Di vestaglie e balconi

Sulle tastiere retroilluminate dei nostri device, smarriti nel tempo a pensare a chi siamo: i confronti con l’altro e sogni di un avvenire che mai s’avvera. Le tue borse con le firme nascoste e quel nero che porti sfumato tra gli occhi: le bandiere che accompagnano i tuoi arrivederci e tutti questi balconi mai abitati. Non domandarmi più delle mie solitudini e raccontami come fai ad affrontare le attese. Poi a bassa voce ti dico: invecchieremo così in fretta e torneremo ad uscire in vestaglia per annaffiare le piante, coi figli dei vicini ad animare le nostre serate e porte aperte e polpette ancora calde a farci compagnia. Così un bicchiere di vino non sarà un aperitivo, soltanto un pretesto per stare a tavola ad ascoltarci.

E mentre allunghi il destro e ti lanci in danza, il ritmo beat del chitarrino e i volti decadenti, penso sono passate soltanto due ore dai ritorni dei pendolari e dagli odori grevi degli scompartimenti che ci confondono come le mandrie, mi dici almeno le greggi s’ammassano nei prati e mentre cominci un discorso senza fondamento sulla coltivazione delle pannocchie e sugli sprechi dell’acqua io mi accarezzo le dita: l’anulare così imperfetto è l’unico ostacolo alla mia fede.

Perché non torni in provincia? Mi chiedi. Ci presentiamo stanchi alle nostre famiglie e distendiamo il volto davanti alla tivù che tutto deforma. Le telefonate pigre per annunciare ritardi ormai rituali e poi le scuse col capo, la moglie, le madri.

Cerchiamo le strade di campagna per addestrare il passo in questo mondo borghese che si è lasciato dietro le spalle anche lo sporco. Che tutto è bianco, tutto è stirato, tutto è perfetto, le macchie di sugo le lasciamo agli infanti e per le ginocchia sbucciate facciamo appello ai ricordi, alle domeniche degli oratori e alle scarpe microscopiche firmate Nike. Dei miti greci sono rimaste soltanto insegne americane.

Per ritrovarci sempre a sera col dubbio del che fare. Poi le manifestazioni dei miei malumori le bombe carta delle tue ansie. Non mi scrivi perché hai paura del fuoco che abbaglia l’occhio e brucia le carni. Ci consumiamo in lontananze e come le braci basta un soffio e per farci fiamma e poi danza. Allunga la mano, mi dici tu, e io penso alle foto sciocche, un dito per sollevare il sole e due mani per accarezzare le tue gambe a x. Di quando volevamo prendere al volo gli aerei e non bastava allungare le braccia. Di queste notti insonni e di coperte leggere, delle tue labbra morbide e degli sguardi tra i panni stesi.

Tornasse Pasolini vorrei provarmi i suoi occhiali e domande sciocche sul sottoproletariato incastrato sotto alle marmitte: una pasta alla carbonara dopo il lavoro nei campi e il sogno della ricotta. Non ci sto bene in questi panni eleganti, non ci sto neanche male, ma è tutto un problema di specchi, ci fossero almeno i tuoi occhi, non cercherei la perfezione nel vetro. Mi vien da sorridere: penso ai tuoi capelli caduti tra i bottoni della camicia e sui maglioni invernali, dovresti toglierli tu perché io, lo sai, non mi permetterei mai.

Foto: dalla rete.

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