Parole non dette, canzoni mai ascoltate

Non c’era tregua nelle loro parole, tutto intorno il mondo si specchiava in luci e automobili ma a loro non sembrava interessare. Il centoventicinque ai settanta all’ora sulla statale che porta al concerto. Cosa si sono detti nessuno lo sa e lo saprà mai, li hanno visti così vicini che sembravano una persona soltanto. Una volta arrivati le canzoni non le hanno ascoltate, nemmeno una, hanno smesso di parlare e si sono guardati e basta. Pause soltanto per sorseggiare il giallo delle birre e un oooh di meraviglia quando sono scesi i coriandoli tra tutti quei neon colorati e il cantante ha detto buonanotte. Tutti amici intorno. Tutti i saluti dell’universo al loro piccolo pianeta inventato lì e là sul momento e la consapevolezza che la bolla era scoppiata. Il sogno interrotto. E poche stelle in cielo. E molte gru. Lei pelle sensibile e occhi enormi, lui capelli lunghi e polsi magri. Si erano detti il loro nome molte volte. Si erano conosciuti lentamente, eppure erano due vulcani fatti di lava e labbra morbide. Lui senza barba, lei senza trucco. E le macerie intorno. Le amicizie del recente passato avevano perso colore, soprattutto calore. Guardavano i miti dei più come chi conosce gli uomini e sa che dietro allo spettacolo è tutto una miseria perché misero è l’uomo. Che dietro allo spettacolo è tutto una meraviglia perché meraviglioso è l’uomo. Difesi dai maglioni lunghi con le maniche consumate, difesi da abbracci ripetuti e mai invadenti, si parlavano come fanno le montagne. Silenzi carichi di pioggia, grandine e neve, soltanto a volte, gioiose, la neve. Poi pallidi soli e quotidianità. Lui aveva scritto lettere tutti i giorni per cinque lunghi anni a un’altra donna, capelli lunghi e neri, volo del corvo. Lui ora incapace di fogli, iniziative timorose, proposizioni coraggiose soltanto dopo l’alcol della mezzanotte. Lei leggera a volo di libellula, dita lunghissime e caviglie fini. Il bacino urlava, la lingua spingeva sul palato, anche il cazzo bussava con forza nei jeans prima larghi ora troppo stretti. Perché quella pausa dal sesso che riposa i pensieri e dona al corpo il respiro della quiete? Perché evitare di rivelarsi ancora in nudità e verso animale, violenza di schiaffi ed esplosione di impronte sul culo sodo delle giovinette? Paura. Se la solitudine è l’immagine della morte, la paura è un recinto. Quando batte forte il cuore, quando l’intestino geme, quando non c’è lenzuolo che non venga voltato e rivoltato da un corpo caldo che cerca un posto nella notte delle domande, il timore s’esprime in ansie e difficoltà nel respiro. Da quanto tempo lui non faceva colazione ascoltando una canzone, una qualsiasi? Da quanto tempo lei, cuor di leonessa, anche scaltre, fica splendente, da quanto tempo lei non riceveva sguardi così lunghi, densi e incompiuti. Da quanto tempo lei non si sentiva amata. Li chiamano angeli bianchi, teste logorate da velleità sante, poveri profughi del quotidiano, incapaci, inespressi. Li chiamano irrisolti soltanto gli psicologi dagli uffici all’odore di deodoranti sintetici. Lui la accompagnò sotto casa. Lei aprì il portone, salì le scale, lui aspettò che si accendesse la luce del piano. Guardò il soffitto, bianco. Guardò il cielo, nero. Indossò la sua tutina da supereroe e tornò a casa. Sul centoventicinque lei non c’era più e quella notte era ricordo. Magari sogno. E poche stelle ancora.

Foto: © Nicoletta Branco

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