Hanno ammazzato Marco Pantani – I ricordi

Vorrei scappare lontano, dici, lontano da qui, lontano da ora. Mi mancano i soldi, ti dico io. Rispondi: che ce ne importa? Compriamo i gamberoni e ce li facciamo alla griglia, così i gusci nel piatto, le dita unte, le impronte dei nostri pollici sui bicchieri e una terrazza, è sempre meglio sulle terrazze. Quella volta sulla spiaggia dicevi facciamolo adesso, ma tutti quei sassi, le dita secche, poi bagnate, poi ancora secche, gli ubriachi, il rumore del vento contro gli ombrelloni. Eppure ce l’eravamo immaginato già bello. La distanza che c’è tra il vorrei e il presente, l’aria condizionata accesa e la pulizia delle scrivanie, quei post it che rimarranno per sempre attaccati ai computer a suggerirci le password della schiavitù. Ma chi non conosce la catena cosa ne sa della libertà? L’estate è il tempo del pensiero, che torna o se ne va, così le coppie nascono, i legami si sciolgono; il vuoto del giorno e il confrontarsi col silenzio, le agende così libere che non sappiamo dove andare. E la monotonia del mare, lo sguardo del viaggiatore per tornare e avere storie da raccontare e ricordi vivi a cui aggrapparsi nel folle grigio dei giorni feriali. Così chi passo e passo si fa cammino, vesciche gonfie come le preoccupazioni da lasciare alla strada, lo zaino che si svuota, la bocca che distingue del silenzio il superfluo e i capelli, sì, un impiccio o uno schermo nero per nascondere gli occhi. Poi, sulla scena dell’a tu per tu, naufragare in imbarazzo e invadenze. Sei bella. ti dico, rispondi: anche tu. Se ti leggo Neruda ti annoi, se ti nomino Frida Kalo fai sì con la testa, poi se parlo come Rimbaud dici che è posa, come le sciarpe che indosso d’inverno. C’è un amico e camicie di lino, tra i baffi parole sonore, bocca di vino, c’è un amico che è padre, dell’alba una sveglia, scende nel campo, pota le piante, poi camicia e cravatte e dita che battono sulla tastiera, un cartellino timbrato e un ricordo di Marco, il ciclista, quell’uomo che si alzava sui pedali, e chisseneimportava della scuola, dal primo chilometro ad aspettare quei secondi: occhiali in fronte, sguardo sull’asfalto, via la bandana, il gregario si sposta, Marco in coda al gruppo, Marco ultimo, Marco che risale, Marco quarto, poi terzo, via la bandana, ancora sui pedali, giù il destro, il sinistro, ti guardi indietro, non c’è nessuno, le vene pulsano, tu e la montagna. A scappare dal branco si fa fatica, cerca la testa, la vetta, soffri e continua, così ancora uno studente si alzerà dal divano, stringerà forte il pugno, e griderà forza alla televisione, tu non sentirai, ma non importa. La distanza che c’è tra il vorrei e il presente. Nei tatuaggi nascosti sotto la camicia dei professionisti, nel taglio sull’occhio o dove vuoi tu, i ricordi, quello che nessuno ruba, nessuno uccide, come una carezza, che non si può lanciare, né restituire.

Foto: © Benedetta Falugi, http://www.benedettafalugi.com

Benedetta Falugi. Photography - Fotografía-025

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