Lo vedo dai tuoi capelli che piangono che sotto sotto ridi ed è per questo che non ti capisco. Assistere alle tue piogge al riparo delle grondaie. La gente correre, le auto urlare. E poi gocce sul foglio e parole d’adulto quando ho cominciato a pensare che non ho mani abbastanza grandi per tenerti sul palmo e tu hai spalancato gli occhi che avrai pensato alla banalità dell’equazione mani grandi-pisello grande e mani piccole-pisello piccolo. Quando volevo soltanto portarti in cielo e farti guardare tutto dall’alto senz’ansie di smog, nascondimenti di nebbie, ma forse avresti pensato allo scioglimento dei ghiacciai, alle scie degli aerei e all’abbandono dei cani che trovi sempre una scusa per non guardarmi negli occhi. Dovremmo farci batteri per entrare dentro ai respiri e arrivarci nel cuore per la malattia dell’amore e le svolte incurabili alla ricerca del sé. Che sono giorni che non compro un giornale e non penso al futuro e oggi le edicole sono chiuse che ieri era festa e non è stata scritta neanche una riga quando lo sai che i giornalisti mi fanno aumentare la salivazione per digerire i bocconi grandi, le bugie raffinate e il prezzo della benzina che sale alle stelle che se lo immagini basterebbe una scintilla per bruciarci per sempre i domani. Quest’universo che esplode come la notte di Capodanno, si lanceranno nuvole col paracadute e ci sarà Majakovskij ad accoglierci con la sua blusa gialla srotolata in lungo per i nostri canti notturni. E salteremo in aria, ci si mischieranno gli intestini e le braccia e non avrò più bisogno di pseudonimi per nascondermi che sarò tutto in tutti. Hai mai pensato alle dichiarazioni di guerra che facciamo al mondo? Alle partenze dei nostri ventenni che conoscono soltanto l’Erasmus per gli sbarchi sulle coste dell’occidente. Alle attese, alle giovinezze, alla camera oscura per sviluppare i colori primari e non temere la luce. Si scoloriranno prima o poi le polaroid e continueremo a intrecciare le costole per rientrare negli scanner degli altri, vicini come i quadri DA DA con le trasparenze dei raggi x per rimanere invisibili, per rimanere invincibili e per tirare le somme; come quando ho appeso sul soffitto la radiografia della mia mandibola: 29 anni e due denti già morti. E poi non dirmi che scappo che poi lo sai che non riesco a fermarmi a lungo in questa città che dovrebbe tenermi sveglio la notte e mi fa dormire di giorno. Improduttivo come le industrie del Veneto che ho desiderato coperte lunghissime che qui non si sa più da che parte tirare: siamo scoperti e ci sparano addosso, siamo scoperti e ci mirano addosso. Così ho lanciato l’auto ai centotrenta, le mie corse in collina con le case basse, le luci tenui per le notti zuppe di stelle. Per rigenerare i miei sogni di ieri e mettere a bagno i polmoni con gli sguardi che non si prestano più alle interpretazioni. E poi dirmi di oggi, di quando mi sono svegliato alle cinque del mattino e avevo dormito come non facevo da tempo e ho fissato il soffitto senza paura che mi crollasse addosso. Il su e giù rumoroso dei miei respiri profondi senza computer a scaldarmi le gambe per non stancarmi gli occhi e guardare fuori di me che vita è là e mi chiama da tempo e ancora non so come si fa a rispondere che tu non me l’hai insegnato o forse ti sei soltanto dimenticata.

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