(…)
Ho comprato una sveglia nuova per svegliarmi più tardi.
Non sarà presto più nè tardi ormai.
Anche i miei sogni saranno di plastica e si proietteranno sul soffitto, li guarderò seduto sui pop-corn.
(…)
(…)
Ho comprato una sveglia nuova per svegliarmi più tardi.
Non sarà presto più nè tardi ormai.
Anche i miei sogni saranno di plastica e si proietteranno sul soffitto, li guarderò seduto sui pop-corn.
(…)
(…) E questi anni 2000 non torneranno più lo dice la tivù.
La mia patente scade e tra tre anni sarà l’anno tremila con lo 0 che i Maya non hanno più giorni a disposizione.
E dall’agenda salvo gli appunti e non gli appuntamenti.
Taglierò i capelli quando crolleranno le altalene.
Terrò la barba corta quando imparerò a nuotare e il mare sarà dolce come i caffè imbevibili delle macchinette delle stazioni.
E tu verrai completamente nuda che quei vestiti ti fanno male.
Copriti le spalle che prendi freddo. (…)
Quando ho ascoltato le prime interviste, quando ho letto tra le righe, sono stato felice. Felice perché un ragazzo poco più grande di me ha fatto della sua vita un’azione, una passione. Ha creduto negli altri e ha deciso di combattere con l’arma della parola che sa uccidere e salvare. Ha combattuto e a mio parere ha vinto.
Quando vinci sei solo però.
Quando vinci hai addosso responsabilità e attenzioni. Sei su un piedistallo anche se non lo hai scelto.
E allora l’eroe della parola fatta azione, della ricerca sul campo, dell’uomo che si fa uomo tra altri uomini con l’incontro al fine della ricerca e di un amore, io credo, universale, resta solo. Isolato. Impotente.
L’uomo che cammina ora rimane seduto perché lo fanno stare seduto.
Addirittura intorno a lui, all’eroe, si sviluppa il fenomeno. Ma l’eroe non vuole essere il fenomeno.
Come al circo Roberto viene mostrato, sventolato. Lui non lo vuole, ma è solo.
E allora il mangiafuoco che sputa fuoco ha mille anni e fa sempre gli stessi numeri prende Roberto e ci salta sopra, il domatore lo mette tra le tigri, il presentatore nel salotto, finisce addirittura nel presepe.
Perché dell’eroe si è fatto un fenomeno.
Roberto però non è nemmeno un eroe, è un uomo. E lui lo sa.
Ha scoperto di essere tra sbarre.
Ha scoperto che attorno a lui piovono i soldi. Ma a uno che è stato in mezzo a camorristi rischiando la vita dei soldi non gli deve importare molto. Forse gli importa dell’uomo.
Tra i soldi lo spettatore non vede più. Vede dei tagli di luce. Nulla più. Vede la filigrana e si perde il tutto. Vede male. Vede il male.
Esce un film, un film che gira il mondo. Roberto lo scrive, bene.
Le parole a ripeterle perdono il loro significato. E così le immagini.
Compri il primo giornaletto porno e ti vergogni, poi non ti vergogni più.
Lo vedi la prima volta e ti sdegni, alla seconda non parli, alla terza diventa normale.
La gente è il bambino eccitato che va all’edicola a comprare il giornaletto porno.
La camorra è una realtà, esiste.
La camorra è diventata un fenomeno.
E il fenomeno non è l’eroe, non è l’uomo, non è il male, non è il bene.
Il fenomeno non esiste.
E allora mettiamoci gli occhiali che fanno vedere attraverso i vestiti e guardiamolo quell’uomo lasciato solo.
Circondato dai più, con la scorta e le pistole, ma solo nel suo desiderio di amore e d’azione.
Perchè lo scrittore è un uomo d’azione.
Che si riprenda la sua libertà, che incontri la gente nelle piazze, che rischi la vita sul campo, che doni parole e informazione.
Che lo si guardi attraverso i vestiti, uomo.
Ovunque sia protetto. Non da uomini armati.
Altrimenti la gente torna al circo a guardare il mangiafuoco ciccione.
La gente va al cinema e si guarda i film.
La gente ride a cazzo figa culo. Anche a tette.
La gente va amata, Roberto lo fa.
Lasciamoglielo fare.
Non lasciamolo solo.
