Di sé, di Montmartre e il circolino

Vivere a Montmartre, aver scelto di restare annusando l’odore di una morte imminente, per gustare il divenire che è la vita. Per la strada lunga e stretta le vetrine, abiti eleganti di fattura cinese, tessuti acrilici monocolore: taglie standard, donna uomo bambino. Quelli che ha visto nei villaggi dell’Eritrea indossati la domenica da silhouette magre nei luoghi santi tra buoi deperiti e sabbia col fiume da guidare a bordo di una Jeep 4×4. Scappato da Parigi per amore di una donna, il ruolo dell’amante ricamato addosso dalle vette elevate della sua sensibilità, poi il fallimento del suo viaggiare quando è il ritorno a diventare traguardo. Ora, nel circolino di un paese della provincia lombarda famoso soltanto per aver dato i natali a Testori legge e scribacchia, l’Iphone sul tavolo, la schiena storta. Una vita, la sua, che tanto assomiglia a quella degli altri, la sveglia al mattino, il lavoro, le bollette da pagare e l’assicurazione una volta all’anno. Si è dato al vivere nel battere sui tasti, parole nere di pixel e un’esistenza spirituale che nulla assomiglia al suo fare. Puoi ritrovare quel che è nel suo sguardo, nel movimento delle sue dita e nella gentilezza dei modi. Parola leggera dal suono che tende all’acuto, capelli lunghi legati sul capo, il vezzo dell’ultimo bottone della camicia aperto. La aspetta da sempre, lei fa tardi, immagina che non verrà, fa a pugni con la speranza, sangue dal naso una volta alla settimana, nel cuore della notte per non farsi vedere. Chi lo conosce superficialmente, anche da molto, vede nei suoi gesti un distacco dall’affanno del quotidiano che lo fa apparire altero, dicono snob perché non sanno trovare altri aggettivi. Chi lo conosce perché è stato alla sua tavola, ospite, sa che affoga nelle debolezze, una predisposizione al masochismo del cuore e un certo piacere nel ferirsi l’anima della quale disprezza l’esistenza lui che preferisce parlare soltanto di umanità, chi lo capisce poi. Se entra in una stanza sa che qualcuno lo guarderà e se così non succede, per qualsivoglia motivo, trova il modo di farsi notare soltanto se gli interessa un volto, una caviglia, una spalla, se una sensibilità lo atterrisce o lo incanta. Qualcuno le chiama energie, lui, poco capace di definizioni, lui che non sa dare il nome alle cose, ha una memoria sghemba e si esprime in concetti ampollosi come se i pensieri fossero troppi per incanalarli in frasi sensate e brevi. Vuole essere detestato, dice, vuole essere contestato, chiede attenzioni come fanno i gatti quando silenti si strusciano tra le gambe, annusano, lasciano il loro odore e se ne vanno con grazia. Sono trent’anni che si parla addosso, che cerca una definizione capace di dire chi è, non la troverà fino a quando i suoi giorni non termineranno. Non la troverà finché i suoi cieli lo sorprenderanno ancora con l’azzurro. Dice che dentro il suo petto ha una cicatrice che zampilla nelle notti di luna quando solo, la schiena appoggiata sul letto, prova consolazione con la poesia. L’ha punto un serpente lungo il fiume Po, l’ha punto un serpente che non ha veleno, respira amore e così si curva sugli altri per sentire il profumo che riposa nell’incavo dei colli. Che il suo tornare non sia per la quiete, che il suo viaggio lo conduca all’isola dove tutto è orizzonte e luce che trema sull’onda lunga prima della sera. Che lei, tutta nuova e bianca, il petto aperto in ferita, lo trovi felice.

Foto: © Coley Brown

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