Marlene i Kunz e i Ligabue.

Bello come non mai e forte nei Ray Ban come i Blue Ray e dammi da bere e poi sfidami e guardami che i belli come noi non rinascono più lo dice la tivù. (…)

Da “Camera sola”

(…)

Ho comprato una sveglia nuova per svegliarmi più tardi.

Non sarà presto più nè tardi ormai.

Anche i miei sogni saranno di plastica e si proietteranno sul soffitto, li guarderò seduto sui pop-corn.

(…)

Da “Camera Sola”

(…) E questi anni 2000 non torneranno più lo dice la tivù.

La mia patente scade e tra tre anni sarà l’anno tremila con lo 0 che i Maya non hanno più giorni a disposizione.

E dall’agenda salvo gli appunti e non gli appuntamenti.

Taglierò i capelli quando crolleranno le altalene.

Terrò la barba corta quando imparerò a nuotare e il mare sarà dolce come i caffè imbevibili delle macchinette delle stazioni.

E tu verrai completamente nuda che quei vestiti ti fanno male.

Copriti le spalle che prendi freddo. (…)

Affaire Saviano

Quando ho ascoltato le prime interviste, quando ho letto tra le righe, sono stato felice. Felice perché un ragazzo poco più grande di me ha fatto della sua vita un’azione, una passione. Ha creduto negli altri e ha deciso di combattere con l’arma della parola che sa uccidere e salvare. Ha combattuto e a mio parere ha vinto.
Quando vinci sei solo però.
Quando vinci hai addosso responsabilità e attenzioni. Sei su un piedistallo anche se non lo hai scelto.
E allora l’eroe della parola fatta azione, della ricerca sul campo, dell’uomo che si fa uomo tra altri uomini con l’incontro al fine della ricerca e di un amore, io credo, universale, resta solo. Isolato. Impotente.
L’uomo che cammina ora rimane seduto perché lo fanno stare seduto.
Addirittura intorno a lui, all’eroe, si sviluppa il fenomeno. Ma l’eroe non vuole essere il fenomeno.
Come al circo Roberto viene mostrato, sventolato. Lui non lo vuole, ma è solo.
E allora il mangiafuoco che sputa fuoco ha mille anni e fa sempre gli stessi numeri prende Roberto e ci salta sopra, il domatore lo mette tra le tigri, il presentatore nel salotto, finisce addirittura nel presepe.
Perché dell’eroe si è fatto un fenomeno.
Roberto però non è nemmeno un eroe, è un uomo. E lui lo sa.
Ha scoperto di essere tra sbarre.
Ha scoperto che attorno a lui piovono i soldi. Ma a uno che è stato in mezzo a camorristi rischiando la vita dei soldi non gli deve importare molto. Forse gli importa dell’uomo.
Tra i soldi lo spettatore non vede più. Vede dei tagli di luce. Nulla più. Vede la filigrana e si perde il tutto. Vede male. Vede il male.
Esce un film, un film che gira il mondo. Roberto lo scrive, bene.
Le parole a ripeterle perdono il loro significato. E così le immagini.
Compri il primo giornaletto porno e ti vergogni, poi non ti vergogni più.
Lo vedi la prima volta e ti sdegni, alla seconda non parli, alla terza diventa normale.
La gente è il bambino eccitato che va all’edicola a comprare il giornaletto porno.
La camorra è una realtà, esiste.
La camorra è diventata un fenomeno.
E il fenomeno non è l’eroe, non è l’uomo, non è il male, non è il bene.
Il fenomeno non esiste.
E allora mettiamoci gli occhiali che fanno vedere attraverso i vestiti e guardiamolo quell’uomo lasciato solo.
Circondato dai più, con la scorta e le pistole, ma solo nel suo desiderio di amore e d’azione.
Perchè lo scrittore è un uomo d’azione.
Che si riprenda la sua libertà, che incontri la gente nelle piazze, che rischi la vita sul campo, che doni parole e informazione.
Che lo si guardi attraverso i vestiti, uomo.
Ovunque sia protetto. Non da uomini armati.
Altrimenti la gente torna al circo a guardare il mangiafuoco ciccione.
La gente va al cinema e si guarda i film.
La gente ride a cazzo figa culo. Anche a tette.
La gente va amata, Roberto lo fa.
Lasciamoglielo fare.
Non lasciamolo solo.
Batman ha bisogno di Robin.

Bambino prodigio

Io sono uno famoso.
Io sono uno che ci sa fare con la gente.
Io mi sveglio tutte le mattine. Ma proprio tutte.
Quando mi sveglio, la mattina, scendo dal letto. Mi stiracchio. Scrocchio ossa e ossicini. Aspetto che passi la mezza erezione mattutina. Poi mi alzo in piedi e guardo dalla finestra.
No, non guardo le macchine, non guardo i semafori, le donne belle, gli uomini anziani, no. Io guardo il tempo.
Io mi sveglio tutte le mattine. E tutte le mattine guardo che tempo che fa. Non il programma di Fabio Fazio quello che fa le domande e ride sempre quello che fa cultura, quello che è BIPARTIZAN ma un po’ a sinistra, no. Io guardo se c’è il sole, se piove, se c’è il sole ma piove, se è così così, se c’è nebbia, le nuvole.
Ora, per questa operazione, del tempo intendo, sono necessari cinque secondi.
Ma son cinque secondi spesi bene, ascolta me che sono un uomo normale ma anche uno famoso uno che ci sa fare con la gente.
Io mi sveglio tutte le mattine e tutte le mattine prima di uscire di casa so che tempo che fa.
Io sono famoso.
Io parlo con tutti.
Io a tutti ci racconto che tempo che fa perché del tempo puoi parlare con tutti.
E tutti mi ascoltano.
Lo vedono pure loro che tempo che fa ma mica è importante.
L’importante è che qualcuno gli parli di una cosa che già sanno, che possono vedere.
Io sono famoso. Io ci so fare con la gente.
E allora comincio parlando del tempo e loro mi ascoltano.
Poi non ascoltano più, dicono “tanto già lo sappiamo com’è, quante volte l’avremo vista la pioggia?”, come ascoltare le parabole in chiesa, ascolti l’inizio, dici questa la so e pensi a Valeria Marini o al posticipo del calcio della sera.
Io allora gli aggiungo particolari, dico che esistono nuvole rosse, che sulle nuvole rosse ci vivono gli alieni, dico che nel sole c’è una fonte nucleare e che potremmo morire tutti, dico… dico quello che voglio dico.
Tanto ormai sono famoso, tanto tutti mi ascoltano.
L’importante è risultare credibile, far vedere agli altri quello che vedono e poi aggiungere qualche piccolo particolare, e se non l’hanno visto lo vedranno anche se non c’è, come gli alieni e le nuvole rosse, oppure ti ascolteranno pensando al culone di Valeria Marini o al posticipo del sabato sera.
Io sono famoso.
Io sono furbo.
Io sono potente. Io sono un uomo normale.
Io mi sveglio tutte le mattine, ma proprio tutte, in una casetta romana.
Mi stiracchio, scrocchio le osse, aspetto che passi la mezza erezione e guardo il tempo dalla finestra.
Quattro passi e sono in Senato.
Buona giornata.