Batman ha bisogno di Robin.
Io sono uno famoso.
Io sono uno che ci sa fare con la gente.
Io mi sveglio tutte le mattine. Ma proprio tutte.
Quando mi sveglio, la mattina, scendo dal letto. Mi stiracchio. Scrocchio ossa e ossicini. Aspetto che passi la mezza erezione mattutina. Poi mi alzo in piedi e guardo dalla finestra.
No, non guardo le macchine, non guardo i semafori, le donne belle, gli uomini anziani, no. Io guardo il tempo.
Io mi sveglio tutte le mattine. E tutte le mattine guardo che tempo che fa. Non il programma di Fabio Fazio quello che fa le domande e ride sempre quello che fa cultura, quello che è BIPARTIZAN ma un po’ a sinistra, no. Io guardo se c’è il sole, se piove, se c’è il sole ma piove, se è così così, se c’è nebbia, le nuvole.
Ora, per questa operazione, del tempo intendo, sono necessari cinque secondi.
Ma son cinque secondi spesi bene, ascolta me che sono un uomo normale ma anche uno famoso uno che ci sa fare con la gente.
Io mi sveglio tutte le mattine e tutte le mattine prima di uscire di casa so che tempo che fa.
Io sono famoso.
Io parlo con tutti.
Io a tutti ci racconto che tempo che fa perché del tempo puoi parlare con tutti.
E tutti mi ascoltano.
Lo vedono pure loro che tempo che fa ma mica è importante.
L’importante è che qualcuno gli parli di una cosa che già sanno, che possono vedere.
Io sono famoso. Io ci so fare con la gente.
E allora comincio parlando del tempo e loro mi ascoltano.
Poi non ascoltano più, dicono “tanto già lo sappiamo com’è, quante volte l’avremo vista la pioggia?”, come ascoltare le parabole in chiesa, ascolti l’inizio, dici questa la so e pensi a Valeria Marini o al posticipo del calcio della sera.
Io allora gli aggiungo particolari, dico che esistono nuvole rosse, che sulle nuvole rosse ci vivono gli alieni, dico che nel sole c’è una fonte nucleare e che potremmo morire tutti, dico… dico quello che voglio dico.
Tanto ormai sono famoso, tanto tutti mi ascoltano.
L’importante è risultare credibile, far vedere agli altri quello che vedono e poi aggiungere qualche piccolo particolare, e se non l’hanno visto lo vedranno anche se non c’è, come gli alieni e le nuvole rosse, oppure ti ascolteranno pensando al culone di Valeria Marini o al posticipo del sabato sera.
Io sono famoso.
Io sono furbo.
Io sono potente. Io sono un uomo normale.
Io mi sveglio tutte le mattine, ma proprio tutte, in una casetta romana.
Mi stiracchio, scrocchio le osse, aspetto che passi la mezza erezione e guardo il tempo dalla finestra.
Quattro passi e sono in Senato.
Buona giornata.
Oggi io sono morto.
Morto un po’.
Oggi la mamma mi ha accompagnato dal dentista e il dentista ha detto che ho una carie profondissima.
La carie fa morire i denti ha detto il dentista e il tuo dentino è morto.
Si muore vivendo e si vive morendo. Qualcuno ha detto.
Bisogna devitalizzarlo, togliergli la poca vita che ha, ha detto il dentista.
Ma se uccidi il dente uccidi un po’ anche me gli ho detto io al dentista.
Sì, ha risposto lui, e poi ha riso.
Io non ero mai morto prima di oggi.
Oggi sono morto.
Morto un po’.
E allora sono preoccupato e quasi triste che oggi a cena voglio saltare la minestra per penitenza perché ho fatto morire un dente. Non è che l’ho affogato o impiccato no, non l’ho curato.
Quella notte di quando sono morto un po’ ho fatto un sogno.
Ho sognato che il letto si rompeva e io diventavo grasso grassissimo come una palla e poi grande grandissimo come il mondo.
Infatti ero il mondo. Mi sono colorato di verde di marrone e di blu.
