Vicino vicino

Ho visto un vecchio ballare per strada nelle prime ore della sera, la mano destra in aria e il piede sinistro appoggiato in punta. Cantava una canzone che non conoscevo, cantava forte. Forte che le finestre si aprivano e le famiglie si radunavano ai balconi.

Per strada c’erano quei baffetti tutti vestiti di nero che non ridono mai, quelle scarpe altissime con delle borchie argento che allungano il passo e tutto intorno i corsi serali con la cortesia degli insegnanti per liberare dallo stress le anime dei contratti a tempo indeterminato. Occhi incorniciati dal rosso e cuore che smania d’essere accolto.

Non farò l’abbonamento della metropolitana per tornare a raggiungere i luoghi a piedi, misurare la strada che ci separa col sudore, altrimenti son mille sguardi allo smartphone e le fotografie degli altri per compagnia.

Oh, quanti rumori sulla strada, quanti mattoni grigi e quante carabine pronte all’assalto dei nostri colon già irritati. Dentro di me suonano orchestre e impiegano le notti per accordarsi e se ne fregano dei fuori coro delle mani tese e degli sguardi altrove. Hai un pozzo infinito dentro, ma dimmi a che serve se non posso bagnarci le labbra e bere, bere, bere dalla tua fonte? Abbi l’accortezza di concedere gli occhi, come Sibelius e i suoi scatti d’ira, la profondità del trattenuto. Siamo nati per uccidere c’era scritto sulle magliette e sui polsi di tanti, per uccidere parte di noi, per praticarci il taglio che libera, via il cordone e poi via ancora attraverso le nostre ferite cicatrizzate. Siamo nati attraverso un taglio bagnato e poi sangue e dolore e pianto e insieme denti bianchi e seni gonfi e desiderio e fame.

Potrei stare ore alla scrivania o in mezzo alla strada a guardare i passanti, che importa, che importa dei film proiettati sui grandi schermi con questa vita che ci sorprende e il campanello di casa che, oh fortuna, non suona mai. L’ozio, l’ozio, all’ozio.

Dormirò come si fa con le vergini, vicino vicino al muro, vicino vicino al respiro, vicino vicino all’altrove che ci avvicina alla perfezione. Perché noi siamo soltanto la metà di un water, che se accoglie soltanto una chiappa non serve a nulla. La comodità, ci vuole la comodità, e allora sì, che il corpo si svuota, la mente si libera e poi viene l’acqua a depurare il tutto, e finestre aperte e sguardi fuori di noi.

 

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