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Achille e Valentina da “Oggi, domani o dopodomani”

(…)

Achille versò del vino rosso nei bicchieri ricavati dal contenitore di vetro della Nutella.

Non riuscì a non notarlo. Valentina si era sporta un poco sul lavandino, la maglietta azzurra elastica si era sollevata e aveva lasciato scoperto un tatuaggio rosso con la scritta: “I can fly.”.

Piuttosto banale.”

Che?”

I can fly.”

Mi guardi il culo?” Valentina mischiava la pasta al sugo etnico. L’odore di curry sfondava le narici.

Non sono solo io quello banale.”

L’ho fatto in America, a 16 anni. Non lo rifarei più ma ormai sta là e se l’hai guardato vuol dire che ti piace.”

Mi piace quello che c’è sotto ma la scritta è inguardabile.”

Arraperebbe chiunque.”

Qualsiasi sedicenne. Qualche ventenne allupato. Un trentenne stupido. Un quarantenne annoiato. Ora che ci penso… sì, arraperebbe chiunque.” Risero. Poi gli sguardi si incrociarono, un istante di silenzio, poi ci pensò Valentina a spezzare l’imbarazzo.

Lo vedi? Banalità. E’ la chiave del potere.”

La banalità arrapa, eccita, comanda e…”

Filosofo, mangiamo?” Lo interruppe lei porgendogli il piatto.

Achille affondò la forchetta tra i maccheroni. Li portava alla bocca, schioccavano sul palato e rilasciavano il gusto ai lati della lingua. Non passarono tre minuti che il piatto di Achille fu pulito mentre quello di Valentina era ancora pieno.

(…)

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Plexiglass

Che siamo cani che s’annusano e poi si rincorrono. Con le costole cariche di tecnologia i nostri squilli per fraintenderci. Con la paura di restare soli nel paese delle meraviglie. Che ti circondi di plexiglass per i tuoi riflessi non convenzionali. I miei sguardi ti scorrono addosso come titoli di coda quando mi hai chiesto la lingua e io ti ho parlato della verità. Di quella volta con Melissa Satta sull’autobus, lei e le sue calze fucsia. Di quando c’avevo l’alba dentro ma mi ubriacava la notte. Quell’isola del Titicaca coi soffitti di terra, il risveglio di soprassalto per l’odore di fumo delle mie vite precedenti e davanti il lago e le balene in cui ho abitato e il pesce crudo che mi hai fatto mangiare. E nei tuoi moon boot chissà cos’ hai nascosto e prima o poi nevicherà, chissà. Quando saprai che costruisco degli argini per le bottigliette d’acqua che porti in borsa. Che mi sfili i nervi uno a uno per muovermi a marionetta e nei teatrini di Emergency di piazza Gramsci ci sentiremo più buoni mentre Barbara D’Urso ci insegna a piangere e noi impariamo così in fretta.

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