E dentro di me sentivo i torrenti che scorrevano come pipì, le onde del mare che mi facevano il solletico. Le piante che mi facevano grattare e poi le montagne che mi pungevano dappertutto. Poi sentivo anche delle esplosioni, come le scoregge, ma non si sentiva odore di cacca ma di cenere e di peli di pollo bruciati. Poi avevo capito che dentro di me si giocava perchè sentivo delle palle che mi sbattevano dentro e poi si faceva anche all’amore infatti sentivo delle urla come Uh, Ah, come le scimmie. Mentre alcuni facevano all’amore come le scimmie altri facevano come i lupi e gridavano UUU che secondo me c’avevano paura. Poi si sentivano dei rutti, pum, pam, sgug, come colpi di pistole bang o coltelli urgh e, come quando si fa un rutto tutti poi stavano zitti e qualcuno rideva.
Poi mi sono svegliato e il letto non era rotto, io ero tornato un bambino normale con gli occhi tutti appiccicati dal sonno.
Sono andato a lavarmi i denti e ho visto il dente finto. Quello morto.
Ho pensato che che sono morto un po’ è vero per davvero, mica è un sogno.
Però si vede che si muore sempre un po’, perché anche il mondo moriva un po’, non aveva i denti ma quei pum pum e ah ugh e uuu erano i versi dei morti del mondo mentre i fiumi scorrevano e le piante crescevano.
Mamma dice che non ci devo pensare al dente morto.
Che io sono vivo, e che devo solo lavarmi bene i denti e passare il filo interdentale. Prendermi cura di me.
Dice che il dentista mi ha fatto un dente nuovo e con quello posso vivere una vita normale.
Mamma, gli ho detto io, ma sono sempre morto un po’, no?
Lei non ha detto niente e mi ha cucinato le patatine fritte che ora col dente aggiustato posso rimangiarle.
Poi sono andato a dormire con la pancia piena di patatine fritte.
Avevo paura che il letto si rompesse e io diventassi ciccione ciccione e grande grande, come il mondo.
Che il mondo non ha i denti e se muore un po’ non lo puoi aggiustare, non puoi lavarlo con lo spazzolino, purificarlo col colluttorio o toglierne le impurità col filo interdentale.
Il mondo ha gli uomini al posto dei denti e se muore un uomo muore con tutti i denti. Muore tutto, mica un po’. Ma il mondo chi lo cura, mamma, gli dico io? Chi sono i dentisti del mondo?
Siamo noi, dice lei, lavati i denti e poi dormi.
Noi, ma se siamo tutti morti un po’, dico io mentre lavo i denti.
Ci vorrebbe uno vivo, uno vivo tutto, uno speciale uno….
Poi mi viene sonno, chiudo gli occhi e dormo. Anche se sono morto un po’.
E il sogno? I sogni si dimenticano. Come i denti morti.
Buonanotte.
Io sono un bambino e faccio i capricci.
Io volevo essere superman, batman, ratman o cattivik, ma sono un bambino e faccio i capricci.
Piango se mia sorella mi fa il dispetto del gelato: io ho in mano un bel gelatone alla crema, lei mi spinge, me lo fa cadere e io piango. Piango e la picchio.
Piango se il mio amico ciccione Giorgio mi fa il secondo dispetto del gelato: io lecco il mio gelatone alla crema e mentre lo lecco che è buonissimo lui mi spinge il gomito e io mi sporco tutta la faccia di gelato, allora mi vergogno, piango e lo picchio. Poi continuo a mangiarmi il gelato.
Io sono un bambino e faccio i capricci.
La platessa, per esempio, quel pesce piatto che puzza di pesce e che fanno impanata come i sofficini findus ma quella puzza lo stesso di pesce, ecco, io la platessa non la mangio. Mi fa schifo, puzza, sembra cacca, pupù. La maestra però mi dice che non posso alzarmi da tavola finché non l’ho finita e allora io piango, faccio i capricci, sono un bambino.
Io faccio i capricci.
Un giorno, mentre piangevo perché Matteo, il mio amico che c’ha sempre in bocca tre big babol, ha lanciato la mia palla in un giardino e non voleva andare a prendermela, Giorgio, l’amico mio quello ciccione dello scherzo del gelato mi si è avvicinato e mi ha detto: “Senti, perché piangi sempre? Non sarai mica un frignone?!” Allora io a Giorgione l’ho guardato e non ho pianto, l’ho guardato e gli ho detto: “Giorgione, io non volevo nascere, mai! Chi ha deciso per me? Perché io sono nato che non volevo nascere?”.
