Non è peccato vivere a Milano

Guardi il sole e dici che non è abbastanza, come non bastano le luci spente a farti chiudere gli occhi e le finestre aperte per farti respirare aria nuova. Ti sbottoni la camicia e ricordi una poesia di Leopardi imparata alla scuola dell’obbligo.

Della commedia di ieri sera ricordo i dialoghi e una Parigi finalmente libera da stereotipi. Come chiameremo nostro figlio è una domanda che non è sempre necessario porsi. I nomi scendono dall’alto e tocca a noi prenderli prima che tocchino terra, dicevi e ti chiedevo chissà dove vanno a finire le stelle cadenti e rispondevi che no, la realtà è differente, sono meteore che prendono fuoco e si consumano prima di toccare terra. Sassi caduti che si disintegrano prima di toccare il suolo come le mie parole che ti si avvicinano, ma sfioriscono davanti al tuo naso serio, soltanto i capelli a incorniciarti il viso.

Fossimo in una stupida commedia americana ci incontreremmo per caso e tu saresti il mio capo o la ragazza del mio miglior amico. E invece ci sono porte che rimangono chiuse e a nulla serve il favore dei pronostici. Delle promesse fatte a tua madre: tornerò presto e starò lontano dal branco, dimmelo tu che cosa è rimasto?

Cenere di sigaro sul davanzale per ricordarmi delle libertà lasciate alla notte, i desideri d’ordine e la disciplina lasciata alle lavatrici. E mi ero messo in testa l’idea della semplicità, pochi orpelli e frasi lineari: a niente serve tutta questa confusione che ci fa credere che esiste un mondo a cui far prendere la nostra forma. Nemmeno gli specchi seguono i nostri ragionamenti.

Stirare le camicie alle otto del mattino il massimo delle mie trasgressioni. Indosso una maglietta comprata a un concerto di Capossela e penso che un po’ mi vergogno, che non ha senso indossare la faccia degli altri, bisognerebbe costruirsi una maschera tutta propria e vestirla in nuca. Per tutte le volte che siamo insensibili, per tutte le volte che siamo irraggiungibili.

Gli occhiali neri al mattino e il desiderio di uccidere in metropolitana, tutta quella rabbia inespressa e sostituire la masturbazione con l’uso improprio dei cellulari. Se mi chiamassero dalla luna non saprei rispondere, perché poi dovrebbero chiamarmi? Perché spiegare i nostri oggi a qualcuno, perché? Dice Francesco Piccolo davanti a quel viso magro, quella barbetta da bianconiglio, dice Francesco Piccolo: il pubblico influenza il privato, non siamo gli stessi dopo le parole della Cancellieri, non siamo gli stessi dopo un gol della Germania Ovest. Chissà. Di certo stasera se segna Tevez esulto e faccio tardi a guardarmi le interviste dei protagonisti, se invece si perde andrò a letto presto, un altro giorno andato e nulla da raccontare. Per uscire dalla retorica di questi vent’anni che dovrei fare? Prendere il mare? I voli per il Sudamerica e poi il desiderio del ritorno. Le sveglie all’alba per prendere un treno.

Sarà che la vita di un puntuale è un paradiso di riflessioni acutissime, non me ne voglia Stefano Benni, sarà che la provincia insegna a leggere libri durante i viaggi e a considerare relativo ogni inconveniente. Sui vagoni delle ferrovie Nord un quarto della mia adolescenza. E magliette coi buchi sulle spalle e jeans consumati sul cavallo, una cicatrice sotto l’occhio sinistro e l’incidente di un sottopassaggio. Chissà quel vecchio che fine ha fatto? I traumi finiscono sempre per allontanarci. Non volevo dire nulla, nulla, soltanto riempire il tempo di questa mattina, il cielo è troppo terso ed è un peccato vivere a Milano.

Foto: Elton John, George Best e gli altri.

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