Ho ucciso il mio braccio destro

Ho ucciso il mio braccio destro.

Nel formicaio senza tregua delle vite in rincorsa la mia mano giace appoggiata alla tavola. Ho ucciso il mio braccio destro. Non chiedo più la parola, tiro la tovaglia per avvicinare il vino. La mano afferra, la mano porta alla bocca. E liquidi a fermentare nel fegato e occhi semichiusi per guardare la notte attraverso Glenn Miller. L’esplosione dei nostri sessi nei bagni bianchi, sempre bianchi, ripetutamente bianchi, questi sanitari inadatti all’emozione.

Gridavamo i desideri ai corpi degli altri, questi rispondevano in inchini o balzi, saltelli distanti, ammiccamenti e povertà di labbra secche.

Ho ucciso il mio braccio destro quando ti ho scritto che perdere il pensiero di te è negare l’esistenza. Vivo nel tuo cazzo di ricordo, ma quale vita è questa?

Cammino con passo elegante, la strada mi guarda e i muri ruvidi si chinano verso di me per consolarmi. Accarezzo i lampioni con le spalle, e guardo l’erba con distacco. I prati son fatti per le schiene di tutti, la terra è intrisa del sudore dei riti stanchi degli esseri umani. Sfogliare le pagine di un libro, di riga in riga cercare una gonna che lasci scoperte le gambe, le magliettine larghe per le spalle magre. Troppo pantaloni qui intorno, troppi membri che molli riposano in mutande di cotone con gli elastici larghi e scritte ironiche come intimissimi, uomo, ck.

Dove abbandonare le mie mani stanche? Come distruggere questi sbadigli e le tue risposte mancate? Dove azzerare il pensiero e ripartire? Il blu del mare delle due Sicilie, le coste colpevoli del sud del sud dei santissimi sbarchi.

Ho lasciato il mio braccio tra le tue cosce, ti ho chiesto di farlo sparire, non voglio più scriverti, non voglio più stringere la mano a qualcuno che ha trasformato il suo essere animale in distanza del cuore. Bioetica del corpo, necessità di un abbraccio. Se lasciassimo parlare i nostri sessi, così bassi, così perfetti, io dentro te, tu dentro me, soltanto chimica e sfregamento.

Ho resuscitato il mio braccio destro, così che nuovo si presenta vivo, capace di prese fulminee e strette, gesto dolce e poi su, ritto sopra alle spalle, parallelo alla testa. Tutti quei simboli che appesantiscono la storia, il pugno chiuso e il braccio teso, troppi significati per pelle tenera e peli, debolezza di intolleranze e parole smisurate. Chiudo la cintura all’ultimo buco, sto diventando pallido e delirante. L’infelicità è per gli smidollati. Dov’è Brigitte Bardot? La chiamerò in sogno stanotte, le guarderò il culo e saranno contente le stelle, noi lontanissimi a spruzzarci addosso la via lattea.

Foto: © Philip-Lorca Di Corcia

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