Giorgione mi ha guardato e mi ha detto: “Tu sei strano, sei, non si può voler nascere o non volere nascere, si nasce e basta. Tutti nasciamo, no? E poi la vita è così bella, si mangia, si fa la cacca, la pipì, si gioca con lo scivolo, si hanno gli amici, quando sei grande poi puoi guidare la macchina, avere la fidanzata e farti anche la doccia con lei, è bello essere nati, no?”.
Bello o non bello io non volevo nascere, chi mi ha fatto scegliere? Me l’hanno chiesto? No. Ecco perché sono un frignone. Perché io voglio decidere per me. Tutto.
Invece di nascere non l’ho scelto.
Non ho scelto nemmeno di vivere.
Se ci pensate bene nessun bambino può sopravvivere da solo. Abbiamo bisogno di stare al caldo, di ciucciare il latte dalle mammelle, insomma abbiamo bisogno di una mamma o di qualcuno che ci vuole bene.
E io non ho scelto di essere voluto bene, qualcuno ha scelto per me.
Ecco perché io sono un frignone.
Io sono un frignone perché io, adesso, a questa vita che quando sei grande guidi la macchina e puoi farti lavare dalla tua fidanzata, e poi farci l’amore anche se non si può dire, io a questa vita ci tengo, io ho paura di morire.
E’ per questo che sono un frignone perché io ho paura di morire, anzi, ho paura di vivere. Ho paura che qualcuno mi voglia bene senza che io gliel’abbia chiesto, ho paura di voler bene a qualcuno e poi essere così legato a lui da non desiderare mai la sua morte.
Io sono un bambino frignone.
Lo dicono, no? Quando sei vecchio torni bambino.
E’ vero, è vero perchè io sono vecchio e sono un frignone.
Una cosa so, non sono un supereroe perchè io faccio i capricci.
Non sono un supereroe.
Ho bisogno di amare e di essere amato. Solo così posso fare i capricci. Non lo scelgo io, no, quello no.
E allora la vita mica è mia, sarà di qualcun altro? Di chi?
E come faccio io a decidere della mia vita se non ho mai deciso niente? Io sono un frignone.
Io non sono un supereroe.
Io non ho scelto di nascere.
Ma ora che sono vecchio, non parlo più, non mi muovo più, non vedo più, sento le mammelle di mia madre, sento l’affetto degli altri, sento che c’è un motivo per cui sono al mondo anche se non l’ho scelto.
Io non sono un supereroe ma posso sognare di guidare la macchina, di fare la doccia con mia fidanzata e poi farci l’amore, anche se non si può dire.
Io bevo solo acqua.
Pura, limpida, altissima, Levissima, Ferrarelle per le belle, Rocchetta e sei perfetta, san Pellegrino palato fino, san Bernardo, San Francesco, sant’Antonio, sant’Anna, San Giuliano, San Carlo e Santi tutti e Santa tutta l’aqua santa del paradiso che a furia di berla divento santo anche io.
Io bevo solo acqua perché io sono un santo e non cedo ai piaceri dell’alchool io, mica faccio l’amore col sapore io, che l’acqua infatti è inodore incolore e insapore e chi ha mai fatto l’amore col sapore di qualcosa che sapore non ce l’ha?
Bevetevelo voi il vino, quel diavolo rosso che avvelena le tovaglie a quadretti d’anime e coscienze! Se sporchi di vino la tovaglia pure dopo che l’hai lavata la macchia si vede, pure se usi Dash scioglimacchie o cose così, il vino macchia invece l’acqua lava, monda, purifica da tutti i peccati è il Dash scioglimacchie delle coscienze!
Io ho l’anima lavata, pure se non la vedete, ve l’assicuro, l’anima mia è bianca che più bianca non si può. non come lo vostre, tutte macchiate, sporche, unte, bisunte come tovaglie da mettere in lavatrice, ma pure se io ho l’anima lavata e voi no io sono un uomo come voi, bevo l’acqua che potreste bere voi, mi accontento pure dell’acqua del rubinetto, pure dell’acqua piovana, io sono talmente come tutti voi che anche io ho due mani. Non ci credete, voi dite che i Santi ci devono avere mille mani perché i santi sono di tutti, aiutano tutti e danno una mano a tutti che giustamente dite voi se hanno due mani le mani finiscono subito e chi gli dà una mano a tutti gli altri?
Ma questa è fantascienza -dico io-, dove l’avete visto un uomo con mille mani, quello sarà un marziano, uno venuto dallo spazio, io no, io sono nato sulla terra, come voi, mi bevo l’acqua in bottiglia santa santissima ma pure l’acqua del rubinetto e se l’acqua piovana piove io mi bagno, come voi e come voi io ho due mani, ma due mani impegnate!
Ecco, vi faccio vedere: nella destra, mano destra, tengo una spada d’argento, con l’elsa, il manico insomma, d’oro, una spada come la spada di Zorro, di Re Artù, di Carlo Magno, una spada così affilata che manco a guardarla ti fa una Z tutt’addosso.
Se la guardi sei segnato, tagliato, affettato, se la guardi muori e se la tocchi pure perché è affilata.
Nella mano sinistra, ecco qua, nella mano sinistra invece, tengo una bottiglia di vino. Rosso. Alcolico. Tanninico. D.O.C. Non geneticamente modificato. Un vino rosso di qualità.
Ma io sono un santo, io bevo solo acqua.
Allora voi dite, ma se bevi l’acqua che ci fai con in mano il vino?
E’ vero che il vino fa buon sangue, ma a berlo mica a tenerlo in mano.
Dico: vi hanno mai invitato a cena? Che gli porti? Il vino. Mano sinistra: vino per gli amici.
Ora voi direte: se siamo tutti amici perché vai in giro con la spada? S’è visto mai uno invitato a cena che si presenta col vino e con la spada? Al massimo nel medioevo, ai tempi degli antichi romani, mica ora, negli anni zero, gli anni di internet e dei palmari. Al massimo ci vai col computerino portatile, col cellulare Iphone, Ipod. E se uno dice: perché non portiamo dei fiori? Una torta? Cioccolatini? Pasticcini? Una pianta tropicale afrodisiaca al posto del solito vino? “Mettiamolo ai voti.” comincia a dire un altro. E poi si vota e si perde tempo dico io, si porta il vino e non si discute più. Decide uno per tutti! E se qualcuno non è d’accordo c’è la spada. Che pure gli amici possono diventare nemici, il tempo è prezioso, se sceglie uno per tutti si fa prima e allora: mano destra, spada. Uccidi il nemico e brindi con l’amico.
O prima brindi con l’amico, l’amico beve e, lo sapete, in vino veritas, l’amico ubriaco dice sempre la verità e tu scopri se è davvero un amico oppure è un nemico. E se è un nemico c’è la mano destra!
Mano destra uccide. Mano sinistra brinda. La mano sinistra brinda. La mano destra uccide.
Ora voi continuate a dire che mica basta una spada per sconfiggere i nemici, che magari quelli c’hanno la pistola, il fucile, il radar, i sassi, i mitra, i cannoni… voi dite, ci sarà sempre qualcuno più forte, dite voi. E io vi faccio vedere la mani sinistra. Io ho il vino. Se prometti il vino e minacci di spada, mica sei da solo… no. Se prometti il vino alla fine della battaglia i più, uomini infelici, poveretti, disperati, soli e insoddisfatti, sono dalla tua parte, c’hanno bisogno del vino, che il vino ti fa dimenticare i dispiacere che l’acqua fa male e il vino fa cantare. Prometti una bottiglia di vino e sono tutti con te. E la spada non combatte, comanda. Avete capito?
Vino, e spada, dico io. Io sono un Santo, di me ci si può fidare.
Ora voi direte: non s’è mai visto un santo con la spada e la bottiglia, manco in foto, manco negli affreschi dell’antichità.
S’è visto il santo col cagnolino –dico io-, quello con l’agnellino, quello col lupo, il coniglio, il passero, il gallo, l’aquila, le frecce tutt’infilate addosso, la colomba, beh, io c’ho la spada e il vino. Io sono come i santi e più dei santi, io seguo l’esempio ma lo modifico per stare a passo con i tempi, il tutto mentre continuo a bere solo acqua, che lo si dica in giro. Che se io bevo solo acqua posso guidare la macchina, posso stare in piedi su una gamba sola, camminare dritto e senza sbandamenti, se io bevo acqua sono uno prudente, uno di cui ci si può fidare, mica un umbriacone, un beone. Io sono un santo.
Voi continuate a pensare alla spada, vero? E dite bene, dite i santi non usano la violenza come Ghandi.
Ora, Gandhi è santo? S’è mai visto sul calendario San Ghandi, dico, trovatemi uno che si chiama Ghandi… non lo trovate.
I Santi bevono l’acqua, i Santi vivono in funzione del Regno che verrà, i Santi danno da bere agli assetati e consolano gli afflitti, dico, meglio morire subito che soffrire tutta una vita: il vino disseta e la spada consola. Destra, Sinistra.
Ora, direte voi, io sono un genio, non sono uno qualunque, invece no, sono come tutti voi.
Sono quello che beve l’acqua santa santissima del supermercato, ma anche l’acqua del rubinetto, sono quello che quando piove l’acqua piovana si bagna, come tutti voi, ma sono anche quello che vi porta a casa quando bevete troppo, che sceglie quando non sapete scegliere, che vi promette il vino alla fine della battaglia. Sono quello che vi racconta le storie inventate prima di mettervi a letto.
Il bello è che voi ci credete ogni giorno alle mie storie inventate, io vi faccio sognare. Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’, cito a memoria, io.
Io vi faccio fare i sogni d’oro. Io sono il vostro papà. E papà è come tutti voi.
Ora voi dite che io sono fortunato. Che l’idea del vino e della spada mi è venuta per caso, così, è piovuta dal cielo. Dico sì, dico io, ma la fortuna è come una donna, e per tenerla sotto bisogna starle sopra, batterla. E io che ho le mani impegnate, se non avessi la spada, farei fatica.
Ma io sono come tutti, una volta, tanto tempo fa, anche io avevo le mani libere.
Potevo pure salutare. Fare “ciao” con la mano, come i bambini piccoli.
Io potevo pure abbracciare, stendere le mani e stringere. Potevo accarezzare.
Io potevo pure stringere la mano in segno di stima, d’affetto, rispetto, amicizia, il segno della pace in chiesa la domenica che io andavo alla messa ancora prima di diventare santo.
Io potevo pure lavarmi le mani e così avevo le mani sempre pulite.
Erano impegnate comunque, eh, mani libere, ma impegnate. Mi spiego, ero sempre dietro ad abbracciare, accarezzare, stringere, aiutare. Dammi una mano si dice, no? E io davo la mano, ero santo prima di diventare santo.
Ora però non posso più, ora sono grande, sono un santo di tutti, sono impegnato.
Ora ho le mani legate, legate al vino e alla spada.
Ora non abbraccio più nessuno, le mie mani non stringono altre mani. Uccido o brindo. Mica accarezzo io, non c’ho più bisogno d’accarezzare, d’affetto. No, mi basta il pensiero. Dice: non t’ho regalato niente, cara. Basta il pensiero. Eppoi io sono un sant’uomo, io la mia vita l’ho già regalata a tutti.
Io sono diventato il capo di tutti, il santo del paese. Io possiedo tutto, io posso dire la mia su tutto. Io posso fare quello che voglio, posso far credere a tutti che bevo solo acqua, pure l’acqua piovana, pure l’acqua del water. Io sono il santo di tutti, il patrono del paese. Quello che dico è legge. Quello che faccio libertà.
Non è merito mio, no, che io sono umile, sono un uomo qualunque. Il merito è del vino e della spada. Degli amici e dei nemici. Un bicchiere di vino, un colpo di spada. E’ così che si diventa santi, è facile.
Io lo dico, lo dico perché prima o poi morirò e questa spada e questo vino saranno sepolti con me.
Lo dico perché voglio che al mio funerale non ci veniate a mani vuote. Non vi abbracciate, non vi accarezzate, non fate il segno della pace. Comprate una bottiglia di vino e una spada. E fate gli amici. In vino veritas. Un colpo alla botte e uno di spada. Un colpo alla botte e uno di spada. Un colpo alla botte e uno di spada. Il vino disseta, la spada consola. Un sorso di vino e un colpo di spada. Meno uno. Un sorso di vino e un colpo di spada. Meno due. Meno tre. Meno Quattro… Consolati e dissetati. E sarà la prima volta che il morto farà il funerale a tutta la città!
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